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Perché i despoti temono le donne

Manuela Borraccino
23 febbraio 2022
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La partecipazione femminile è cruciale per raggiungere quattro fattori determinanti per il successo dei movimenti popolari non violenti per la democrazia. Due politologhe statunitensi spiegano come mai.


Nel corso del Novecento i movimenti femministi hanno conquistato il diritto di voto, aumentato l’accesso delle donne alla salute riproduttiva, all’istruzione, al lavoro e quindi all’indipendenza economica. Almeno in alcune parti del mondo si è affermata l’uguaglianza nelle leggi nazionali e nel diritto internazionale, grazie ad ondate di democratizzazione senza precedenti nel dopoguerra. Eppure negli ultimi anni stiamo assistendo all’ascesa di leader illiberali in tutto il mondo e l’assalto alla democrazia va di pari passo con quello ai diritti delle donne da parte dei leader più autoritari. Nel ventunesimo secolo, rimarcano in un lungo articolo dal titolo Revenge of the Patriarchs («La vendetta dei patriarchi») sulla rivista Foreign Affairs le due politologhe dell’Università di Harvard Erica Chenoweth e Zoe Marks, misoginia e autoritarismo emergono come due mali che si rafforzano a vicenda.

Nesso cruciale fra donne, non violenza e democrazia

Basti osservare quanto sta avvenendo in vari Paesi: in Cina il presidente Xi Jinping ha escluso le donne dal Comitato direttivo del Politburo; tanto nella Russia di Vladimir Putin quanto nella Turchia di Recep Tayyip Erdogan i due leader stanno cercando di promuovere l’immagine e il ruolo tradizionali della donna e di limitarne la partecipazione pubblica (con dinamiche non dissimili da quanto proposto da movimenti di estrema destra in Ungheria, Brasile, Polonia). E mentre in Arabia saudita le donne sono sottoposte al regime del «guardiano», in Egitto il presidente Abdel Fattah al-Sisi ha introdotto una legge che riafferma il dominio patriarcale su mogli, figlie, sorelle e protegge la poligamia. Resta poi l’Afghanistan il posto peggiore in cui nascere per una bambina, come rimarca il rapporto 2021 dell’Indice di pace e sicurezza per le donne stilato dall’Università di Georgetown (clicca qui per consultarlo): il Paese attualmente dominato dai talebani è appena preceduto da Yemen, Siria, Pakistan, Iraq. Al 160esimo posto su 170 troviamo la Palestina.

Perché le donne fanno così tanta paura agli autocrati? Che rapporto c’è fra autoritarismo e misoginia? Le studiose mostrano come la partecipazione delle donne risulti strategica sia per il successo delle rivolte sia per assicurare la transizione dalla dittatura nel lungo termine, perché statisticamente le donne partecipano con tassi molto più alti a movimenti non violenti che a quelli che utilizzano il ricorso alla lotta armata. E sono precisamente i movimenti non violenti ad avere più probabilità di successo nell’instaurare la democrazia. Per almeno quattro fattori.

I quattro fattori di successo nelle lotte non violente

Primo. I movimenti che cercano di rovesciare regimi autoritari o conquistare l’indipendenza nazionale hanno più probabilità di vincere se mobilitano ampie fasce della popolazione: la mobilitazione della metà femminile è cruciale per non dimezzare le probabilità di successo e perché i movimenti di resistenza devono essere appoggiati da una base amplissima per essere percepiti come legittimi.

Secondo. I movimenti popolari hanno successo se portano dalla loro parte gli alleati del regime o almeno una parte di coloro che sostengono la dittatura. Vari studi mostrano che la presenza di militanti donne nei movimenti di resistenza aumenta la legittimità dei movimenti agli occhi degli osservatori, anche perché le donne raramente accettano l’uso della violenza. Un esempio: nella Rivoluzione delle Filippine che rovesciò il dittatore Marcos nel 1986, un punto di svolta fu proprio quando il dittatore ordinò alle forze di sicurezza di reprimere con la violenza le proteste di piazza e le suore si frapposero fra i poliziotti e i manifestanti. Gli agenti rifiutarono di compiere un massacro, e dopo le defezioni fra gli alti ufficiali la fuga di Marcos aprì il percorso verso la democrazia.

Terzo. La partecipazione delle donne rende i movimenti di massa molto più efficaci perché aumentano le tattiche e le modalità di protesta. Diverse ricerche indicano come la diversità crei valore e aumenti il lavoro di squadra, l’innovazione, la creatività e la collaborazione. Dalle nonne che in Algeria hanno minacciato i poliziotti di riferire alle loro madri l’uso della violenza in piazza alle donne che in India rifornivano di cibo i manifestanti, la partecipazione delle donne spesso apre delle crepe in forme sorprendenti e inaspettate dal regime.

Quarto. Quando i movimenti mantengono una resistenza non violenta di fronte alla repressione o alle provocazioni delle forze di sicurezza, aumentano le probabilità di mobilitare altri che si uniscono alla lotta e alla fine riescono a rovesciare i regimi. E movimenti che hanno le donne in prima linea tendono a rifiutare la violenza. Perché le donne svolgono un ruolo di moderazione nelle proteste di piazza, sia tra i poliziotti sia tra i manifestanti. Forse, suggeriscono le studiose, questo avviene per i tabù di genere contro l’uso della violenza pubblica contro le donne e contro i manifestanti in presenza di donne e ragazze. Sta di fatto che, come si è visto anche nelle rivolte arabe, l’uso della violenza contro donne indifese in piazza da parte della polizia comporta dei costi politici altissimi per un regime.

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