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A Hippos c’è un’altra «moltiplicazione dei pani»

Christophe Lafontaine
5 settembre 2019
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In un sito archeologico a Sussita, sulla sponda orientale del lago di Tiberiade in Israele, è tornato alla luce un pavimento musivo di 1.500 anni fa. Tra le figure rappresentate anche ceste di pane e vari pesci.


Negli scavi archeologici di Hippos (l’odierna Sussita), antica città della Decapoli sulla sponda orientale del lago di Tiberiade – in Galilea, Israele –, è stato recentemente riportato alla luce un ampio e variopinto pavimento musivo. La scoperta è avvenuta quest’estate, spiega con un comunicato del 4 settembre l’Università di Haifa, i cui ricercatori hanno condotto scavi nelle rovine di una delle sette chiese che si trovano nel sito. La chiesa in questione, oggi caratterizzata con l’appellativo «bruciata», fu costruita tra la seconda metà del V secolo e l’inizio del VI. I ricercatori spiegano che l’edificio fu distrutto durante un incendio che causò anche il crollo del tetto, probabilmente nel corso dell’invasione dei Sassanidi (dinastia persiana) all’inizio del VII secolo. Secondo il comunicato diffuso dall’ateneo di Haifa, i mosaici del pavimento si sono salvati grazie a uno strato di cenere che li ha coperti e protetti per secoli, fino a quando una squadra di archeologi al lavoro nel Parco nazionale di Sussita – gestito dall’Autorità israeliana per la natura e i parchi – non li ha riportati alla luce del sole sotto la guida dell’americana Jessica Rentz, che era alla sua prima esperienza come responsabile di un’area di scavo nel sito.

Nelle settimane successive alla sua scoperta, la maggior parte del tappeto musivo della «chiesa bruciata» (un rettangolo di 10 × 15 metri) è stata ripulita e messa in sicurezza da Yana Vitkalov dell’Autorità israeliana per le antichità. Compongono questo tappeto di tessere multicolori motivi geometrici e raffigurazioni di uccelli, pesci, limoni, melograni (il melograno simboleggia tra i cristiani la risurrezione e la vita eterna), cesti di pane i cui «vari colori possono riferirsi ai diversi tipi di farina, di grano e d’orzo», ha dichiarato Michael Eisenberg, capo della squadra impegnata negli scavi di Hippos per conto dell’Istituto di archeologia dell’Università di Haifa.

Nell’abside della chiesa i mosaici rappresentano due pesci, mentre nella navata due gruppi di tre pesci e dodici canestri con cinque pani che ricordano gli altrettanti cesti di pane rimasti agli apostoli dopo che Gesù aveva miracolosamente sfamato una folla di circa 5 mila persone («senza contare donne e bambini», dice il Vangelo di Matteo al capitolo 14 versetto 21) che Gesù aveva nutrito moltiplicando miracolosamente cinque pani e due pesci. Tale iconografia e la posizione della chiesa sul lago di Tiberiade «stabiliscono immediatamente il legame» con il miracolo di Gesù, annota l’Università di Haifa. «Ci possono essere diverse spiegazioni per la presenza del pane e dei pesci nel mosaico, ma non si può ignorare la somiglianza con la narrazione del Nuovo Testamento», afferma l’archeologo Michael Eisenberg.

Hippos o Tabgha?

Sebbene il luogo geografico in cui ebbe luogo la moltiplicazione dei cinque pani e dei due pesci non sia chiaramente indicato nei Vangeli, la tradizione vuole che sia il sito di Tabgha, sulla sponda nord-occidentale del lago di Tiberiade, vicino a Cafarnao, ad essere riconosciuto come luogo del miracolo. Il santuario che vi sorge è stato costruito sui resti di una chiesa del IV secolo e una basilica del V secolo. Racchiude un famoso mosaico coevo della basilica, e ritrovato in situ, che rappresenta due pesci e un cestino pieno di quattro pagnotte.

Michael Eisenberg preferisce rimanere cauto nell’interpretazione del mosaico di Hippos, ma osserva che «se leggiamo attentamente il Nuovo Testamento, è evidente che [il miracolo] avrebbe potuto svolgersi a nord di Hippos, nelle vicinanze della città». In effetti nel Vangelo di Giovanni (al capitolo 6 versetto 17) leggiamo che dopo il suo miracolo Gesù rimase a pregare sulla montagna mentre i discepoli, in barca, si diressero verso l’altra sponda del lago, in direzione di Cafarnao.

Un altro argomento giocherebbe a favore di Hippos, secondo l’Università di Haifa. Perché, a Tabgha, se il mosaico rappresenta due pesci, il cesto contiene solo quattro pagnotte, mentre gli evangelisti menzionano tutti il miracolo citando specificamente cinque pani. Presenti, invece, nel mosaico di Hippos che, inoltre, comprende i dodici famosi cesti raccolti a fine pasto. Anche se è vero che i due pesci rappresentati nel mosaico dell’abside della «chiesa bruciata» sono distanti e separati dai panieri rappresentati nella navata.

A Tabgha, invece, il cesto col pane è chiaramente circondato da due pesci, ad evocare il miracolo in modo eloquente. Eisenberg non elude comunque il tema delle «differenze tra la rappresentazione del mosaico della chiesa bruciata e la descrizione nel Nuovo Testamento». Nota che i cestini non sono tutti pieni di pane, alcuni contengono frutti. Il ricercatore riconosce che questi cesti sono circondati da due gruppi da tre (anziché due) pesci.

I dubbi restano

In definitiva, al momento non esiste alcun modo, nessuna iscrizione contestuale alla realizzazione del mosaico, che consenta di certificare se l’intenzione degli autori del mosaico fosse di rivendicare Hippos come il teatro della moltiplicazione dei pani e dei pesci, o semplicemente di evocarlo in considerazione della vicinanza geografica al lago di Galilea. «Completeremo lo scavo e la pulizia del restante 20 per cento del mosaico, tenendo in conto ogni ipotesi. I pesci, d’altronde, hanno numerosi significati simbolici nel mondo cristiano e la loro interpretazione richiede cautela», ha riassunto Eisenberg.

Gli scavi della chiesa bruciata a Hippos-Sussita hanno anche restituito due iscrizioni in greco, contenenti errori grammaticali ed ortografici, come riferisce il quotidiano Haaretz. Ciò suggerisce che gli abitanti del luogo non avevano familiarità con il greco in epoca bizantina. La lingua sarebbe stata riservata ad usi liturgici. Il primo dei due testi fa riferimento a due sacerdoti locali, Teodoros e Petros, che costruirono un martiryum, cioè un santuario dedicato a un martire con al centro una reliquia del venerato defunto. Il secondo testo, iscritto all’interno di un medaglione mosaicato all’ingresso della navata, reca il nome del martire, un certo Teodoros.

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