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Storie, attualità e archeologia dal Medio Oriente e dal mondo della Bibbia

Davamand, la Madre in vendita

Elisa Pinna
29 luglio 2020
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Si può vendere la “Madre” degli iraniani? A Teheran la Corte Suprema dice di sì e cede a una fondazione islamica un pezzo del vulcano Davamand, la montagna sacra persiana.


È pensabile mettere in vendita, o regalare, la propria madre? La domanda se la pongono polemicamente in tanti sulle radio, le televisioni, i giornali e i social iraniani in questi giorni. In Iran la risposta delle istituzioni è sì: nella Repubblica degli ayatollah tutto è possibile, persino stornare a favore di una fondazione religiosa islamica un pezzetto della madre simbolica e mitica della nazione, ovvero la Montagna sacra persiana, il monte Davamand, il vulcano più alto di tutta l’Asia e la più elevata vetta iraniana, con i suoi 5.610 metri. Con una decisione piuttosto eccentrica e misteriosa, la Corte Suprema della Repubblica islamica ha deciso domenica 26 luglio di concedere in donazione la cima del Davamand a un’organizzazione che gestisce circa 1.800 fondi religiosi e che fa capo alla suprema guida islamica, l’ayatollah Ali Khamenei.

La notizia, rivelata dal quotidiano Hamshahri, ha provocato una levata di scudi generale, non solo tra il popolo, ma all’interno dello stesso sistema di potere. Tutti i responsabili degli enti di protezione dell’ambiente, a livello nazionale, regionale, provinciale, sono insorti, mentre l’agenzia di stampa Irna, tradizionalmente legata alla presidenza della Repubblica, ovvero ad Hassan Rouhani, ha rimproverato la Corte Suprema di aver consentito uno «scippo di boschi».

Chi conosce gli iraniani, non può ignorare il loro profondo legame con la propria terra, la propria cultura, la propria identità pre-islamica. Un passo falso di Khamenei? Una notizia che non doveva divenire pubblica e che invece è stata data in pasto ai media nell’eterna lotta di potere ai vertici teocratici? Al momento i beneficiari della Fondazione islamica, denominata Organizzazione per le donazioni religiose, minimizzano: sono alcuni pascoli alla base della montagna, niente di che; serviranno ad aiutare i contadini poveri. In realtà – secondo quanto riferito da Hamshahri ed altre fonti – si tratta di 18 mila ettari, collocati sui pendii che scendono dalla vetta, un undicesimo dell’intera montagna. Qualcuno già parla di future speculazioni.

Il Davamand, come dicevamo, non è un monte qualsiasi. Nelle giornate limpide, la vetta, spesso circondata da un anello di nuvole, si vede da Teheran. Per gli iraniani è una sorta di monte Olimpo, il centro del mondo, il luogo di nascita di Mitra, la divinità associata al Sole, e di Gayomart, il primo essere umano nella mitologia iraniana. È la montagna dove, secondo la tradizione zoroastriana, è ancora imprigionato un drago a tre teste, un demonio che si era impossessato di un sovrano feroce e che nel ventre del Damavand rimarrà fino alla fine dei giorni.

Dalla cima della Montagna sacra, al termine di una lunga guerra tra persiani da un lato e il Regno del Turan dall’altro (comprendente parti degli odierni Afghanistan, Pakistan, Uzbekistan e Kazakistan) fu dato l’incarico al mitico arciere persiano Arash di scoccare la freccia che avrebbe deciso il confine tra i contendenti. Il dardo – racconta la leggenda – volò in cielo per due giorni e si conficcò lontanissimo, vicino al fiume Amu Darya, che attraversa l’Asia Centrale. Arash morì per la fatica e divenne il simbolo del sacrificio per la patria.

Dei, eroi nazionali, re, miti e leggende – un pezzo di cuore degli iraniani – finiranno ora, per così dire, sotto la giurisdizione di un’opaca fondazione iraniana, il cui presidente è nominato dalla suprema guida religiosa. È una fondazione apparentemente piccola – mai presentato un bilancio pubblico – che amministrerebbe beni per 240 milioni di dollari. Pochi, se comparati a fondi religiosi ben più importanti che controllano buona parte dell’economia iraniana e che, anche nell’era Rouhani, hanno bloccato qualsiasi tentativo di riforma e di modernizzazione del mercato nazionale. Il trofeo della «Montagna da cui si alza il fumo e la cenere» non ha prezzo. Se non quello di accrescere le tensioni in un Paese già dilaniato dalla pandemia del coronavirus, dalla massima pressione statunitense, da una crisi economica con pochi precedenti in epoca contemporanea. Ai giudici della Corte Suprema deve essere sfuggito il fatto che nella montagna è imprigionato un demone, i cui ruggiti – riferiscono gli abitanti della zona – si sentono ancora oggi.


 

Perché Persepolis?

La città di Persepolis era il centro del mondo prima di Alessandro Magno e di Roma. Era simbolo di una stagione di convivenza e integrazione culturale per quell’immensa regione che chiamiamo Medio Oriente. Oggi le rovine della capitale politica dell’antico Impero Persiano si trovano nel cuore geografico di un’area che in pochi decenni ha visto e vede guerre disastrose, invasioni di superpotenze esterne, terrorismo, conflitti latenti e lacerazioni interne all’islam: eventi che sfuggono alle semplificazioni con cui spesso in Occidente si leggono le vicende di quel quadrante geografico e che richiedono pazienza nel ricercare i fatti e apertura nel valutarne le interpretazioni. È ciò che si sforzerà di fare questo blog, proponendo uno sguardo ravvicinato sulla cultura, la società, l’economia, la religione, le radici identitarie dell’Iran e dei territori a forte componente sciita, compresi tra il Mediterraneo e Hormuz, tra lo Yemen e l’Asia Centrale.

Elisa Pinna, giornalista e scrittrice, è stata vaticanista, inviata per il Medio Oriente e corrispondente da Teheran per l’agenzia Ansa, oltre che collaboratrice di diverse testate italiane. Ha scritto libri sul pontificato di papa Benedetto XVI, sulle minoranze cristiane in Medio Oriente, sull’eredità dell’apostolo san Paolo. Con le Edizioni Terra Santa ha pubblicato Latte, miele e falafel: un viaggio tra le tribù di Israele e contribuito a Iran, guida storica–archeologica.

 

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