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Iraq, «officine di pace» ricostruiscono la fiducia

Giulia Ceccutti
28 luglio 2022
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Iraq, «officine di pace» ricostruiscono la fiducia
Bertella (Iraq): un murale nella locale «Officina di pace». (foto Un Ponte Per)

In sette centri della Piana di Ninive (Iraq del Nord), occupata dall’Isis nel 2014-2017, l’organizzazione Un Ponte Per ha creato luoghi di convivenza dove migliaia di giovani – cristiani, musulmani e non solo – ricuciono legami, attraverso lo sport e la musica.


Sono arabi, curdi, ezidi, cristiani. Appartengono a comunità e culture diverse. Hanno tra i 16 e i 30 anni e partecipano alle iniziative delle «Officine di pace», un programma promosso da Un Ponte Per (Upp), organizzazione non governativa attiva in Iraq dal 1991.

Siamo nella Piana di Ninive, nel nord del Paese, e il nome del progetto dice tutto. Appoggiandosi ad alcuni centri giovanili, le «Officine» fanno incontrare tra loro questi ragazzi, offrendo – attraverso momenti di aggregazione, formazione e svago – spazi di convivenza, in cui si cerca di tessere (o recuperare) relazioni di pace.

A inizio luglio l’«Officina di pace» di Mosul, creata nel 2019, ha festeggiato il primo anno del suo programma di volontariato. La prima, invece, era nata nel 2013, mentre l’ultima a essere inaugurata, a gennaio 2021, è stata quella di Topzawa.

Prima dell’occupazione da parte dei miliziani dell’Isis nell’estate del 2014, la Piana di Ninive era un luogo di convivenza pacifica tra una grande varietà di comunità e fedi. Legami costruiti nel tempo e spazzati via da un’ondata di violenza e persecuzione delle minoranze durata tre anni, che ha lasciato una pesante eredità: conflitti interni e un alto livello di diffidenza reciproca. Oggi diverse realtà provano lentamente a ricucire questo tessuto sociale frammentato.

Cinquemila giovani coinvolti

I gruppi di volontari delle «Officine di pace» sono oggi in tutto un centinaio (41 ragazze e 61 ragazzi). Oltre cinquemila i giovani che quotidianamente le frequentano. I volontari operano in sette città e cittadine a maggioranza cristiana, sunnita e sciita: Mosul, Bartella, Topzawa, Qaraqosh (Bakhdida, città toccata da una visita di Papa Francesco nel marzo 2021), Telkif, Said Hamad, Talafer. «Basta sovrapporre la mappa di questi luoghi con quella dell’occupazione dell’Isis per rendersi conto di dove ci troviamo», spiega al telefono dalla sede di Roma Lodovico Mariani, coordinatore del programma nonché volontario («Sono fiero di avere anch’io la tessera di volontario della Piana di Ninive», tiene a specificare, scherzando).

E aggiunge: «Il livello di separazione tra le comunità è talmente alto che spesso le persone non si fidano ad andare in una città che si trova anche solo a 10 chilometri di distanza. E così, semplicemente, non ci vanno. I muri sono innanzitutto mentali». Non a caso, tra le attività promosse dalle «Officine di pace» vi sono anche visite culturali a centri rilevanti dal punto di vista storico o archeologico e a luoghi di culto delle varie fedi. Per dare la possibilità ai giovani, universitari e non, di scoprire, insieme a un patrimonio che appartiene a tutti, il valore del rispetto e del dialogo interreligioso.

Nei centri per giovani della Piana di Ninive vengono riscoperte le identità culturali degli altri. (foto Un Ponte Per)

Protagonisti in prima persona

Nel descrivere il lavoro delle «Officine», Mariani sceglie di partire da un aspetto, quello dei finanziamenti e della gestione, che si rivela centrale. Inizia con una premessa: spiega infatti che, subito dopo la presenza dell’Isis, in queste zone si era registrato un fortissimo bisogno di aiuto internazionale. Un sostegno costituito anche da centri sociali e per i giovani. «Ma uno dei rischi della presenza internazionale è la sostenibilità dei progetti», aggiunge. «Nel momento in cui, infatti, gli ingenti finanziamenti dall’estero finiscono, qual è il destino di tante realtà? Ci abbiamo riflettuto, insieme ai nostri colleghi in Iraq, e abbiamo cercato di dare una risposta che garantisse continuità».

