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La “musica internata” ebraica, studi in corso

Giulia Ceccutti
25 giugno 2021
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La “musica internata” ebraica, studi in corso
Giovane internato al pianoforte nel campo di Ferramonti in Calabria.

Raffaele Deluca, musicologo e docente al Conservatorio di Rovigo, studia l'attività dei musicisti ebrei rinchiusi nei campi di internamento fascisti in Italia tra il 1940 e il 1945. Un interesse ancora pionieristico il suo. Ce ne parla.


«Non stiamo parlando di musica d’intrattenimento, ma di musica come uno dei fondamenti della società umana». Parte da questa premessa, durante la nostra telefonata, Raffaele Deluca, musicologo e direttore di coro, docente di discipline musicologiche al Conservatorio di Rovigo. Nella sua voce, un fiume in piena di parole, c’è tutto l’entusiasmo di chi è fortemente appassionato della propria ricerca.

Da alcuni anni si sta occupando, per primo in Italia nel suo ambito, di «musica internata» («purtroppo per primo», puntualizza, riferendosi alla rimozione dalla nostra memoria collettiva dell’esistenza dei campi d’internamento fascisti). Quando parliamo di «musica internata» intendiamo le attività musicali svolte da musicisti ebrei nei campi fascisti in Italia durante la Seconda guerra mondiale. Un tipo di musica che rientra nella più ampia categoria della cosiddetta «musica perseguitata», e che oggi è ancora in fase iniziale di studio.

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Sul tema, tra le altre cose, Deluca ha appena pubblicato, presso una casa editrice newyorkese, un contributo in un volume miscellaneo dal titolo Italian Jewish Musicians and Composers under Fascism e, nel 2019, Tradotti agli estremi confini. Musicisti ebrei internati nell’Italia fascista (Mimesis Edizioni).

Con gli allievi del Conservatorio di Rovigo

Nell’ultimo anno, il lavoro di Deluca ha coinvolto in particolare colleghi e studenti del Conservatorio di Rovigo.

«Nella primavera di un anno fa, durante il primo lockdown – racconta il musicologo – grazie a due colleghi di musica da camera, Giuseppe Fagnocchi e Anna Bellagamba, di fronte all’impossibilità di insegnare in presenza, decidemmo di tenere delle lezioni collettive a distanza sulla musica internata. Divisi in gruppi, gli studenti hanno poi elaborato insieme alcune riflessioni scritte, ora disponibili in un libro» (il volume, a cura di Giuseppe Fagnocchi, è Kammermusik. Prove per una didattica a distanza di repertori cameristici in epoca COVID, Apogeo editore, 2021). Le ricerche dei ragazzi hanno toccato vari aspetti: dagli strumenti più utilizzati alla didattica musicale nei campi, sulla quale torneremo.

Accanto a quelle citate, sono diverse le iniziative – seminari, concerti e tavole rotonde online – realizzate negli ultimi mesi, molte delle quali in collaborazione con la Fondazione Centro di documentazione ebraica contemporanea di Milano (Cdec).

Tra i progetti in cantiere, invece, c’è una rassegna concertistica che dovrebbe svolgersi nel novembre prossimo, in collaborazione con il Festival Viktor Ullmann di Trieste e Cdec, e un concerto, abbinato a una mostra, presso il Memoriale della Shoah alla stazione Centrale di Milano.

Fare musica nonostante tutto

I campi in Italia furono 48, distribuiti perlopiù al Sud, in luoghi isolati e lontani dagli scenari di guerra, come evidenziato dalla mappatura prodotta per i tipi di Einaudi, nel 2004, da Carlo Spartaco Capogreco in I campi del duce. L’internamento civile nell’Italia fascista (1940-1943).

Un’affollata foto di gruppo di musicisti internati nel campo di Ferramonti.

Dopo l’entrata in vigore delle leggi razziali (1938) e con l’ingresso dell’Italia in guerra (1940), vi furono rinchiusi gli ebrei stranieri rimasti nel nostro Paese. Molti di loro erano musicisti professionisti già affermati: provenivano in gran parte dal Nord Europa (Austria, Germania, ex Jugoslavia) e nei Paesi d’origine avevano spesso collaborato con grandi nomi della musica dell’epoca. Erano venuti in Italia per motivi di perfezionamento artistico, oppure grazie appunto a una carriera già avviata. «Ecco perché volevano fare musica nonostante tutto, e a tutti i costi», commenta Deluca.

