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75 anni fa, ebrei profughi in Puglia

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30 agosto 2019
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75 anni fa, ebrei profughi in Puglia
Uno dei murali di Zivi Miller, raffigurante il popolo ebraico in cammino verso la Terra promessa, conservato nel Museo della memoria di Nardò (Lecce).

Migliaia di ebrei sopravvissuti ai Lager nazisti trovarono riparo in località del Salento sotto protezione degli Alleati. L'ospitalità degli italiani fu all'inizio imposta, ma si trasformò in accoglienza e solidarietà. Una vicenda riscoperta in anni recenti.


In alcune località costiere del Salento, che negli ultimi decenni è diventata una delle mete estive più amate da italiani e stranieri, 75 anni fa iniziò un’esperienza di accoglienza oggi quasi dimenticata. Tra Nardò, Santa Maria di Leuca, Tricase e alcuni altri centri furono ospitati in un primo tempo profughi slavi e albanesi, in fuga dalle stragi nei Balcani, e in seguito ebrei sopravvissuti alla Shoah.

La Puglia, come il resto del Mezzogiorno, era stata occupata dagli Alleati anglo-americani. Nel Salento che si allunga come un pontile verso il Mediterraneo sud-orientale, furono individuati alcuni luoghi per dare riparo ai profughi delle zone d’Europa più devastate dalla guerra. A Santa Maria al Bagno, villaggio costiero di Nardò, a pochi chilometri da Gallipoli, fu creato il più grande di questi insediamenti. Nel 1944 furono requisite dalle autorità militari britanniche numerose abitazioni, perlopiù di villeggiatura. Il campo di accoglienza e transito di Santa Maria a Bagno, indicato con il n. 34, arrivò ad accogliere negli anni seguenti fino a quattromila persone.

L’operazione fu effettuata non senza resistenze da parte delle amministrazioni locali e, naturalmente, dei proprietari italiani delle case, che non poterono però bloccare le decisioni delle forze occupanti. Sulle rive del Mediterraneo trovarono così alloggio ebrei, perlopiù polacchi, e in misura minore, cecoslovacchi, romeni, ungheresi, e provenienti da oltre una decina di altri Paesi europei. Alcuni erano stati internati in campi istituiti dal regime fascista nel Mezzogiorno, altri arrirono da Buchenwald, Dachau, Mauthausen e altri campi di sterminio liberati nel 1945. Fu l’Unrra, agenzia istituita durante la guerra per gestire aiuti e ricostruzione e poi confluita nell’Onu, a fornire i generi di sopravvivenza a chi aveva perso tutto.

Incontro fra lontani

Agli inizi la lingua fu il più grande ostacolo nella comunicazione con gli italiani del luogo. I profughi infatti non erano isolati, ma vivevano a fianco dei residenti che avevano potuto restare nelle loro case: chi aveva solo un’abitazione non subì requisizioni. I salentini vedevano all’inizio con diffidenza, ma poi con crescente simpatia, persone diverse per provenienze e lingue, cariche di sofferenze e lutti. Poco alla volta, soprattutto i giovani, scoprirono le storie personali, capirono perché pochi erano i nuclei familiari completi.

Furono create le strutture, aperte due sinagoghe non lontane dalla chiesa, le mense dove gli ebrei consumavano insieme i pasti, l’ambulatorio. Furono organizzati spettacoli di musica e teatro, alcuni studenti si inserirono nelle scuole locali, si celebrarono matrimoni. Si allacciarono legami.

Nina Horowitz, che era arrivata nel Salento a 14 anni, cinquant’anni dopo ricordava il mare, il clima, descrivendo quegli insediamenti come «centri di rianimazione» per i sopravvissuti ai campi di sterminio. «Seppi che cos’è la libertà, la dolcezza delle genti. Quando lasciammo Santa Maria al Bagno eravamo nuovamente persone pronte ad affrontare una nuova vita», afferma molti anni dopo. La sua e altre testimonianze sono raccolte in un libro di Mario Mennonna, Ebrei a Nardò (2008) che ricostruisce con dati e immagini quella vicenda. Molti portarono in Israele e in altre destinazioni i ricordi dei luoghi e della generosità mostrata dalla gente del posto.

I campi dei profughi non furono certo impermeabili agli avvenimenti della fine del conflitto e dell’immediato dopoguerra. Ci furono fermenti sionistici, furono tentati reclutamenti di forze per combattere in Palestina, osteggiati dai britannici che in quegli anni controllavano gran parte del Medio Oriente e intendevano mantenere lo status quo politico.

Dov Shilansky, nato in Lituania nel 1924 e destinato a divenire membro e presidente della, è forse la figura pubblica di maggiore spicco tra coloro che vissero a Nardò. Probabilmente anche Golda Meir, primo ministro di Israele negli anni Settanta, trascorse un periodo nel Salento, ma non ci sono prove certe.

Solo negli ultimi vent’anni, con l’istituzione della Giornata della Memoria, è stato fatto un lavoro di indagine storica sui profughi ebrei in Puglia in quell’intervallo, non breve, tra la fine della guerra e la scelta per molti dell’aliyah verso il neonato Stato di Israele. Nel 2005 Nardò fu insignita della medaglia al merito civile dal presidente Ciampi. Simbolo di quel passaggio sono alcuni murales realizzati allora dall’ebreo polacco Zivi Miller, oggi conservati nel locale Museo della memoria e dell’accoglienza. Un piccolo museo, inaugurato nel 2009 e che si può visitare nei mesi da luglio a settembre. Zivi Miller, un uomo segnato dalla perdita tragica della moglie e del figlio, nel campo conobbe Giorgia My, un’italiana che divenne sua moglie. (f.p.)

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