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Storie, attualità e archeologia dal Medio Oriente e dal mondo della Bibbia

L’economia egiziana e i militari, alleati o nemici?

Fulvio Scaglione
28 marzo 2020
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In Egitto, all’ombra del coronavirus è passata un’iniziativa del presidente Abdel Fattah Al-Sisi destinata ad approfondire l’influenza delle forze armate nell’economia del Paese. E non è detto che sia un bene per la nazione.


L’impatto del coronavirus in molti Paesi assume un’inconfondibile coloritura politica. La Cina lo usa come un esercizio del suo nuovo soft power. In Russia ha già provocato il rinvio del referendum che il 22 aprile avrebbe dovuto confermare i cambiamenti alla costituzione decisi dal parlamento per prolungare il potere di Vladimir Putin. Negli Usa il problema del virus condiziona la campagna per le presidenziali, mentre nell’Europa comunitaria provoca discussioni e divisioni e mette in discussione la struttura stessa della Ue.

In Egitto, all’ombra del coronavirus è passata un’iniziativa del presidente Abdel Fattah Al-Sisi destinata ad approfondire l’influenza delle forze armate nell’economia del Paese. Ai tempi di Anwar al-Sadat era stata costituita l’Organizzazione per i progetti di interesse nazionale (Opin), chiamata a garantire ai militari adeguati mezzi di sussistenza. Nei decenni l’Opin ha pian piano allargato lo spettro delle proprie attività, in aperta competizione con il settore privato. Oggi controlla 2.300 aziende, impiega oltre 5 milioni di civili (su una popolazione attiva di 30 milioni di persone) ed è l’elemento dominante dell’economia egiziana.

Nelle scorse settimane, dunque, Al-Sisi (ex capo dei servizi segreti ed ex capo delle forze armate) ha dato il benestare a un accordo tra l’Opin e il Fondo sovrano dell’Egitto per la valorizzazione o la vendita dei beni statali non abbastanza (o per nulla) produttivi. Due mesi prima, inoltre, era stata emendata una legge approvata già in epoca Al-Sisi, la numero 177 del 2018 che regola appunto le attività del Fondo. Con i recenti cambiamenti, il presidente può trasferire al Fondo la proprietà di qualunque bene o impianto statale. E il Fondo, a sua volta, ha il diritto di vendere a investitori stranieri o nazionali o di quotare in Borsa i beni così acquisiti. Gli emendamenti appena approvati prevedono, infine, che nessun cittadino possa opporsi a tale procedura né ricorrere contro i suoi esiti. È data peraltro disposizione alla magistratura di rifiutare qualunque procedimento impostato su tali basi.

Il governo ha presentato i recenti provvedimenti come un tentativo di incrementare la partecipazione del settore privato alla gestione della cosa pubblica, il che può anche essere. Ma il primo obiettivo è di rimediare alla pericolosa discesa che l’economia dell’Egitto ha imboccato negli ultimi anni. Nel biennio 2018-2019 l’inflazione ha raggiunto il 23 per cento. Nello stesso periodo gli investimenti diretti dall’estero sono scesi a 5,9 miliardi di dollari, un calo netto rispetto ai 7,7 miliardi del biennio precedente. Sempre nel 2018-2019 il debito estero dell’Egitto è cresciuto del 17,3 per cento, arrivando a 109 miliardi di dollari.

L’idea di mettere sul mercato beni o aziende che lo Stato (nel caso specifico, le forze armate) non sa o non riesce a rendere profittevoli è buona in teoria, ma si scontra con la realtà. Per accedere alle quotazioni di Borsa, una società deve sottostare a una lunga serie di condizioni, tra cui rendere pubblici il capitale, i profitti, le spese, le fonti di finanziamento e la storia fiscale della società stessa. Nella quasi totalità dei casi, le aziende che appartengono all’Opin rifiutano di farlo perché le forze armate adducono ragioni di sicurezza nazionale e mantengono i dati segreti. Anche quando si tratta di società attive nell’edilizia, nell’industria dei tessuti o in agricoltura. In queste condizioni è difficile che un investitore privato, egiziano o straniero, voglia rischiare il proprio investimento. Il piano di Al-Sisi, quindi, potrebbe risolversi in un’ottima occasione per i militari per liberarsi delle aziende improduttive, scaricandole sulle spalle dello Stato e introducendo così un ulteriore elemento di squilibrio nella traballante economia egiziana.


 

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Babilonia è stata allo stesso tempo una delle più grandi capitali dell’antichità e, con le mura che ispirarono il racconto biblico della Torre di Babele, anche il simbolo del caos e del declino. Una straordinaria metafora del Medio Oriente di ieri e di oggi, in perenne oscillazione tra grandezza e caos, tra civiltà e barbarie, tra sviluppo e declino. Proveremo, qui, a raccontare questa complessità e a trovare, nel mare degli eventi, qualche traccia di ordine e continuità.

Fulvio Scaglione, nato nel 1957, giornalista professionista dal 1981, è stato dal 2000 al 2016 vice direttore di Famiglia Cristiana. Già corrispondente da Mosca, si è occupato in particolare della Russia post-sovietica e del Medio Oriente. Ha scritto i seguenti libri: Bye Bye Baghdad (Fratelli Frilli Editori, 2003), La Russia è tornata (Boroli Editore, 2005), I cristiani e il Medio Oriente (Edizioni San Paolo, 2008), Il patto con il diavolo (Rizzoli, 2016). Prova a raccontare la politica estera anche in un blog personale: www.fulvioscaglione.com

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