La musica era concessa («Dal punto di vista delle autorità fasciste era un modo per “tenerli buoni”») e si può parlare addirittura di una vera e propria programmazione: i musicisti internati facevano musica, la scrivevano, riuscivano anche a reperire – in modo non di rado rocambolesco – partiture e strumenti.

Il campo di concentramento fascista in Calabria

Emblematico il caso del campo di Ferramonti – nel comune di Tarsia, in provincia di Cosenza – che rimase aperto dal giugno 1940 al dicembre 1945, pur cessando di essere un luogo di detenzione nel 1943 grazie all’avanzata delle forze alleate anglo-americane nel Sud della Penisola.

Qui i reclusi – principalmente ebrei stranieri e gruppi di nazionalità nemica (greci, slavi e cinesi), in una babele di lingue e repertori musicali differenti – riuscirono ad avere a disposizione vari strumenti. Tra questi, violini (ottenuti da un liutaio, Nicola De Bonis, che produceva chitarre a pochi chilometri di distanza, nel borgo di Bisignano) e addirittura un pianoforte a coda e un armonium (pervenuto grazie a fra Callisto Lopinot, un missionario cappuccino alsaziano inviato dal Vaticano come assistente spirituale).

«Uno degli aspetti più straordinari di quel campo è legato proprio alla musica sacra e liturgica», spiega Deluca. Tra gli internati vi erano credenti ebrei, cattolici di rito latino, cristiani greco-ortodossi. La pratica liturgica era consentita e si svolgeva in tre baracche di volta in volta allestite. È interessante notare che lo stesso coro, composto anche da coristi della sinagoga di Zagabria, cantava durante tutte le liturgie.

Il valore dell’insegnamento ai più piccoli

L’altro aspetto da ricordare, comune anche a vari campi, è quello della didattica: a Ferramonti c’erano anche bambini, e s’insegnavano loro (in tedesco e serbocroato) l’armonia, le note, la storia della musica e via di seguito.

Era in atto cioè un tentativo di ricostruire e tramandare un’intera cultura, dei modelli umani, come sottolinea Deluca: «Questi prigionieri stavano in una zona malarica, si nutrivano di fichi e pomodori, e si ritrovavano – loro, che avevano lavorato con i più grandi musicisti del Nord Europa – a insegnare i primi elementi di musica a dei bambini. Non ci sarebbe stata alcuna necessità di eseguire Schubert e Brahms in quel contesto. Eppure la cosa apparentemente più inutile, la musica, lì diventa una necessità».

Repertori da valorizzare

Studiare e riportare alla luce la «musica internata» consiste quindi oggi principalmente nel ricostruire i repertori che erano parte del mondo di quei musicisti, ossia la musica scritta da loro prima, durante e dopo l’internamento, insieme a quella prodotta dai loro maestri e allievi, i quali poi spesso si dispersero in giro per il mondo. In sintesi, siamo di fronte alla preziosa ricomposizione di un intero universo culturale.

Un lavoro complesso che comprende – a dispetto di ciò che si può erroneamente immaginare – «repertori e musiche molto più ampie del pezzo scritto, ad esempio, su un sacco di patate», conclude Deluca.

Un lavoro su cui si stanno concentrando anche alcune tesi di laurea, come quella di Caterina Colelli, 21 anni, iscritta al terzo anno al Conservatorio di Rovigo. Suona il violoncello e ha scelto di dedicare la propria tesi a un compositore russo, Joachim Stutschewsky, autore di musica ebraica e di brani per violoncello. «Sto quindi studiando anche dal punto di vista storico cosa significò, in musica, il periodo fascista e nazifascista», spiega Colelli al telefono. «Il tema della “musica internata”, di cui si parla assai poco, mi ha molto incuriosito. Credo sia importante far sapere che, oltre al repertorio classico che tutti conosciamo, esiste questo repertorio altrettanto valido e decisamente poco conosciuto».

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