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Pirone: l’islam e nuovi percorsi di fratellanza

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25 giugno 2019
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Pirone: l’islam e nuovi percorsi di fratellanza
La croce della chiesa copta di Sant’Antonio e vicina la cupola della moschea El Aziem, nel sobborgo di Maadi a est del Cairo.

Studioso dei rapporti storici tra musulmani e i cristiani che vivono nelle terre a maggioranza islamica, Bartolomeo Pirone valuta lo stato dei rapporti odierni alla luce del passato.


«Innovazioni che fino a poco tempo fa erano insperate»: così Bartolomeo Pirone riassume l’incontro avvenuto ad Abu Dhabi lo scorso febbraio tra papa Francesco e l’imam dell’Università di Al-Azhar, Ahmed al-Tayyeb. «Il magistero della Chiesa è stato efficace – osserva lo studioso –, soprattutto perché non ha puntato sul proselitismo, non si è imposto, non ha preteso di ridurre l’islam nell’ottica del cristianesimo. Ha cercato di far sì che l’islam conservasse la propria identità e, attraverso la testimonianza di cristiani convinti della efficacia della propria fede con i loro atti, si è giunti a questo incontro».
Arabista di fama, già docente all’Università di Napoli «l’Orientale» e studioso del centro Muski dei francescani al Cairo, Bartolomeo Pirone ha dedicato al rapporto fra cristiani e musulmani il suo ultimo libro, Infedeli. I cristiani sotto il dominio dell’islam da Maometto al XX secolo.
Partendo da fedeli riproposizioni di testi storicamente comprovati, «testimoni» di questa convivenza tra musulmani e cristiani, ha redatto un saggio di quasi 400 pagine che riassume anni di studi sul tema. Non a caso, perciò, gli abbiamo chiesto di tornare su un evento come il viaggio pontificio nella Penisola araba, carico di significati simbolici e di visione profetica.

Qual è un aspetto significativo di quell’incontro?
Per la prima volta da parte musulmana non si riconosce che esiste «la» religione, ma esistono «le» religioni. È importante perché, se noi leggiamo il Corano dalla prima all’ultima parola, non troviamo mai il plurale del termine «religione». Perciò, diversamente da una prospettiva che vorrebbe un islam – per così dire – sclerotizzato, nell’assunzione somma di un monoteismo assoluto (che non tollererebbe la presenza di altre fedi), nell’incontro di Abu Dhabi si riconosce la presenza di altre religioni e inoltre si introduce il concetto di «fratellanza».

È un concetto, quello della fratellanza, storicamente respinto dall’islam?
L’islam nei primi tempi ha sostituito il legame di sangue che amalgamava tutti i membri di una tribù con quello della fratellanza nella fede. Al punto tale che quando nei primi tempi c’era un convertito all’islam da un’altra religione (pensiamo a Salman al-Farisi, il primo convertito persiano) Muhammad immediatamente lo ingloba nel concetto della «casa», dicendo «al-Farisi è dei nostri». Si riappropria di una specie di universalismo che fino ad allora sembrava impossibile da concepire. E forse oggi certe pulsazioni che sono state sedimentate per parecchi secoli possono affiorare e rendere all’islam contemporaneo un volto nuovo: ci fa capire che l’islam può evolversi in una dimensione di riconoscimento degli altri. Sarebbe un ottimo punto di partenza. È uno dei meriti di Papa Francesco, che capisce molto meglio di altri quali sono le vie attraverso le quali camminare insieme.

Il suo libro raccoglie numerosi testi e testimonianze sullo sviluppo unitario di questo rapporto.
In un primo momento Muhammad aveva un grande rispetto dei cristiani, addirittura raccomandava i suoi di rivolgersi ai cristiani qualora ci fossero punti oscuri sotto l’aspetto dell’interpretazione all’interno del Corano. Poi questa iniziale ottima considerazione di Mohammed andò restringendosi, mano a mano che passavano gli anni e si affermava il suo prestigio di capo religioso e civile di questa neonata comunità musulmana. La umma veniva a sostituirsi tanto al concetto di «popolo eletto» della tradizione ebraica, quanto al concetto di comunità cristiana.
Sotto i suoi successori, al tempo delle prime conquiste, si assiste a un inasprirsi delle relazioni di cordialità nei confronti dei cristiani, definiti «infedeli». Sono coloro che – secondo i musulmani – nella loro dottrina contaminano il culto di un Dio uno e unico, con la loro fede nella Santissima Trinità, nel considerare Maria madre di Cristo vero Dio e vero uomo, e nel considerare Cristo vero figlio di Dio.