La scelta è stata quella di mettere a disposizione della popolazione alcuni centri di proprietà del Ministero iracheno della Gioventù e dello Sport, centri in cui Un Ponte Per aveva lavorato negli anni precedenti. «Ci siamo cioè fatti garanti davanti al Ministero iracheno perché ci concedesse tali spazi. Da parte sua, il Ministero non avrebbe avuto le risorse per farli funzionare. Una volta ottenutili, li abbiamo concessi ai volontari iracheni che ce li richiedevano, per attività scelte da loro, sulla base dei loro bisogni e inclinazioni».

Oltre alla relazione con il Ministero, Un Ponte Per ha messo a disposizione un coordinatore che in ogni centro guida le attività. Così, le spese per la manutenzione di questi centri sono circoscritte, di fatto, a quelle per l’aria condizionata, la corrente elettrica e il coordinatore di ciascun progetto di volontariato. Vengono affrontate grazie ai sostenitori della ong e, in parte, grazie a una fondazione e all’autofinanziamento dei giovani che li frequentano.

«Proviamo inoltre a far uscire questi ragazzi dalla logica che porta a ritenere che se non ci sono le strutture, allora non si fa nulla», aggiunge Mariani. «Ciò che conta è cercare soluzioni in autonomia, passare dal: “Dobbiamo organizzare questa iniziativa: ci date i soldi?”, al: “Quali soluzioni possiamo mettere in atto?”». Così è stato anche ad esempio, a inizio luglio, per la festa che, a Mosul, ha celebrato un anno del programma di volontariato. Di fronte alla necessità di uno spazio sufficientemente grande per ospitare l’evento, il gruppo di volontariato locale, che normalmente si appoggia agli ambienti della sede di Un Ponte Per, dopo varie ricerche ha individuato una fondazione che ha offerto uno spazio adatto.

Uno dei tornei sportivi organizzati a Said Hamad e aperti a tutti. (foto Un Ponte Per)

Uguali grazie a un torneo di calcio

«Cito un altro esempio – racconta il coordinatore italiano – che credo renda bene l’idea dell’obiettivo delle “Officine di pace”. I giovani che frequentano il centro di Said Hamad sono molto appassionati di calcio. Nei mesi scorsi hanno voluto organizzare un grande torneo, cui hanno partecipato diverse squadre appartenenti a varie comunità. Erano in palio anche alcuni premi. I ragazzi hanno realizzato una raccolta fondi tra loro, tutte le squadre versavano una piccola quota». La finale si è svolta a giugno.

«Ecco, un torneo di calcetto può forse sembrare un’attività banale», conclude. «Ma vi assicuro che in quel contesto – un centro per giovani in mezzo al nulla, in una cittadina che era una vera e propria “fabbrica” di miliziani dell’Isis – veder realizzato un torneo di calcio, in cui tutte le differenze tra le comunità letteralmente scompaiono, ha senza dubbio un grande valore».

La parità di genere

Va ricordato, infine, che i centri spesso sono anche tra i pochi spazi in cui ragazze e ragazzi riescono a svolgere delle attività insieme. Dall’organizzazione di una campagna social di sensibilizzazione sul tema dei discorsi d’odio e discriminazione (com’è successo a Mosul in vista del 19 giugno scorso, in occasione della Giornata internazionale contro l’hate speech), a corsi di formazione nell’artigianato, al tutoraggio scolastico, alle attività sportive.

«Siamo riusciti a costruire, nel tempo, un rapporto di fiducia con le famiglie», conclude Mariani, che cita il caso del centro giovanile di Said Hamad: è l’unico luogo pubblico – in quel contesto – frequentato anche da giovani donne.


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