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Gerusalemme abbasserà il volume ai muezzin?

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4 gennaio 2019
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Gerusalemme abbasserà il volume ai muezzin?
Scorcio della moschea al Aqsa a Gerusalemme. (foto Nati Shohat/Flash90)

Il nuovo sindaco di Gerusalemme, Moshe Lion, è deciso a varare nuove norme per limitare l'inquinamento acustico prodotto dal canto dei muezzin dai minareti. Non è il primo a provarci. Favorevoli e contrari.


(c.l.) – I media israeliani hanno riferito questa settimana di un progetto del nuovo sindaco di Gerusalemme che probabilmente farà discutere. Secondo un servizio trasmesso dall’emittente televisiva Hadashot il primo gennaio scorso, Moshe Lion – eletto un mese e mezzo fa alla carica di primo cittadino – vorrebbe mettere la sordina al canto dei muezzin, che dai minareti invitano i musulmani alla preghiera, per preservare la tranquillità dei residenti, specialmente di notte. Nella religione islamica, la chiamata alla preghiera – l’adhan – viene lanciata dagli altoparlanti cinque volte al giorno, inclusi il tramonto e l’alba, a partire dalle 4 del mattino.

Il regolamento riguardante gli altoparlanti esterni dei minareti di Gerusalemme, al quale il sindaco sta lavorando, si articola in tre punti. Innanzitutto, punta a far sostituire i vecchi altoparlanti, ritenuti troppo potenti, con apparecchiature acustiche più piccole o comunque meno rumorose. In secondo luogo, vieta il superamento dei limiti autorizzati nel contrasto dell’inquinamento acustico e della prevenzione del rumore. In terzo luogo, consente alla polizia di intervenire per far ridurre il volume degli altoparlanti di una moschea quando è troppo forte.

«I favorevoli a questo intervento affermano che la polizia non fa applicare le norme già esistenti e che è quindi necessaria una regolamentazione più specifica», riporta The Times of Israel. La stessa testata online riferisce che la proposta di Moshe Lion è stata portata all’attenzione dei mukhtar (i leader locali) di vari quartieri arabi di Gerusalemme Est, come Beit Safafa, Beit Hanina e Shuafat. «Il nostro obiettivo è quello di affrontare il problema con tutte la parti, in modo che tutte le persone interessate siano soddisfatte», ha detto il sindaco Lion, citato dal quotidiano israeliano.

Secondo i media locali, il comune ha approvato un bilancio preventivo per un progetto pilota che verificherà l’efficacia del programma municipale e che dovrebbe essere posto in essere nel mese di marzo, con un costo pianificato, per ogni moschea interessata, che oscilla tra i 50 mila e i 70 mila shekel (tra i 13.400 e i 18.700 euro). Si calcola che a Gerusalemme sorgano 73 moschee, stando a un rapporto pubblicato nel 2016 dalla Missione diplomatica di Israele presso le Nazioni Unite a Ginevra.

Non è la prima volta che dei funzionari israeliani affrontano l’argomento. Nel 2002, il Centro di ricerca e informazione della Knesset segnalò numerose lamentele contro la chiamata alla preghiera, in particolare nelle città con una popolazione mista. All’epoca era d’uso rivolgersi direttamente a ciascun muezzin per chiedergli di controllare i decibel dei suoi altoparlanti, di indirizzarli diversamente o di coordinarsi con le altre moschee della città – come a Jaffa – per lanciare simultaneamente l’appello alla preghiera, evitando ogni cacofonia.

Ma questo procedere caso per caso non ha sempre avuto successo. Ecco perché nel 2011 fu introdotta una prima proposta di legge, che non ebbe alcun seguito. Nel marzo 2017 il parlamento israeliano espresse un accordo di massima su due versioni di quello che era noto come «progetto di legge muezzin». Una versione avrebbe limitato le ore del giorno in cui la chiamata alla preghiera poteva risuonare in Israele, così come il volume degli altoparlanti; l’altra avrebbe totalmente vietato le chiamate amplificate alla preghiera, come avverrebbe al Cairo, in Egitto, per esempio, come aveva fatto notare il primo ministro israeliano, favorevole al progetto. Lo stesso Benjamin Netanyahu nel novembre 2016 sulle colonne del Times of Israel, aveva definito i rumorosi appelli alla preghiera come un «fastidio pubblico che disturba tutte le confessioni religiose… Ne risentono musulmani, ebrei e cristiani».

Il progetto era, alla fine, rimasto lettera morta. Anzitutto perché gli ebrei ultraortodossi temettero che la misura potesse ritorcersi contro di loro e che anche la sirena che annuncia l’inizio dello shabbat, al tramonto di ogni venerdì potesse incorrere in restrizioni. In secondo luogo, perché i palestinesi leggevano queste misure come un tentativo di ridurre l’influenza musulmana a Gerusalemme e un vero e proprio attentato alla libertà religiosa dei musulmani e allo status quo nella Città santa. L’israeliana Tzipi Livni, capofila dell’Unione sionista (movimento politico israeliano di centro-sinistra) aveva sostenuto gli stessi argomenti.

Di fronte al recente progetto comunale spinto dal sindaco di Gerusalemme, alcuni ritengono che sarebbe sufficiente far rispettare le regole vigenti in materia di inquinamento acustico per evitare problemi interreligiosi, altri ridanno voce alle critiche di due anni fa. Il Consiglio islamo-cristiano di sostegno a Gerusalemme e ai luoghi santi in un suo comunicato ha definito il progetto «pericoloso», perché potrebbe aumentare le tensioni nella città santa, secondo il notiziario israeliano Arutz Sheva. Hanna Issa, segretario generale del citato Consiglio, ha affermato che questa misura fa parte dei tentativi israeliani di cambiare l’identità di Gerusalemme, città dei tre monoteismi.

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