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Teheran contro Cannes per il «Ragno santo»

Elisa Pinna
6 giugno 2022
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Un uomo che abitava all'ombra dei minareti di Mashhad, in Iran, nel 2001 uccise 16 prostitute con l'intento di "purificare" la città santa. Il festival di Cannes premia l'attrice protagonista di un film che mette in luce le simpatie di molti ambienti verso il pluriomicida. E scatena le ire degli ayatollah.


Per la prima volta un’iraniana è stata premiata al Festival del Cinema di Cannes come migliore attrice protagonista. Tuttavia l’importante riconoscimento – anziché suscitare orgoglio e soddisfazione in patria – ha provocato l’ira del regime degli ayatollah. Sono volate parole grosse sulla premiazione: un insulto all’islam, un caso di blasfemia simile ai Versetti Satanici dello scrittore indo-inglese Salman Rushdie; un affronto che dovrà essere pagato da chi ha collaborato con la realizzazione del lungometraggio. Insomma, un clima da caccia alle streghe, più in linea con l’era postrivoluzionaria khomeinista che con gli ultimi anni pragmatici della Repubblica islamica.

L’attrice premiata sulla Croisette si chiama Zar Amir-Ebrahimi, un volto amato dal pubblico iraniano, costretta però a lasciare il Paese nel 2007, per mettere a tacere uno scandalo scoppiato dopo che sue foto intime erano state pubblicate da uno stalker su Internet. Il film, in concorso a Cannes, si intitola Holy Spider (Il santo ragno) ed è una produzione internazionale diretta dal regista irano-canadese, Ali Abbasi. Si ispira a una storia vera che ebbe per teatro la città sacra iraniana di Mashhad nel 2001, dove un uomo molto devoto, un padre di famiglia di nome Saeed, decise di «purificare» a suo modo il luogo santo dalla prostituzione, strangolando una per una, nel giro di un anno, 16 donne che provocavano «scandalo» e «disonore». L’omicida seriale fu arrestato, condannato a morte e giustiziato nel 2002. Se da un lato divenne un eroe e un martire nei circoli religiosi intransigenti, sul fronte opposto una parte di opinione pubblica più riformista avanzò dubbi sul ruolo della polizia locale che aveva lasciato agire impunemente il pluriomicida troppo a lungo. Non è la prima volta che il cinema iraniano si cimenta sulla storia del «ragno», come veniva soprannominato il crudele assassino: su di lui sono già usciti negli anni scorsi una fiction e un documentario, autorizzati dalla censura.

Holy Spider, che introduce il ruolo di una giornalista (Zar Amir Ebrahimi) inviata a Mashhad per indagare sulla catena di omicidi, politicizza però molto la vicenda – stando alle recensioni di Cannes e agli stessi comunicati di protesta di Teheran – e mette sotto accusa il fondamentalismo religioso e il maschilismo nell’Iran contemporaneo. Il regista Abbasi non fa sconti a nessuno e mostra una società in cui membri del clero, delle istituzioni, della popolazione arrivano a sostenere l’operato di Saeed. Il tutto all’ombra delle cupole e dei minareti del grandioso santuario di Reza, l’ottavo imam sciita.

Proprio questa insistenza nell’accostare ai femminicidi il luogo di culto più importante dell’Iran, e tra i più visitati nel mondo sciita, ha apparentemente scatenato la reazione molto dura, anche per gli standard iraniani, delle gerarchie islamiche. Il film – che è stato girato in farsi in Giordania e che sarà distribuito in autunno anche nella sale italiane da Academy Two – è stato ovviamente proibito in Iran. Da quando è finito il festival di Cannes, il ministero della Cultura e della Guida islamica martella ogni giorno, sulle principali testate nazionali, contro la premiazione: il lungometraggio di Abbasi è «un oltraggio ai valori e alla fede di milioni di musulmani e della grande popolazione sciita del mondo», è il «frutto della mente confusa del suo regista» e «dell’arroganza della finanza globale», una formula spesso usata per riferirsi agli Stati Uniti. E ancora: è «una macchia nera nella storia professionale del Festival di Cannes», a cui gli organizzatori devono «porre rimedio». Ultima in ordine di tempo è giunta la minaccia del ministro della Cultura e della Guida islamica, Mohammed Mehdi Esmaeli : se «persone interne all’Iran sono coinvolte nel film Holy Spider, sicuramente queste persone riceveranno una sanzione dall’Organizzazione del cinema iraniano». Già si annunciano inchieste e rapporti che coinvolgeranno gli innumerevoli enti della burocrazia cinematografica iraniana. Tra le tante frasi scagliate contro il film, la più inquietante è senz’altro quella che paragona Holy Spider ai Versetti Satanici. Difficile però immaginare che l’attuale guida suprema, Ali Khamanei, possa ripetere il gesto del suo predecessore e padre della Rivoluzione iraniana, l’ayatollah Khomeini, che nel 1989 emise una fatwa (un responso giuridico) di condanna a morte contro lo scrittore Rushdie, costringendo da allora l’autore del libro a una vita sotto scorta.

Piuttosto i toni dello scontro, che per ora è a senso unico perché dal Festival francese non è arrivata alcuna replica, segnalano il clima di nervosismo e tensione che pervade l’Iran, dovuto a diversi fattori interni (le proteste popolari contro il rialzo dei prezzi) ed esterni (il probabile fallimento di un nuovo accordo sul nucleare con Washington). In questo quadro, anche il clamore su Holy Spider potrebbe essere letto come un ennesimo tentativo di ricompattamento, in chiave anti-occidentale, sui valori originari di una sempre più sbiadita Rivoluzione islamica.

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