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A Maaloula la lingua di Cristo è in pericolo

Christophe Lafontaine
5 giugno 2019
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A Maaloula la lingua di Cristo è in pericolo
Una veduta panoramica del villaggio siriano di Maaloula, scrigno dell'aramaico. (foto Shutterstock.com)

Il neo-aramaico occidentale, parlato in alcuni villaggi della Siria, è considerato la lingua più prossima a quella utilizzata da Gesù duemila anni fa. Quell'antico idioma, giunto sino a noi, rischia oggi di spegnersi. Per molte ragioni...


«L’aramaico è in pericolo», dice senza giri di parole all’Agenzia France Presse George Zaarour, uno degli ultimi esperti in Siria della lingua un tempo utilizzata anche dal Cristo, così come da molti altri ebrei all’epoca del Secondo Tempio (539 a.C. – 70 d.C.). L’ebraico a quei tempi era per lo più riservato alla liturgia, o appannaggio dell’élite e del mondo accademico.

È opinione diffusa che la lingua di Gesù continui oggi ad essere parlata, in una forma tardiva e locale, in Siria. Indicato come neo-aramaico occidentale, l’idioma è più che mai minacciato di estinzione. «Se continua così, la lingua scomparirà nel giro di cinque o dieci anni», avverte Zaarour, che vive a Maaloula, una sessantina di chilometri a nord della capitale siriana. In questo villaggio prevalentemente cristiano nella regione di Damasco le previsioni sono cupe. Oggi «l’80 per cento degli abitanti di Maaloula non parla aramaico e il restante 20 per cento ha più di 60 anni», lamenta George Zaarour, lui stesso sessantenne, autore di una trentina di libri e supervisore di varie tesi di dottorato su questa antica lingua semitica.

La guerra civile e l’esilio, dal 2011, hanno avuto ragione della trasmissione della lingua alle generazioni più giovani. Tutti gli oltre 6.000 abitanti che vivevano a Maaloula – riferisce l’Agenzia France Presse – sono andati via durante il conflitto e solo 2.000 sono tornati. Gli altri hanno trovato rifugio a Damasco o nei dintorni, oppure sono fuggiti all’estero. Una prima diretta conseguenza è che «le generazioni di questi anni di guerra sono nate fuori Maaloula, a Damasco o in altre regioni, dove hanno imparato anzitutto l’arabo», osserva Zaarour.

Non ci sono rimpiazzi

Nell’unico asilo nido del villaggio il numero dei bimbi è passato dai 100 del 2010 a meno di 30 del 2019. Per garantire la sopravvivenza della lingua, ora i piccoli frequentano una lezione di aramaico al giorno, ma gli insegnanti stanno diventando sempre più rari. All’età di 64 anni, la maestra del villaggio, Antoinette Mokh, spiega: «Non posso rinunciare al mio lavoro e andare in pensione perché non ci sarà alcun rimpiazzo». L’80enne sindaco del villaggio si commuove: «Per oltre 2.000 anni abbiamo portato la lingua di Gesù Cristo nei nostri cuori. Siamo rimasti gli ultimi sulla Terra a padroneggiarla. Ci sono giovani insegnanti che cercano di imparare la lingua, ma il signor Zaarour resta l’unico ad averne una conoscenza approfondita». Nel 2006, lo studioso contribuì a creare un a Maaloula un centro per l’insegnamento dell’aramaico. Poi è arrivata la guerra e le porte del centro sono rimaste chiuse.

La fine dell’isolamento

Oggi, Maaloula condivide il suo fragile patrimonio linguistico con altri due villaggi vicini: Bakhah e Jubb’adin, sulle pendici delle montagne di Qalamoun nella Siria occidentale, in prossimità del confine col Libano.

Finora è proprio grazie alla loro posizione geografica che questi villaggi, isolati dalle grandi città, sono stati in grado di preservare la lingua aramaica occidentale. Oltre alle guerre e all’emigrazione, anche lo sviluppo di nuove strade e mezzi di trasporto, la televisione, i telefoni cellulari e, a volte, questioni politiche, hanno favorito (e favoriscono ancor più oggi) l’affermarsi dell’arabo, contribuendo di pari passo all’indebolimento del neo-aramaico occidentale.

Non sono solo le parole che se ne volano via con questa lingua camito-semitica – il termine fa riferimento a Cam e Sem, figli di Noè – ma anche un’intera cultura, una memoria, un modo di pensare, le cui tracce scritte più antiche risalgono al Decimo secolo avanti Cristo. L’espansione dell’aramaico – il cui nome deriva da Aram, quinto figlio di Sem (cfr. Genesi cap. 10, v. 22), che darà il suo nome al territorio centrale dell’attuale Siria – accelerò quando divenne lingua ufficiale degli imperi assiro, babilonese e persiano. Anche le grandi deportazioni degli aramei sotto gli imperi neo-assiro e neo-babilonese (l’esilio degli ebrei a Babilonia ne è l’esempio più famoso) hanno largamente contribuito alla diffusione della lingua.

Oggi sono tre i ceppi linguistici aramaici ancora parlati: il neo-aramaico occidentale di Maaloula; il neo-aramaico orientale (assiro), lingua viva nel nord dell’Iraq e utilizzato oggi dalle comunità cristiane ed etniche assiro-caldee-siriache di Iraq, Iran, Siria e Turchia sudorientale; infine, il neo-aramaico centrale, diffuso in Turchia, nella Siria nord-orientale e nella diaspora.

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