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Il popolo delle grotte di Masafer Yatta

Beatrice Guarrera
20 febbraio 2019
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Nel 2019 in Terra Santa, neanche troppo lontano dalle rotte di turisti e pellegrini, ci sono realtà di miseria profonda, come quella delle colline a sud di Hebron che andiamo a raccontarvi.


Vivono in piccole grotte scavate nella roccia, in stanze di pietra senza mobili, senza bagni e senza acqua corrente. Ogni mattina hanno gli animali a cui badare, il pane da cuocere sotto la cenere bollente, gli ulivi da curare oltre la strada sterrata. Ogni notte tirano giù quei sottili materassi variopinti e li sistemano sul pavimento per dormire. È la vita dei circa 1.400 palestinesi di Masafer Yatta, nelle colline a sud di Hebron nei Territori palestinesi di Cisgiordania. Tra la città di Yatta e la linea verde (tracciata con l’armistizio del 1949 che «separa» Israele dai Territori palestinesi occupati) si trova una delle zone più dimenticate della Terra Santa. At-Tuwani, a-Tuba, Um Fagarah, Maghayir al Abeed, Susiya, Qawawis, Shib al Butum, Isfey Foqa, Isfey Tihta, al-Majaz, at-Tabban, al-Fakheit, Jinba, Mirkez, Halaweh sono i nomi dei quindici piccoli centri in gran parte sconosciuti perfino alla popolazione della regione. In questi villaggi si vive soprattutto di pastorizia, della vendita di prodotti caseari, di ciò che si riesce a coltivare nonostante l’aridità del terreno.

I permessi negati

Si tratta di una zona classificata come Area C, in base agli accordi di Oslo (1993-94), e ciò comporta che per tutti i permessi di costruzione e per qualsiasi tipo di infrastrutture i palestinesi che abitano in questi villaggi debbano rivolgersi a un organismo dell’esercito israeliano: l’Ufficio distrettuale di coordinamento. I permessi vengono spesso negati e ciò costringe queste famiglie a tornare nelle grotte (come facevano già da decenni, ma in maniera stagionale), o a vivere in tende e abitazioni di fortuna.

La vita dei palestinesi a Masafer Yatta è minacciata dal fatto che negli anni Settanta una parte della zona (circa tremila ettari) è stata dichiarata dagli israeliani zona militare (firing zone 917) e con questo il pretesto si ostacola lo sviluppo di nuove costruzioni. Per gli israeliani i palestinesi di quei villaggi non risultano ufficialmente «residenti» nei territori, eppure alcuni di questi centri erano segnati sulle mappe già nell’Ottocento: è il caso di Jinba. Essendo una zona militare, lo sgombero dei centri abitati sarebbe necessario per questioni di sicurezza, in caso di esercitazioni. Eppure, i palestinesi che vi abitano sostengono che non viene fatta analoga richiesta ai coloni israeliani che vivono negli insediamenti a poche decine di metri di distanza (e sempre in zona militare).

Oltre alla paura di vedersi recapitare un ordine di demolizione e alla possibilità di essere espulsi, gli abitanti devono affrontare aggressioni ai loro figli mentre si recano a scuola; abusi sulle terre di loro proprietà, che vengono depredate; confische di trattori; sradicamento di alberi; arresti sommari; atti di vandalismo. Si consideri che solo dal dicembre 2018 i palestinesi residenti ad At-Tuwani hanno subito la perdita di 70 alberi. Lo denuncia Operazione Colomba, corpo non violento di pace dell’Associazione Giovanni XXIII, fondata da don Oreste Benzi mezzo secolo fa. L’organizzazione è in Palestina dal 2005, dove svolge attività di «protezione delle persone». «La nostra presenza di internazionali permette a questa gente di svolgere le proprie attività quotidiane», raccontano due volontari che da anni vivono a Masafer Yatta. I problemi principali vengono creati da alcuni coloni dei vicini insediamenti illegali, popolati da estremisti religiosi.

