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Israele, il Gran Rabbinato e le frodi sui cibi kosher

Claire Riobé
27 febbraio 2020
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Israele, il Gran Rabbinato e le frodi sui cibi kosher
Funzionari del Gran Rabbinato di Israele diretti verso un ristorante di Gerusalemme per la consegna di un certificato Kosher. (foto Hadas Parush/Flash90)

Lo Stato ebraico ha concesso al Gran Rabbinato maggiori poteri nel contrasto delle frodi alle regole religiose sull'alimentazione da parte di negozi e ristoranti. Una decisione che non piace a tutti.


Il Gran Rabbinato di Israele, suprema autorità religiosa ebraica nel Paese, è ora autorizzato ad istruire procedimenti sanzionatori contro le imprese e i ristoranti che si dichiarano kosher senza la sua approvazione.

Secondo il quotidiano Israel Hayom, che è stato il primo a riportare la notizia in Rete, è la prima volta che il ministero della Giustizia israeliano autorizza il Gran Rabbinato ad avviare un procedimento penale contro entità che infrangono le norme della kasherut (il codice alimentare religioso ebraico). Fino ad ora, solo la Procura dello Stato poteva esercitare una simile prerogativa e molte imprese chiedevano il rinvio a giudizio per scansare il pagamento di un’ammenda, confidando sui tempi lunghi della Giustizia.

Una fonte del Gran Rabbinato spiega al quotidiano Haaretz, il 18 febbraio scorso, che «per ragioni di priorità e di scarsità del personale, il ministero della Giustizia ha deciso di non occuparsi di questi casi. Fino ad ora la gente sapeva di poter richiedere un’udienza in tribunale senza che poi succedesse nulla. Il ministero ha esaminato la questione e deciso che valeva la pena di provare a cambiare».

Il Gran Rabbinato dunque è ora in grado di dare il via a un procedimento contro i trasgressori del kosher senza dover ricorrere alla magistratura, il che gli conferisce un ulteriore significativo potere nel Paese.

Kasherut all’israeliana

Dalla creazione dello Stato di Israele, nel 1948, l’amministrazione della vita religiosa e il rispetto dell’Halakah (i precetti della tradizione ebraica) vengono assicurati dal Gran Rabbinato. Per far rispettare le norme sulla kasherut, quest’ultimo lavora in collaborazione con il ministero dell’Agricoltura e con varie agenzie governative.

Il Gran Rabbinato proibisce alle imprese israeliane di scrivere che il loro ristorante è kosher, a meno che non abbiano precedentemente ottenuto un certificato che lo attesti. A chi è in possesso dell’attestazione è richiesto di non servire o vendere prodotti che non siano legittimi, puri, secondo le norme della Torah. La multa per violazione della legge è stabilita in 2.000 shekel (pari a circa 530 euro).

Nel 2016 l’Alta Corte di Giustizia israeliana ha stabilito che solo il Gran Rabbinato è in grado di rilasciare certificati in materia di kasherut, respingendo l’opinione dell’allora procuratore generale, Yehuda Weinstein, secondo il quale nel Paese potrebbero essere rilasciati certificati alternativi, a condizione che non vi appaia il vocabolo «kosher». Nel 2017 l’Alta Corte ha stabilito che le aziende prive di certificati del Gran Rabbinato non possono più utilizzare la qualifica «Kosher» in qualsiasi forma.

Una diatriba politica

I poteri del Gran Rabbinato in tema di kasherut sono oggetto di dibattito nel Paese da diverso tempo. Come spiega il quotidiano Haaretz, sono trascorsi due anni da quando l’autorità religiosa ha chiesto al procuratore generale Avichai Mendelblit l’autorizzazione ad affrontare autonomamente i casi di frode, sostenendo che la lungaggine dei procedimenti giudiziari offre una scappatoia di cui le aziende approfittano e compromette l’effetto deterrente della legge. La recente decisione rafforza il potere, già notevole, del Gran Rabbinato, con grande disappunto di quelle organizzazioni ebraiche liberali che cercano da sempre di privatizzare questa istituzione o di farla chiudere.

Il Gran Rabbinato sta cercando di mantenere il controllo esclusivo sul campo, impegnandosi a fondo per impedire che altre organizzazioni possano rilasciare certificati Kosher alternativi. Ignorando le minacce e dopo anni di avvertimenti, l’organizzazione rabbinica Tzohar ha lanciato all’inizio del 2018 la propria rete di kasherut, indipendente da quella del Gran Rabbinato di Israele.

Per Aharon Leibowitz, rabbino ortodosso polemico con il Gran Rabbinato, la decisione del ministero della Giustizia non è che un’altra battaglia nella «guerra politica» della kasherut. «È una guerra politica inutile – osserva Leibowitz – che non ha nulla a che fare con il desiderio per mantenere la kasherut in Israele».

Oded Forer, parlamentare e capogruppo del partito Yisrael Beitenu alla Knesset, da parte sua si rammarica di questa decisione: «Dobbiamo riformare il rabbinato e consentire a più corpi di entrare nel sistema della kasherut». Prosegue il deputato: «Il monopolio della kasherut nuoce ai consumatori e influisce sul costo della vita (…). La soluzione è rendere il rabbinato un organo di controllo che concede alle organizzazioni una licenza di certificazione kosher, ma che consente al pubblico di scegliere il prodotto kosher che preferisce».

Negli ultimi giorni il consigliere giuridico del Gran Rabbinato, Harel Goldberg, ha già avviato due procedimenti giudiziari. Decine di provvedimenti simili potrebbero essere avviati nei prossimi mesi.

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