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Primavere arabe, le questioni ancor oggi irrisolte

Fulvio Scaglione
23 dicembre 2021
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Le vicende di Patrick Zaki e di Giulio Regeni ci inducono a riflettere una volta di più sugli esiti delle Primavere arabe, di cui abbiamo ricordato il decennale quest'anno. Molti problemi del 2011 restano ancora sul tappeto.


Di recente l’Italia tutta ha festeggiato il ritorno alla libertà, sia pur provvisoria, di Patrick Zaki, lo studente egiziano dell’Università di Bologna detenuto al Cairo per quasi due anni con l’accusa di aver diffuso «informazioni false». Il «caso Zaki» è stato vissuto come un proseguimento della vicenda di Giulio Regeni, il giovane ricercatore italiano rapito, torturato e ucciso all’inizio del 2016. In comune le due vicende hanno almeno una cosa: la sicurezza e, anzi, l’arroganza con cui lo Stato egiziano ha respinto le richieste italiane di verità e giustizia. Il che non può che farci riflettere ancora una volta sul decennale che si sta concludendo: quello delle cosiddette Primavere arabe, che nel 2011 scossero l’intero Medio Oriente, a partire dal suicidio dell’ambulante tunisino Mohammed Bouazizi, che si diede fuoco per protesta contro l’ennesima angheria della polizia.

Dalla Tunisia all’Egitto, e poi via via in Siria, Giordania, Yemen, Bahrein, Marocco e Oman l’onda fu lunga e profonda. Alcuni autocrati furono cacciati (Ben Alì in Tunisia, Hosni Mubarak in Egitto, Alì Abdallah Saleh nello Yemen, Muammar Gheddafi in Libia). In alcuni Paesi le proteste furono blandite e istituzionalizzate, in altri soffocate con le armi, in altri ancora scoppiarono guerre civili sanguinose come in Siria e nello Yemen. In Egitto, il Paese da cui siamo partiti, andarono al potere i Fratelli Musulmani, poi cacciati, nel luglio 2013, dal colpo di Stato dei militari guidati appunto dal generale (ora presidente) Abdel Fattah al-Sisi.

Non è questa la sede per analizzare perché le cose andarono come sono andate, né per confutare o appoggiare la tesi di coloro che addirittura accollano a quella Primavera la responsabilità di una «gelata islamica» che sarebbe ancora peggiore dei già insostenibili regimi al potere prima del 2011. Il decennale è servito a sottolineare un fatto innegabile: tutti i problemi che innescarono quelle proteste (e le diffusero in così tanti Paesi anche molto diversi e lontani tra loro) sono ancora sul tappeto, nessuno ha saputo o voluto non si dice risolverli, ma almeno affrontarli.

Per esempio: che fare dei giovani, che sono la parte preponderante della popolazione, visto che sommando Medio Oriente e Nord Africa si ottiene un’età media di poco superiore ai 26 anni; come favorire lo sviluppo di decenti condizioni di vita, visto che più di metà dei Paesi dell’area nell’Indice dello sviluppo umano si classifica ben oltre il centesimo posto (con Israele al diciannovesimo); come affrancare le economie dalla doppia dipendenza che le caratterizza: dalle risorse naturali, laddove esistono, e dai clan dominanti.

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