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Storie, attualità e archeologia dal Medio Oriente e dal mondo della Bibbia

Anche a Gerusalemme la Cina è vicina

Fulvio Scaglione
17 giugno 2020
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La Cina fa affari con l'Iran, ma oggi meno di ieri. In compenso, negli ultimi anni Pechino ha intensificato i rapporti di collaborazione e mutuo scambio economico con Israele. Anche se Washington arriccia il naso.


L’effetto combinato delle rivalità geopolitiche, delle guerre commerciali e daziarie, del virus e della crisi economica stanno rovesciando situazioni che parevano molto stabili, se non immutabili. Prendiamo la Cina e il suo rapporto con il Medio Oriente. La Repubblica popolare ha da tempo relazioni intense e cordiali con la Repubblica islamica dell’Iran, basate su un partenariato economico più che collaudato. Ma nel primo trimestre del 2020 gli scambi commerciali tra i due Paesi sono crollati del 30,4 per cento rispetto allo stesso periodo del 2019. E le esportazioni iraniane in Cina sono calate addirittura del 52,7 per cento.

Nello stesso tempo, si sono clamorosamente rinsaldate le relazioni economiche tra la Cina e Israele, arcirivale dell’Iran in Medio Oriente. Va dato atto al contestato e navigato premier Benjamin Netanyahu di aver costruito con pazienza e con astuzia un rapporto che ha tutto per non piacere agli Stati Uniti. Nel 2013 il primo ministro si recò in visita ufficiale a Pechino; nel 2015, contro il parere degli Usa, fece aderire il proprio Paese alla Asian Infrastructure Investment Bank, promossa dalla Cina per sviluppare progetti in Asia, ma anche per contrastare le politiche «filo-americane» delle grandi istituzioni finanziare internazionali; nel 2017, altra visita a Pechino per la firma di dieci accordi commerciali.

Nel maggio scorso Mike Pompeo, il segretario di Stato Usa, si recò a Gerusalemme proprio per discutere il «caso Cina». In apparenza portò a casa qualche risultato: certi progetti furono bloccati, Netanyahu promise che Huawei non avrebbe avuto parte nel G5 israeliano. Ma resta il fatto che tra il 2008 e il 2018 l’interscambio commerciale tra i due Paesi è cresciuto di quattro volte, la Cina è diventata il secondo partner commerciale di Israele e per la fine dell’anno è attesa la firma di un accordo bilaterale di libero scambio. Ogni anno più di 100 mila turisti cinesi visitano Israele. Dal 2021, in seguito a un accordo firmato cinque anni fa, sarà lo Shanghai International Port Group a gestire il porto di Haifa, mentre un’altra società cinese sta già gestendo quello di Ashdod. Tra il 2015 e oggi, gli investimenti cinesi nel cosiddetto Silicon Wadi, ovvero nel settore tecnologico israeliano, sono decuplicati.

Tutto questo può stupire. All’Onu la Cina vota sempre contro Israele, mentre vota sempre a favore dell’Iran. Ma questi sono particolari che alla dirigenza cinese, come pure a quella israeliana sicura di essere comunque appoggiata dagli Usa, interessano poco. In tempi di crisi economica nessuno va troppo per il sottile. E c’è di più. A novembre Donald Trump (il presidente che ha «legalizzato» gli insediamenti israeliani e ha portato l’ambasciata da Tel Aviv a Gerusalemme) potrebbe essere sconfitto. Il suo posto sarebbe allora preso da Joe Biden, che per otto anni è stato il vice di Barack Obama, ovvero il leader americano che ha avuto i rapporti più freddi con Israele e ha raccolto l’aperta ostilità di Netanyahu. In quel caso, un amico di più in Asia potrebbe sempre tornar utile. Anche a Israele.


 

Perché Babylon

Babilonia è stata allo stesso tempo una delle più grandi capitali dell’antichità e, con le mura che ispirarono il racconto biblico della Torre di Babele, anche il simbolo del caos e del declino. Una straordinaria metafora del Medio Oriente di ieri e di oggi, in perenne oscillazione tra grandezza e caos, tra civiltà e barbarie, tra sviluppo e declino. Proveremo, qui, a raccontare questa complessità e a trovare, nel mare degli eventi, qualche traccia di ordine e continuità.

Fulvio Scaglione, nato nel 1957, giornalista professionista dal 1981, è stato dal 2000 al 2016 vice direttore di Famiglia Cristiana. Già corrispondente da Mosca, si è occupato in particolare della Russia post-sovietica e del Medio Oriente. Ha scritto i seguenti libri: Bye Bye Baghdad (Fratelli Frilli Editori, 2003), La Russia è tornata (Boroli Editore, 2005), I cristiani e il Medio Oriente (Edizioni San Paolo, 2008), Il patto con il diavolo (Rizzoli, 2016). Prova a raccontare la politica estera anche in un blog personale: www.fulvioscaglione.com

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