I volontari di Operazione Colomba riferiscono che nel primo mese del 2019 gli episodi di violenza si sono intensificati in maniera preoccupante, forse per via delle imminenti elezioni politiche in Israele, in calendario il prossimo 9 aprile. «I coloni israeliani più estremisti si fanno vedere molto di più ed è aumentata anche l’attività dell’esercito israeliano – spiegano –. Il 30 gennaio scorso hanno consegnato diversi ordini di demolizione ed è stata distrutta a più riprese una delle tre strade che collegano i villaggi al centro urbano di Yatta».

Bambini sotto scorta

Anche la Commissione per i diritti dell’infanzia della Knesset (il parlamento israeliano) ha riconosciuto il pericolo che ogni giorno corrono i bambini palestinesi che per andare a scuola percorrono la strada da Tuba e da Maghayir al-Abeed ad At-Tuwani e ha fatto assegnare loro una scorta di soldati israeliani. Capita a volte, però, che i militari si presentino in ritardo, non vengano affatto oppure non reagiscano per fermare le violenze. «Uno dei nostri compiti è controllare che la scorta protegga realmente i bambini – continuano i giovani di Operazione Colomba –. Svolgiamo anche un lavoro di accompagnamento ai contadini che hanno terre in Area C, nei pressi di alcuni insediamenti. La nostra presenza di internazionali, muniti di un passaporto diverso, di telecamere e di un telefono per chiamare gli avvocati in caso di necessità, riduce il livello di violenza».

Operazione Colomba è presente in Palestina 365 giorni all’anno, con una media di quattro o sei volontari, e cerca di dare supporto ovunque ci sia un’emergenza. «Siamo lì perché molti villaggi hanno fatto una scelta di resistenza popolare non violenta», dicono i volontari. È nato così il Comitato popolare delle colline a sud di Hebron, che negli anni ha coordinato manifestazioni di protesta e azioni nonviolente. «Tra le ultime compiute, ci sono state la ripiantumazione degli ulivi sradicati nottetempo, o la risistemazione di grotte danneggiate quindici anni fa dalla violenza di alcuni gruppi di coloni». Il Comitato si occupa anche di organizzare attività per i bambini volte alla riconciliazione con l’altra parte insieme ad associazioni e gruppi israeliani. Anche le donne lavorano in cooperativa, nonostante le iniziali resistenze opposte dalla società in cui vivono, molto tradizionalista. Oggi sono una trentina e realizzano manufatti tessili da mettere in vendita.

La paura di molti abitanti di Masafer Yatta è che possa ripetersi ciò che accadde vent’anni fa: tra ottobre e novembre del 1999 furono 700 gli abitanti espulsi dal territorio. Solo grazie a una petizione presentata all’Alta Corte di Giustizia nel 2000, poterono, col tempo, tornare ai propri villaggi. La sentenza della corte israeliana produsse effetti solo temporanei e così oggi molti villaggi sono nuovamente a rischio demolizione.

Tenaci e non violenti

Nei quindici villaggi di Masafer Yatta, molte case non hanno acqua corrente ed energia elettrica. Solo dall’agosto del 2010 At-Tuwani è allacciato alla rete elettrica palestinese proveniente da Yatta, mentre da pochi anni, grazie all’ong israelo-palestinese CometMe, altri centri abitati sono stati dotati di pannelli solari. Nelle battaglie legali, al fianco dei palestinesi di Masafer Yatta c’è l’Associazione per i diritti civili in Israele (Acri), supportata in passato anche dell’israeliana Rabbini per i diritti umani. Altre organizzazioni sono attive per migliorare le condizioni di questa popolazione, tra le quali anche Cesvi, che dona – e monitora – diversi tipi di filtri per depurare l’acqua proveniente dai pozzi e dalle cisterne.

«Il fatto straordinario – osservano i volontari di Operazione Colomba – è che, nonostante tutto, queste persone non vogliono andarsene, e di notte ricostruiscono ciò che è stato distrutto. È una forma di resistenza non violenta ed è una strada importante, che mette insieme palestinesi e israeliani che lavorano per la pace, con tutti gli internazionali che vogliono dare un sostegno».

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