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Storie, attualità e archeologia dal Medio Oriente e dal mondo della Bibbia

Tradizione e solidarietà, i ricami di Ramallah

Giulia Ceccutti
11 dicembre 2019
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Nel capoluogo della Cisgiordania, la parrocchia cattolica di rito melchita mette a disposizione di centinaia di donne - cristiane e musulmane - un laboratorio di ricamo. Luogo di incontro e di trasmissione della cultura tradizionale, oltre che di concreta solidarietà.


C’è Siham, che abita nel villaggio di Deir-Ibzee, vicino a Ramallah. Ha la madre molto malata. Tante le spese a cui far fronte per le sue medicine. C’è Shadia, del villaggio di Ein-Areek, che vive sola e da anni si muove su una sedia a rotelle. Ha bisogno di provvedere a sé stessa e allo stesso tempo di tenersi impegnata. Poi Ma’zouzeh, di Al-Tireh. Ha 68 anni, sette figli e sette nipoti da crescere, perché la figlia, la loro madre, è detenuta in carcere in Israele, ingiustamente accusata di aver cercato di pugnalare un soldato israeliano.

Sono alcune delle circa duecentocinquanta donne palestinesi – cristiane e musulmane – che lavorano per il laboratorio di ricamo del Centro pastorale della parrocchia melchita di Ramallah. Abitano tra la città e alcuni sobborghi vicini.

Un centro per 500 mani

Il laboratorio è sorto nel 1988, nel pieno della prima Intifada, per iniziativa di un piccolo gruppo di volontarie locali. «Il progetto – spiega Hélène, una delle coordinatrici – è nato per rispondere al bisogno e al desiderio di tante donne di partecipare alle spese di famiglia quando gli uomini erano spesso in prigione o senza lavoro. La situazione economica a Ramallah, e in generale in Palestina, resta oggi ancora precaria, il costo della vita alto. Troppo alto, per numerose famiglie».

Questo progetto è una risposta. Le donne si recano periodicamente al Centro per ritirare il lavoro di ricamo da eseguire a casa e poi lo riconsegnano terminato. Lo stesso fa un gruppo di sarte che segue il montaggio e il cucito. Un altro gruppo di volontarie e di donne pagate si occupa, infine, della scelta dei motivi, dell’acquisto del materiale, di contabilità e vendita.

«Ricamo per il Centro ormai da dieci anni», racconta la trentenne Shireen. «Mia mamma, invece, da più tempo: è lei che mi ha suggerito di aiutarla e mi ha incoraggiato. Ho quattro figli. La più piccola è malata e devo spesso portarla in ospedale, anche tre volte a settimana. Lo stipendio di mio marito non è sufficiente: grazie a questo lavoro posso contribuire a pagare le spese per il trasporto di mia figlia e, naturalmente, per i farmaci. La sera, quando i bambini sono a letto, posso cominciare a pulire la casa e a ricamare… Sono molto grata per questa opportunità».

Il laboratorio è anche un modo per mantenere viva la tradizione palestinese del ricamo a punto croce. «È una tradizione che si trasmette da una generazione all’altra», commenta Carla, una volontaria italiana, «soprattutto grazie ai costumi tipici che indossano le donne. I motivi dei nostri lavori s’ispirano a quegli abiti e rappresentano, in modo stilizzato, le colline, gli alberi, i fiori, le piante e alcuni animali della regione».

Il lavoro di questa piccola realtà – sostenuta in gran parte dai gruppi di turisti e pellegrini e dalle vendite all’estero – alimenta dunque una memoria collettiva. Con un’attenzione speciale alle giovani generazioni, ad esempio attraverso concorsi di ricamo dedicati a loro.

Spazio di condivisione

Il laboratorio – con il sorriso accogliente delle coordinatrici, il piccolo giardino all’ingresso e i suoi scaffali ordinati – è infine, per tutte, un luogo di ritrovo e condivisione. Un modo per stare insieme. Il Centro melchita organizza infatti periodicamente eventi e incontri. Per la festa della mamma, ad esempio, lo scorso 21 marzo il tema scelto è stato la prevenzione del tumore al seno. «Un’oncologa è venuta a parlare in modo molto semplice alle donne», continua Carla. «Si è acceso un dibattito vivace, con tante domande. Al termine, tutte hanno chiesto di poter approfondire il tema attraverso altri incontri».

L’ultimo evento, cui ha partecipato una trentina di donne, è stata a novembre la Quarta settimana della cucina italiana nel mondo, organizzata dal consolato generale d’Italia a Gerusalemme, dal comitato Dante Alighieri di Betlemme-Ramallah, dall’ufficio di Amman dell’Agenzia Ice (ente pubblico per la promozione delle imprese italiane all’estero – ndr) e dal Centro pastorale della Chiesa melchita. Grazie alla guida di uno chef, per due giorni a Ramallah hanno preparato della pasta fatta in casa, apprendendo anche nozioni fondamentali sull’alimentazione sana.

Diversi, dunque, i significati che possono esserci nelle pieghe e nei disegni di un ricamo tradizionale palestinese: dignità, cultura, identità di un popolo.

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