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Istanbul e Gerusalemme città dei gatti

Eleonora Prandi
22 settembre 2020
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Istanbul e Gerusalemme città dei gatti
Due gatti sui davanzali di una casa nel centro storico di Gerusalemme. (foto Uri Lenz/Flash90)

Sono numerosissimi e benvoluti in entrambi contesti, dove hanno più fortuna dei cani. Colonie di felini popolano luoghi prestigiosi come l'antico complesso di Santa Sofia, a Istanbul, e la Knesset, a Gerusalemme.


Si aggirano indisturbati in cerca di cibo o qualche carezza tra i vicoli della città vecchia di Gerusalemme e i suoi celebri suq o nei caffè e nelle moschee di Istanbul: sono i gatti, padroni delle strade e dei quartieri di queste antiche città che li tutelano al punto da guadagnarsi sulla stampa il titolo di «città dei gatti».

Istanbul ha un’antica tradizione di cura e affetto nei confronti dei felini, onorando la tradizione che vuole che anche Maometto avesse una gatta, Muezza, che lo salvò dal morso di un serpente.

«Non c’è angolo della Mezzaluna dove un amico a quattro zampe non abbia un condominio, un negozio, un ristorante o una moschea che non si prenda cura di lui. In alcuni quartieri sono organizzate delle vere e proprie squadre di soccorso, che costruiscono anche cucce nelle aiuole, in modo che i mici abbiano un posto dove ripararsi nelle sere più fredde», scriveva Marta Ottaviani, giornalista che per molti anni ha fatto della Turchia la sua casa.

Ed è proprio in questa città e in particolare a Santa Sofia che abita uno dei piccoli felini più famosi al mondo: la gatta Gli, che nel 2009 divenne celebre dopo aver ricevuto una carezza dal presidente degli Stati Uniti Barack Obama, in visita al fiore all’occhiello tra le bellezze di Istanbul, che allora era uno dei monumenti-museo più famosi al mondo. In seguito alla decisione del governo turco di riconvertire Santa Sofia da museo a moschea, nel luglio scorso, sul web si era diffusa molta curiosità riguardo al destino della gatta. Intervistato dall’agenzia Reuters, Ibrahim Kalin, portavoce del presidente Recep Tayyip Erdogan, rassicurava: «Gli è diventata molto famosa, ma a Santa Sofia abitano anche altri gatti. Sono tutti benvenuti nelle nostre moschee».

La capitale turca non è la sola città mediorientale ad avere a cuore il destino dei mici. È di qualche giorno fa la notizia che nei giardini della Knesset, il parlamento israeliano che ha sede nei quartieri occidentali di Gerusalemme, è stata adottata permanentemente una colonia felina di trenta gatti che Sami Bakalash, il direttore generale dei servizi parlamentari, ha definito «un importante anello nell’equilibrio ecologico della struttura».

Gerusalemme è una delle città con la più alta densità di gatti al mondo, se ne contano infatti circa 2mila per chilometro quadrato e nel 2019 la municipalità stanziò 100 mila shekel (24 mila euro) per nutrire i gatti di strada.

«Ho avuto modo di incrociare alcuni dei felini ospiti dei giardini della Knesset e sono stato felice di vedere che sono ben accuditi, come i molti gatti che abitano la città vecchia. Da amante degli animali, sostengo la politica del direttore (Bakalash) e spero che possiamo essere un esempio per altre istituzioni pubbliche», ha commentato Miki Haimovich, presidente della commissione Ambiente del parlamento.

Il tema degli animali d’affezione resta però una questione controversa. Molti occidentali storcono il naso davanti al fenomeno del randagismo dilagante nelle due città, imputandolo a fattori religiosi.

Tanto nell’islam quanto nell’ebraismo non ci sono precetti religiosi che vietino il possesso di animali da compagnia. Sia ad Istanbul sia a Gerusalemme sono presenti classi sociali le più disparate e in entrambi i contesti si assiste a un aumento degli animali da compagnia. Al fenomeno contribuiscono sia il miglioramento delle condizioni economiche sia un mutamento culturale. In Israele, in particolare, anche tra gli ebrei ortodossi della Città Santa – componente sociale che in media ha più figli e meno possibilità economiche degli altri ebrei –, sta crescendo l’attenzione e la cura verso gli animali domestici. Eccezion fatta che per i cani, le cui necessità «costituiscono un problema nell’osservanza rituale dello Shabbat», si legge su Jewish Learning. Tra le attività vietate all’ebreo osservante nel giorno santo settimanale c’è infatti il tendere trappole o cacciare gli animali. Ciò esclude anche ogni forma di controllo dell’uomo su di loro, che ne limiti la libertà di movimento.

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