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In Israele c’è l’accordo per il nuovo governo

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21 aprile 2020
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In Israele c’è l’accordo per il nuovo governo
La sera del 20 aprile 2020 nella residenza del primo ministro di Israele la firma dell'accordo Gantz-Netanyahu per la formazione del nuovo governo.

Il 20 aprile a Gerusalemme Benjamin Netanyahu e Benny Gantz hanno raggiunto un'intesa per dar vita a un nuovo governo. Il premier uscente resta al suo posto per 18 mesi


(g.s.) – A Gerusalemme è stato firmato ieri sera, 20 aprile, un accordo per la formazione di un governo d’emergenza e di unità nazionale, sottoscritto dal premier uscente Benjamin Netanyahu e dal suo principale avversario politico Benny Gantz.

Pur di scongiurare il quarto ritorno alle urne nel giro di un anno, sullo scenario politico israeliano è successo di tutto nelle settimane successive alle elezioni legislative del 2 marzo scorso.

Il dopo elezioni

Il 3 marzo il premier in carica Benjamin Netanyahu sembrava il trionfatore. Il partito Likud, di cui è leader, aveva ottenuto quasi il 30 per cento dei consensi (si sono recati ai seggi più di 7 elettori su 10). Pur avendo guadagnato altri 4 deputati rispetto alle elezioni di settembre 2019, il Likud e gli alleati di destra si fermavano però a 58 seggi della Knesset, vale a dire 3 in meno dei necessari per assicurarsi la maggioranza parlamentare di 61 su 120.

Così il leader del partito Blu e Bianco, Benny Gantz, che aveva impostato tutta la campagna elettorale all’insegna dell’alternativa a Netanyahu è stato indicato come candidato premier dai 40 deputati di centro-sinistra, dai 15 della Lista unitaria araba (che è uscita dalle elezioni come terzo partito, un risultato mai raggiunto prima) e dai 7 del partito di Avigdor Lieberman, Israel Beitenu (Israele casa nostra). Così, il 16 marzo, il capo dello Stato Reuven Rivlin ha dato a Gantz (come già dopo le elezioni d’autunno) 28 giorni di tempo per provare a formare un nuovo governo. Nel frattempo, il 24 febbraio anche in Israele era scattata l’emergenza coronavirus che ha consegnato a Netanyahu nuove carte da giocare. Innanzitutto, il processo penale a suo carico (per corruzione, frode e abuso d’ufficio), previsto per il 17 marzo, è stato rinviato (s’aprirà il 24 maggio) e poi si è fatta strada l’idea di formare un esecutivo d’unità nazionale per affrontare la crisi. Affermando di non vedere alternative Gantz ha sposato la linea. Il 26 marzo ha accettato l’elezione a presidente della Knesset e intanto a continuato a trattare con Netanyahu. Il «tradimento» di Gantz ha mandato in frantumi il suo partito e gettato nello sconforto gli elettori che speravano di liberarsi di Netanyahu. Un’altra volta ha invece prevalso la pregiudiziale anti-araba. Come nello scorso autunno, nessuno ha voluto far nascere una coalizione di governo puntellata dai deputati della consistente minoranza arabo-israeliana.

Il patto del 20 aprile

L’accordo firmato ieri, a mandato esplorativo di Gantz ormai scaduto, prevede la formazione di un governo che resti in carica 36 mesi e sia presieduto per i primi 18 da Netanyahu, e nei successivi da Gantz. Nella prima fase Gantz rivestirà la carica di vice premier e di ministro della Difesa. Alla sua parte politica andranno anche i ministeri degli Esteri e della Giustizia (ma sulle nomine nei livelli più alti della magistratura Netanyahu si assicura un diritto di veto). L’alternanza alla guida dell’esecutivo verrà sancita da una nuova legge approvata dalla Knesset, che tornerà ad essere presieduta da un esponente del Likud.

L’accordo consente di ridimensionare l’influenza sul governo delle destre religiose. Permette inoltre a Netanyahu di attuare l’annessione di parte dei Territori palestinesi di Cisgiordania entro il primo luglio prossimo se ci sarà il via libera del governo degli Stati Uniti. Occorre far presto nell’evenienza che Donald Trump esca sconfitto dalle elezioni del prossimo novembre e alla Casa Bianca si insedi un presidente meno collaborativo.

Con il patto del 20 aprile, i due antagonisti, che ora si immaginano «condomini» al governo, hanno adottato tutta una serie di clausole di reciproca garanzia. Se, ad esempio, l’Alta Corte di Giustizia dovesse sentenziare che Netanyahu non può rivestire la carica di primo ministro essendo rinviato a giudizio per reati penali, Gantz non gli subentrerebbe automaticamente, ma si andrebbe al voto. Se Netanyahu decidesse di dimettersi e indire le elezioni nella speranza di guadagnare terreno non resterebbe primo ministro ma al suo posto subentrerebbe Gantz per la gestione degli affari correnti sino all’insediamento di un nuovo esecutivo.

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