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Se il vuoto giudiziario alimenta la piaga dei femminicidi

Manuela Borraccino
23 agosto 2022
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Servono leggi specifiche contro gli omicidi delle donne e soprattutto la volontà di punire gli assassini. Dalle palestinesi all’Egitto al Kuwait, crescono le richieste per uno sforzo legislativo e giudiziario contro la violenza di genere: indagare non basta.


È stato solo l’ultimo assassinio in ordine di tempo quello della trentenne palestinese Rabab Abu Siam, davanti alle sue tre bambine nel cortile di casa dei genitori, lo scorso 26 luglio a Lod (Israele centrale), da parte di un uomo accusato di essere un sicario assoldato dall’ex marito. Si è trattato del 59esimo omicidio nelle comunità arabo-israeliane nel 2022 (erano stati 61 nello stesso periodo nel 2021) e del 13esimo femminicidio in Israele nel 2022, con un aumento del 70 per cento rispetto all’anno precedente. Ma in tutti i Paesi del Medio Oriente e Nord Africa aumentano le pressioni da parte delle organizzazioni femministe e della società civile per un giro di vite contro violenza di genere, scarsamente perseguita e punita nella maggior parte dei Paesi arabi, come anche in Iran e in Turchia.

Imran: «Grave carenza nei nostri codici penali»

«Non è solo un fallimento da parte della polizia negli Stati arabi: è anche un grosso fallimento sul fronte delle legislazioni, o meglio della mancanza di leggi» attacca la scrittrice anglo-egiziana Yousra Samir Imran. «La maggior Parte dei paesi arabi – commenta su Alaraby.com – non riconosce il termine femminicidio, né considera la misoginia un crimine odioso. I codici penali nei nostri Paesi sono gravemente carenti di leggi che definiscano, specifichino e puniscano la violenza di genere o le violenze domestiche». Da questo punto di vista, aggiunge, i governi arabi hanno le priorità sbagliate: mentre si affrettano a far calare la scure della censura sui film che trattano dell’omosessualità o arrestano giovani donne che si esibiscono su TikTok, ogni settimana una donna viene assassinata da uno stalker, un fidanzato, un ex marito o un parente.

Due pesi e due misure per i cosiddetti «delitti d’onore»

Nella maggior parte dei Paesi arabi, argomenta la Imran, anche dopo l’indipendenza dalle potenze coloniali sono state mantenute in vigore le leggi che proteggono il patriarcato nelle formulazioni ambigue di delitti che avvengono «in un impeto di ira» o «in buona fede»: con il risultato che le donne sono giunte alla conclusione che la loro vita non vale quanto quella di un uomo e che non meritano di essere protette, come mesi fa rimarcava anche l’attivista arabo-israeliana Samah Salaime nel denunciare come le arabe israeliane costituiscano il 20 per cento della popolazione, ma si trovi fra loro la metà dei femminicidi nello Stato ebraico, peraltro non perseguiti dalle autorità israeliane con la stessa sollecitudine con cui vengono incriminati gli assassini delle donne ebree.

Anche laddove sono state approvate leggi che puniscono la violenza domestica, come l’Arabia Saudita e il Libano nel 2014, la Tunisia nel 2017, il Marocco nel 2018, fare in modo che la polizia e i tribunali le applichino è tutto un altro paio di maniche. Proliferano i resoconti e commenti sui forum online sui casi di donne che si sono viste respingere le denunce nelle caserme di polizia e che sono state rimandate a casa dai loro assalitori senza neppure riuscire a far redigere un verbale.

Due omicidi in università hanno acceso la miccia nei Paesi arabi

Oltre al caso di Rabab Abu Siam che, per restare con le sue tre bambine dopo aver denunciato il partner, aveva rifiutato l’offerta delle autorità israeliane di rifugiarsi in una comunità per donne vittime di violenza, hanno suscitato scalpore due recenti omicidi di studentesse. Il 20 giugno la 21enne egiziana Nayera Ashraf è stata accoltellata mentre entrava all’università di Mansoura dopo mesi di minacce, per aver respinto le proposte di matrimonio da parte di un corteggiatore. Diversi studenti hanno filmato la scena e l’hanno pubblicata sui social, e pochi giorni dopo è toccato alla giordana Iman Arsheed, uccisa a colpi di pistola in un ateneo di Amman da un uomo che si è tolto la vita dopo esser stato braccato dalla polizia.

In Kuwait l’assassinio di un’altra studentessa nel 2021

Il fatto che in entrambi i casi gli omicidi abbiano avuto luogo in spazi pubblici davanti a decine di testimoni, da una parte, ha accelerato la ricerca e l’arresto dei colpevoli (l’assalitore 21enne di Nayera è stato condannato a morte in uno dei processi più rapidi mai avvenuti nelle corti egiziane, e i giudici di Mansoura suggeriscono che per sortire un effetto deterrente l’impiccagione avvenga in diretta televisiva. Dall’altra, è il segnale di una piaga rimasta per troppo tempo impunita, come aveva mostrato già l’anno scorso in Kuwait l’omicidio di Farah Akbar, un’altra giovane donna che le autorità kuwaitiane non erano riuscite a proteggere da uno stalker.

Per la sociologa politica Said Sadek «di primo acchito possono sembrare crimini passionali, ma ad uno sguardo più profondo rivelano un male sociale endemico, il volto di una società dominata in modo malato da una mentalità maschilista. Questi omicidi hanno messo sotto i riflettori la violenza e l’ingiustizia alle quali sono sottoposte le donne in assenza di leggi che facciano da deterrente e di una consapevolezza sociale e religiosa che possa affrontare e aiutare a superare la mentalità retrograda nella quale siamo immerse».

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