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Quella lettera dalla clausura all’Italia

Giampiero Sandionigi
23 luglio 2019
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Quella lettera dalla clausura all’Italia

Echi della lettera aperta che decine di monasteri di clausura hanno inviato l'11 luglio scorso ai presidenti Mattarella e Conte per auspicare più attenzione alla dignità dei migranti. Due delle fraternità che l'hanno sottoscritta ci spiegano le loro ragioni.


Lo scorso 11 luglio – in coincidenza con la memoria liturgica di san Benedetto da Norcia, padre del monachesimo in Occidente e co-patrono d’Europa – oltre sessanta monasteri di clarisse e carmelitane di varie parti d’Italia hanno indirizzato una lettera aperta al presidente della Repubblica Sergio Mattarella e al presidente del Consiglio dei ministri, Giuseppe Conte.

Pochi giorni dopo le monache di clausura hanno trasmesso la lettera anche al quotidiano cattolico Avvenire, che l’ha pubblicata domenica 14 luglio rendendo noto che anche altri religiosi e religiose avrebbero potuto sottoscriverla se ne avessero condiviso i contenuti.

Nella lettera alle due alte cariche della Repubblica Italiana le claustrali esprimono «preoccupazione per il diffondersi in Italia di sentimenti di intolleranza, rifiuto e violenta discriminazione nei confronti dei migranti e rifugiati che cercano nelle nostre terre accoglienza e protezione».

«Tramite voi – scrivono le religiose – chiediamo che le istituzioni governative si facciano garanti della loro dignità, contribuiscano a percorsi di integrazione e li tutelino dall’insorgere del razzismo e da una mentalità che li considera solo un ostacolo al benessere nazionale. Accanto alle tante problematiche e difficoltà ci sono innumerevoli esempi di migranti che costruiscono relazioni di amicizia, si inseriscono validamente nel mondo del lavoro e dell’università, creano imprese, si impegnano nei sindacati e nel volontariato. Queste ricchezze non vanno svalutate e tante potenzialità andrebbero riconosciute e promosse».

Le monache comunicano ai due presidenti che molti monasteri si stanno interrogando su come contribuire direttamente all’accoglienza, affiancando l’impegno delle diocesi. Qualche comunità ha già messo a disposizione spazi e aiuti. «E, al tempo stesso – assicurano –, tutte noi cerchiamo di essere in ascolto della nostra gente per capirne le sofferenze e le paure».

Sul finale le suore prendono posizioni nette: «Desideriamo sostenere coloro che dedicano tempo, energie e cuore alla difesa dei profughi e alla lotta a ogni forma di razzismo, anche semplicemente dichiarando la propria opinione. (…) Desideriamo dissociarci da ogni forma di utilizzo della fede cristiana che non si traduca in carità e servizio» (si può accedere alle pagine di Avvenire con il testo integrale della lettera cliccando qui).

Grazie all’eco che ha trovato sul quotidiano della Conferenza episcopale italiana la lettera aperta delle claustrali ha incassato nel giro di pochi giorni centinaia di consensi e adesioni scritte, segno che interpreta, probabilmente, sentimenti diffusi tra molti cattolici, forse meno chiassosi di altri sulle reti sociali e nell’infosfera.

Tra le adesioni pervenute c’è anche quella, a titolo personale, di un frate della Custodia di Terra Santa, il veneto fra Diego Dalla Gassa, responsabile del romitaggio presso l’orto del Getsemani, a Gerusalemme. Per via delle sue molte occupazioni non ci è stato possibile raccogliere da lui le ragioni che lo hanno indotto ad aderire.

Abbiamo invece potuto interagire con le clarisse del monastero di Milano – una delle comunità che ha preso l’iniziativa della lettera aperta dell’11 luglio – e con le clarisse di Bouar, che hanno inviato la loro adesione dalla remota e tribolata Repubblica Centrafricana.

Le clarisse di Milano

Dal monastero di Milano ci dicono: «La realtà di tanti fratelli e sorelle migranti e la complessità di una situazione che merita di essere affrontata con umanità dalle istituzioni competenti ci interpella profondamente, così come tante altre questioni che riguardano il rispetto dei diritti e della dignità di ogni persona. L’ascolto delle notizie, l’incontro con chi è direttamente coinvolto nei processi di integrazione dei migranti e la conoscenza personale con alcuni di questi ultimi sono certamente per noi occasione di preghiera. Ma davanti ai fatti di cronaca che narrano un clima sempre più segnato da chiusura, paura, rifiuto, violenza verbale e fisica, abbiamo avvertito l’appello a farci voce di tanti poveri che subiscono ingiustizia, che scontano sulla loro pelle la fatica delle istituzioni politiche del nostro Paese e dell’Europa a trovare una via condivisa per affrontare tale situazione complessa». Per trovare le risposte giuste, osservano le monache, occorre evitare di restare sul piano emotivo della paura, strumentalizzando il dramma di tanta sofferenza, senza guardare le radici dei problemi, che non ci trovano innocenti: tanta è la responsabilità dei nostri Paesi coinvolti nello sfruttamento dei territori delle nazioni più povere, nella vendita di armi, negli interessi politici».