Si creano quindi situazioni in cui l’islam tiene sotto il suo dominio le comunità cristiane nei Paesi conquistati. Uno strumento chiave è la tassazione.
Le comunità cristiane storicamente sono state soggette al pagamento della ğizya e del kharaj, le tasse sui beni immobili e sulle persone. Prevaleva una considerazione di opportunismo: i cristiani rimanevano sotto gli statuti giuridici emanati dall’islam e concorrevano a incrementare l’erario pubblico. La doppia tassazione garantiva entrate usate per la stabilizzazione dell’islam stesso e per mantenere quelle forme di assistenza che l’islam riserva, ad esempio, alle vedove, agli orfani, ai bisognosi.
Da una parte, l’islam aveva la necessità di rendersi visibile attraverso la predicazione, la cosiddetta da’wa, cioè l’esortazione a riconoscerlo come la religione ultima, data da Dio al profeta Muhammad. Ma una volta che uno o più cristiani passavano all’islam, non erano più tenuti a pagare la doppia tassazione. Per cui l’opportunità oscurare anche l’intenzione dell’islam di fare in modo che tutti potessero diventare musulmani.

L’equilibrio regge ancora dopo l’anno Mille quando gli europei iniziano a espandersi?
Il rapporto diviene più esasperato quando i cristiani vengono considerati nemici dell’islam sotto il profilo storico e sociale, quasi al servizio delle potenze occidentali che cercano di espellere, ad esempio dalla Palestina nel tempo delle Crociate, la presenza musulmana. Le relazioni peggiorano, in particolare con i francescani in Terra Santa e altri ordini religiosi che vengono tenuti sotto controllo costante, anche dal punto di vista della tassazione. L’islam condiziona poi la vita interna delle comunità cristiane, come le elezioni di diversi patriarchi e capi religiosi…

Quello degli edifici ecclesiastici, che lei esamina soprattutto nella storia in Egitto, è un tema caldo anche oggi in alcuni Paesi musulmani…
Il tema riguarda la presenza dell’islam in territori dove nel VII secolo le chiese già esistevano. C’è una questione di priorità storica della chiesa rispetto alla moschea in quanto tale. Una volta che l’islam si afferma e si impadronisce di terre che erano state cristiane, è necessario che tutto venga permeato dagli elementi dell’islam stesso. La moschea ha un ruolo centrale. Se c’è una chiesa è necessario che ci sia una moschea, perché essa rappresenta l’affermazione di superiorità di una religione che è venuta, sì, dopo, ma che gode di un privilegio da parte di Dio.

In concreto nel passato come si è manifestata questa coesistenza nelle terre dell’islam?
Se la moschea è il simbolo centrale della religione, è necessario che sia là dove ci sono i simboli di altre comunità religiose. E questi simboli dal punto di vista fisico devono essere «inferiori»: ad esempio, il campanile deve essere più basso del minareto, la cupola di una chiesa avere dimensioni più ridotte di quella della moschea, ecc. Perciò la convivenza tra la moschea e la chiesa è dettata sempre dalla necessità di riconoscere alla moschea una priorità. Se la chiesa sta in qualche modo in conflitto con la moschea, è la chiesa a perdere, la chiesa può essere anche abbattuta. Non dimentichiamo che la chiesa, con la sua ricca rappresentazione di immagini e la raffigurazione della croce nella sua stessa pianta, possiede una grande forza di immagine e, nelle comunità semitiche, l’immagine è ciò che trasmette immediatamente la realtà.

Come sono state viste le feste religiose cristiane nell’islam?
Autori musulmani ci presentano in una serie di scansioni cronologiche di festività cristiane e con questo ci aiutano a capire che cosa i musulmani intendono per le nostre feste, come la Pasqua, il battesimo di Cristo, il ritrovamento della Croce, ecc. Abbiamo testi in cui si puntualizza che cosa i cristiani ritengono di alcune feste e quali sono le idee dei musulmani. È sintomatico che si interessino di questi argomenti. Dal punto di vista linguistico trasformano le definizioni delle nostre credenze ad usum dell’islam stesso. Leggere questi testi e vedere come introducono usanze o traduzioni di chiaro stampo ebraico o cristiano (spesso per via di tradizioni apocrife) ci permette di studiare quali sono state le fonti di questi autori musulmani, persone di cultura scientifica elevata. Non è semplice «ridicolizzarli» nel modo di presentare queste cose. Siamo spronati a vedere perché ne hanno parlato e in che modo l’hanno fatto. (f.p.)

Infedeli
Bartolomeo Pirone

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I cristiani sotto il dominio dell’islam, da Maometto al XX secolo
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