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Leggi razziali, dopo 80 anni le scuse delle università

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5 settembre 2018
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Leggi razziali, dopo 80 anni le scuse delle università
La locandina delle iniziative promosse dalle università toscane per gli 80 anni dalla promulgazione delle leggi contro gli ebrei

A Pisa per la prima volta le istituzioni accademiche italiane chiedono scusa agli ebrei per le persecuzioni iniziate nel 1938 con la firma del decreto voluto dal fascismo.


Cade il 5 settembre l’ottantesimo anniversario della firma da parte di Vittorio Emanuele III del «Regio decreto numero 1381 – Provvedimenti nei confronti degli ebrei stranieri», l’atto ufficiale che segnò l’inizio nell’Italia fascista della persecuzione degli ebrei voluta da Mussolini. La firma fu apposta nella tenuta di San Rossore, tra Pisa e il mare, dove casualmente il re si trovava in quei giorni. Il mondo accademico italiano subì profonde conseguenze. Complessivamente furono espulsi dalle università italiane 96 docenti di ruolo, ben il 7 per cento dei professori di ruolo, oltre a circa 200 altri ricercatori e liberi docenti. Solo una minoranza fu reintegrata, e con grandi difficoltà, dopo il 1946. L’Università di Pisa, in particolare, fu una di quelle più colpite: venti insegnanti e oltre 200 studenti furono «sospesi».

E proprio all’Università di Pisa si svolgerà il 20 settembre la «Cerimonia delle scuse e del ricordo», il momento culminante di una serie di iniziative culturali promosse dalle istituzioni accademiche della città, insieme ad altre università toscane, e che dureranno diversi mesi. Il rettore dell’Università pisana, Paolo Mancarella, alla presenza dei rettori delle 83 maggiori università italiane (riuniti per l’occasione a Pisa, invece che a Roma), riconoscerà la responsabilità per gli atti che, a partire dall’adesione al Giuramento di fedeltà al fascismo del 1931, videro le complicità del mondo universitario con il fascismo. La cerimonia solenne si terrà nel Palazzo della Sapienza, alla presenza dei rappresentanti dell’Unione delle Comunità Ebraiche Italiane (Ucei).

Presentando le iniziative, il rettore ha spiegato che si è cercato di «privilegiare aspetti che crediamo fondamentali per la comprensione e la trasmissione di questa orribile memoria. Coscienti che anche il nostro ateneo, come tutti gli altri, si rese complice ed esecutore di quelle orripilanti norme». Tra gli studenti espulsi a Pisa c’era Elio Toaff che sarebbe diventato il rabbino capo di Roma (e avrebbe accolto in sinagoga papa Giovanni Paolo II nella sua storica visita del 1986). Primo Levi, a Torino, fu uno dei pochissimo altri studenti ebrei che riuscì a laurearsi dopo l’entrata in vigore delle leggi razziali.

Dopo 80 anni le università italiane, perciò, compiono un gesto ufficiale di scuse, «per capire che ciò che ha riguardato gli ebrei italiani può riguardare chiunque», come ha dichiarato il rettore. È la prima volta che un gesto simile viene compiuto da istituzioni di un Paese, l’Italia, che meno di altri in Europa ha compiuto una riflessione sulle colpe rispetto al razzismo e all’antisemitismo. È stato osservato che il gesto è tardivo, senza significati risarcitori, resta tuttavia un atto forte con un valore etico e storico, in un tempo in cui vanno scomparendo i testimoni diretti.

Nel mondo universitario ci furono allora docenti che avallarono le teorie razziali. Il direttore della Normale di Pisa, Vincenzo Barone, osserva come «inciviltà a barbarie sono state spesso giustificate, a volte promosse, dalla cultura e dalla scienza. Erano gli anni dei “Protocolli dei Savi di Sion” – aggiunge -, una fake news ante litteram che gettava ombre inquietanti sull’ebraismo; e del darwinismo spicciolo e travisato, degli individui naturalmente più forti rispetto ad altri deboli».

Il caso particolare dell’Università di Pisa è stato esaminato dalla storica Ilaria Pavan, autrice di vari studi sul tema e che, intervistata da Anna Momigliano per il quotidiano Haaretz, ha sottolineato come la popolazione ebraica in Italia fosse complessivamente solo l’0,1 percento, ma fosse rappresentata in misura ben maggiore nelle università, perché già dall’Ottocento, l’istruzione era tradizionalmente una via di emancipazione.

La cacciata dei docenti ebrei fu un «suicidio culturale e scientifico»: si pensi a Emilio Segrè, Salvador Luria e Rita Levi Montalcini che poi vinsero il Premio Nobel in campi scientifici, e come loro Enrico Fermi, partito per l’America con la moglie ebrea dopo la promulgazione delle leggi razziali che dispersero anche la sua equipe, i ragazzi di via Panisperna, tra gli artefici della fisica nucleare.

Si ripropone allora la questione di un’adeguata riflessione delle responsabilità dell’Italia nelle persecuzioni contro gli ebrei. La storica Anna Foa sottolinea che Il fascismo sviluppò una propria ideologia razzista nelle colonie africane, poi applicata alla comunità ebraica, la minoranza etnica interna più facilmente riconoscibile. Un nesso, quello tra razzismo nelle colonie e antisemitismo spesso sottovalutato, secondo la storica. Per non dimenticare che non ci può essere razzismo senza antisemitismo e viceversa. (f.p.)

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