«La decisione di rendere pubblica la lettera aperta – spiegano le clarisse del capoluogo lombardo – ha intercettato il desiderio di tante altre comunità, monasteri, istituti religiosi, singole sorelle e fratelli di varie congregazioni, che dalla data della pubblicazione stanno sottoscrivendo il testo. È una voce che si amplifica in modo corale, e che è eco di tanti piccoli e magari nascosti gesti di prossimità e di accoglienza».

Concludono le clarisse di Milano: «Il racconto evangelico del buon samaritano (Vangelo di Luca, capitolo 10, versetti 25-37 – ndr), che era proprio il brano proposto dalla liturgia nel giorno in cui è stata pubblicata la lettera, resta sullo sfondo come punto di orientamento per le scelte e per il comportamento di ogni cristiano. Guardando a Gesù e al suo chinarsi con compassione sulle ferite dell’uomo, prendendosi cura e facendosi carico della sofferenza di un fratello nel bisogno, indipendentemente dalla sua provenienza e appartenenza etnica e culturale, possiamo comprendere quale sia la strada buona da percorrere. Il guadagno sarà per l’intera umanità».

Dal cuore dell’Africa

Dal 2013 almeno la Repubblica Centrafricana non trova pace ed è stravolta da lotte intestine. Gruppi armati imperversano in varie parti del Paese, minando la pacifica convivenza e inducendo molte persone alla fuga. Si stima che i profughi centrafricani nei Paesi confinanti siano 450 mila spiegano le clarisse del monastero di Bouar – cittadina nella zona orientale del Paese – che osservano: «Farsi voce di chi non ha voce, fa parte della nostra missione di ogni giorno: cerchiamo di farlo “rimanendo” alla Presenza di Dio, ma dentro la storia e il cammino del popolo particolare, con il quale siamo chiamate a vivere».

«Quando abbiamo letto la lettera delle nostre sorelle dell’Italia, ci siamo rallegrate e non abbiamo esitato a sottoscriverla: non potevamo non farlo… Quanti nostri fratelli, anche di questa terra, hanno dovuto fuggire dalle loro case per salvare almeno la propria vita, dopo aver visto il poco che avevano distrutto e saccheggiato».

«La nostra fraternità – ci scrivono da Bouar – è formata da sorelle africane e italiane. Insieme condividiamo tutto e, stando da “questa parte del mondo”, sentire ciò che accade al largo delle coste italiane ci lascia interdette e ci fa profondamente male… Com’è possibile? È la domanda che spesso ci facciamo e che resta senza risposta. Se chi decide di chiudere i porti, o il cuore, provasse a vivere un poco là, da dove tanti nostri fratelli fuggono, forse riuscirebbero a capire».

«Sì – incalzano le clarisse –, perché vivere in un Paese sconvolto da conflitti armati che durano anni, conoscere persone che hanno perso i propri cari e tutto il resto, vedere immagini e sapere di violenze atroci (che restano impunite), alle quali parte della popolazione è sottoposta giorno dopo giorno, cambia lo sguardo, il modo di valutare la realtà, di leggere la storia. Converte il cuore».

Se l’Europa mal tollera gli arrivi dal sud del Mediterraneo, tuttavia non può dimenticare le responsabilità sue e dell’Occidente. «Tutti sappiamo – dicono le claustrali – che questi conflitti, che destabilizzano al loro interno tanti Paesi, sono “sostenuti” e favoriti, per questione economiche e politiche, da grandi potenze straniere. Le stesse che spesso siedono ai tavoli negoziali o inviano “forze di pace”, nel medesimo tempo se ne accaparrano le ricchezze, chiudono porti e porte, alzano muri e gettano le loro colpe su chi non ha voce, seminando intolleranza e violenza…».

Concludono le clarisse di Bouar: «A noi resta la forza dell’intercessione, nella certezza che il Signore “vede la miseria del suo popolo e ascolta il grido dei suoi poveri”; a noi resta di continuare a credere che tanti gesti di accoglienza e di bene, che non s’impongono ma si propongono nell’umiltà e nel silenzio, possono costruire ponti e aprire nuove vie di apertura e di solidarietà; a noi resta la missione di essere “spazio aperto”, di “rimanere”, come sorelle povere, dove Lui ci vuole, continuando a seminare la speranza e la pace».

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