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Iran al voto per il presidente, l’astensionismo pesa

Elisa Pinna
17 giugno 2021
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Iran al voto per il presidente, l’astensionismo pesa
Sostenitrici del candidato Ebrahim Raisi a Teheran il 16 giugno 2021. (foto  Epa/Abedin Taherkenareh)

La repubblica islamica va alle urne il 18 giugno per eleggere il nuovo presidente. Il favorito è l'ayatollah Ebrahim Raisi, ultraconservatore. L'ampio fronte dell'astensionismo, però, alimenta le incognite.


Il 18 giugno 2021 gli iraniani sono chiamati alle urne per eleggere il nuovo presidente della Repubblica islamica. Finisce senza molti rimpianti in patria l’era del clerico-moderato Hassan Rouhani, che – dopo due mandati e otto anni alla presidenza – lascia in eredità al successore un Paese allo stremo, disilluso, in una crisi economica con pochi precedenti dal 1979. La crisi è certo effetto in gran parte delle sanzioni imposte dall’amministrazione Trump, dopo il ritiro unilaterale degli Stati Uniti dall’accordo sul nucleare nel 2018, ma è anche conseguenza dell’immobilismo interno e della mancanza di scelte coraggiose.

Ancora prima che aprano i seggi, stavolta sarebbe già scontato – a detta dei media iraniani e internazionali – il nome del vincitore: si tratta dell’ayatollah Ebraihim Raisi, un ultraconservatore, a capo dal 2019 della struttura giudiziaria del Paese, descritto come il “delfino” della guida suprema, l’ayatollah Ali Khamenei, e uno dei suoi più probabili successori. Se nel 2017 Raisi aveva sfidato Rouhani (al suo secondo mandato) nel duello presidenziale ed aveva perso, pur ottenendo un rimarcabile 38 per cento di preferenze, stavolta gli ayatollah non hanno voluto correre rischi. Il Consiglio dei Guardiani, un organismo composto da sei religiosi e sei giuristi, nominati direttamente o indirettamente da Khamenei e incaricato – tra tanti altri compiti chiave – di selezionare i candidati alle elezioni, ha eliminato qualsiasi avversario potenzialmente pericoloso, dal populista ed ex presidente Mahmoud Ahmadinejad all’ex conservatore, ed ora moderato, Ali Larijani, già presidente del Parlamento.

Gli sfidanti

Oltre a Raisi, sono rimasti in gara sei candidati minori, tutti laici, di cui tre , a poche ore dal voto, si sono ritirati (cosa usuale nelle presidenziali) per far convergere le loro magre percentuali, due su Raisi e il terzo su Abdolnasser Hemmati, l’ex direttore della Banca centrale iraniana.

Visto con benevolenza e simpatia dagli osservatori occidentali, come una specie di Draghi iraniano, Hemmati in realtà – nei pre-sondaggi interni – si aggira sul 3 per cento delle preferenze. Percepito come corresponsabile dei fallimenti di Rouhani, ha persino perso terreno dopo i dibattiti televisivi tra gli sfidanti. Tuttavia i giochi si potrebbero riaprire in favore di Hemmati o degli altri due candidati minori rimasti (un ex pasdaran e un medico conservatore), qualora Raisi non riuscisse ad ottenere il 51 per cento delle preferenze al primo turno. In quel caso, si andrebbe al ballottaggio (previsto per il 25 giugno) tra i candidati piazzati al primo e secondo posto e si potrebbero innescare dinamiche imprevedibili.

Raisi ha sicuramente una base elettorale tra i Pasdaran e nelle potenti fondazioni religiose islamiche (veri colossi economici e clientelari nazionali) e, tuttavia, non è certo un personaggio popolare. Innanzitutto, perché è un ayatollah e, dovendo scegliere tra un religioso e un laico, gli iraniani hanno mostrato in passato di preferire un laico, anche se su posizioni estremistiche.

Laico è meglio

Secondo uno dei maggiori storici dell’Iran, il britannico Michael Axworthy, nel 2005 Ahmadinejad, ai tempi un signor nessuno, vinse contro il superfavorito ayatollah Akbar Rafsanjani, proprio perché non indossava nessun tipo di turbante. Inoltre Raisi è considerato, in Iran e all’estero, l’«uomo nero» sempre presente dietro le repressioni sanguinose dei movimenti di protesta dei decenni post-rivoluzionari, dall’Onda verde contro i presunti brogli elettorali del 2009 (quando Ahmadinejad conquistò il suo secondo mandato) fino alle recenti rivolte del 2018-2019 contro il carovita e l’aumento del costo della benzina. Su di lui pesa infine l’ombra di aver partecipato nel 1988, seppure come giovane funzionario, a un eccidio a freddo di migliaia di prigionieri politici, una delle pagine più nere della storia della Repubblica islamica.

La bassa percentuale di affluenza al voto, prevista da tutti gli osservatori, quanto meno per il primo turno, è un elemento che comunque favorirà Raisi. Nel caso di sua vittoria, i conservatori teocratici avranno in mano tutte le leve del potere nei prossimi quattro anni, senza nessuna opposizione o dualismo. Potranno persino prendersi i meriti politici (attribuendoli alla loro fermezza) e i vantaggi economici di un ritorno all’accordo sul nucleare, su cui si sta negoziando in queste settimane a Vienna con la nuova amministrazione statunitense di Joe Biden. La guida suprema, Ali Khamenei, ha già fatto sapere, come del resto fece anche nel 2015, di non essere contraria ad intese con il “Grande Satana” americano.

Tuttavia, gli ultraconservatori dovranno anche assumersi il peso della gestione della crisi economica e sociale. Non ci sarà più un capro espiatorio, un Rouhani dai poteri dimezzati, che potrà essere additato come colpevole di ogni errore e difficoltà.

La disaffezione dei giovani

L’astensionismo, su cui punta ormai anche una parte di riformisti, è un’arma a due tagli: può portare alla vittoria Raisi e, allo stesso tempo, togliere legittimità alla nuova presidenza e al nuovo governo. Gli iraniani hanno storicamente sempre partecipato con alte percentuali – una media di oltre il 70 per cento – agli appuntamenti elettorali. Nelle presidenziali del 2017, si raggiunse il 73 per cento. Da allora, la sfiducia si è però fatta sentire: nel 2020, per il rinnovo del Parlamento (il Majlis) si è presentato un risicato 42 per cento degli elettori. Stavolta il capo della commissione elettorale del ministero dell’Interno, Jamal Orf, ha pronosticato un’affluenza tra il 36 e il 47 per cento. A non identificarsi più con il ceto politico della Repubblica Islamica, mostrando disaffezione verso i leader riformisti o conservatori, sono i giovani, soprattutto quelli istruiti delle grandi città, alle prese con la disoccupazione, l’inflazione galoppante, l’impossibilità di fare progetti per la vita.

Un canale televisivo iraniano (Irib) è andato in giro per le strade di Teheran ad intervistare le nuove generazioni. Non vi è nemmeno bisogno di conoscere il farsi per capire le risposte alla domanda se voteranno alle elezioni presidenziali. Na («no») è la prima parola pronunciata da tutti, senza eccezioni; poi ci sono le argomentazioni: l’inutilità del voto, il fatto che tutto è deciso altrove, la sfiducia totale in una classe dirigente che non li rappresenta e non li ha mai rappresentati.

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