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Aleppo e Damasco, storie di solidarietà e speranza

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20 aprile 2018
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Aleppo e Damasco, storie di solidarietà e speranza
Aleppo, la cittadella, monumento simbolo della città (foto Elena Bolognesi)

I recenti bombardamenti americani in Siria hanno riacceso la paura di un’escalation del conflitto. L’impegno della Chiesa per soccorrere la popolazione, nei racconti dei frati della Custodia.


Grande amarezza nelle parole di fra Ibrahim Alsabagh, responsabile della parrocchia latina di Aleppo, di fronte ai raid compiuti in Siria fra il 13 e il 14 aprile da forze aeree di Usa, Gran Bretagna e Francia e motivati come risposta all’uso di armi chimiche da parte delle forze governative siriane. «Per noi è un segnale che la guerra in Siria non finirà facilmente – ha affermato p. Ibrahim – perché c’è la volontà molto forte da parte di diversi attori internazionali di combattere su questo territorio. Perciò la guerra continuerà a lungo». Ancora più duro il commento di fra Bahjat Karakach, parroco dei cattolici latini presso il monastero di san Paolo, nella città vecchia di Damasco, dove l’attacco delle potenze occidentali ha avuto come obiettivo un centro di ricerca nel sobborgo di Barzeh. Fra Bahjat ricorda che gli Usa nel 2003 attaccarono l’Iraq con il pretesto di distruggere gli arsenali di armi chimiche di Saddam Hussein, ma le informazioni fornite, anche davanti all’Onu, si dimostrarono una menzogna.
Le comunità cattoliche latine delle due maggiori città siriane, Damasco e Aleppo, affidate ai frati della Custodia, sono entrate nel settimo anno di guerra. Fra Bahjat ci racconta della paura che provano le persone nel quartiere di Bab Touma: «Le giornate nel centro della città sono vissute con molta tensione. Mentre le forze del governo cercano di riconquistare il territorio della Ghouta orientale, controllato dai ribelli, numerosi colpi di mortaio sono stati esplosi sui quartieri centrali. Le persone hanno ridotto al minimo gli spostamenti. A metà marzo è rimasto ucciso un uomo che ritirava latte e pannolini per il figlio piccolo presso la nostra chiesa». Perciò molti non si azzardano a uscire, nemmeno per recarsi alla chiesa dei frati dove vengono distribuiti generi di prima necessità.
La guerra ha approfondito le differenze, ha causato immensi danni materiali, ma anche ferite interiori, lacerazioni tra le persone.

La parrocchia per sanare le ferite

Nell’impegno costante dei frati minori per accompagnare le comunità cristiane, c’è anche il superamento delle divisioni. Fra Bahjat si aspetta un futuro governato da uno Stato laico, ma sa che si dovrà lavorare ancora molto su questo. «La guerra non ha fatto altro che permettere al conflitto ideologico di manifestarsi e di approfondire differenze che già esistevano», osserva. Spera di aprire un centro culturale dove, attraverso l’arte e la cultura, riallacciare rapporti umani. Una parrocchia permette all’altro di raccontarsi, di distruggere i pregiudizi. L’iniziativa sarà legata a sant’Anania, santuario importante dedicato al vescovo di Damasco che è un modello, un santo che aprì le porte della sua comunità a una persona che poteva apparire «pericolosa», quel Saulo che convertito diventa l’apostolo Paolo.
Una testimonianza sulla vita della comunità ad Aleppo viene da Elena Bolognesi, delle Edizioni Terra Santa, che in passato ha frequentato a lungo la Siria e che in marzo, con un viaggio difficile lungo le strade secondarie tra le devastazioni e i posti di blocco dei militari, ha raggiunto e visitato in marzo la città. «Ho trovato un Paese allo stremo. Un tempo Aleppo era una città piena di movimento, mentre oggi nei quartieri devastati dalla guerra il traffico è assente e con il mancare della corrente alla sera le vie restano deserte». Si stima che solo un terzo della popolazione prebellica sia rimasto in città. Dopo che nel dicembre 2016 i quartieri orientali sono stati «liberati» dalle presenze delle milizie ribelli, si è verificato un ulteriore esodo di aleppini verso le periferie e il nord del Paese.«Tuttavia, nell’inferno che è stato Aleppo, e che ancora è, – racconta Elena – ho avuto l’impressione di una comunità cristiana straordinariamente vivace e attiva (ci sono nove comunità cristiane diverse, sei cattoliche e tre ortodosse). Ho trovato persone molto attive negli aiuti umanitari. Accanto a fra Ibrahim, si è raccolto un gruppo di giovani laici che si sono spesi con generosità per tutte le persone nel bisogno, sia cristiani – cattolici e ortodossi -, sia musulmani. E questo aiuto continua per tutti coloro che bussano alla porta della parrocchia dei frati». Ogni mese vengono distribuiti più di tremila pacchi alimentari e molte famiglie dipendono totalmente da questi alimenti. Poi ci sono gli aiuti economici per l’elettricità che continua a scarseggiare viene acquistata da chi la produce con generatori privati. Inoltre ci sono gli aiuti per la ricostruzione edilizia delle case distrutte o danneggiate. Per questo padre Ibrahim ha creato un’apposita équipe di ingegneri e architetti, professionisti che con il conflitto hanno perso il lavoro. La disoccupazione è elevatissima a causa della distruzione degli impianti in questa che era il principale centro industriale del Paese.

Aiuti, non solo materiali

Sono solo alcuni esempi delle molteplici forme di aiuto. Ma la parrocchia ha mantenuta viva un’attenzione pastorale, ad esempio organizzando l’oratorio feriale, che è arrivato a coinvolgere ben 860 bambini che, forse per la prima volta nella loro vita, hanno potuto sentirsi bambini normali. I contatti di fra Ibrahim e di fra Bahjat in Italia, dove hanno studiato, sono molto importanti per il sostegno economico alle comunità.
Il libro di fra Ibrahim, Un istante prima dell’alba, maturato durante i bombardamenti e tradotto in diverse lingue, raccoglie cronache di guerra, ma anche di speranza. «Con padre Ibrahim stiamo preparando il seguito di questo libro – spiega Elena Bolognesi -, cronache di una faticosa ricostruzione, materiale ma anche della persona. Le macerie sono ferite interiori. Questo secondo libro, che uscirà a giugno, racconterà che cosa significa tentare di ricostruire».Per fra Ibrahim è importante che la gente sperimenti la gratuità della Chiesa, che non si creino rapporti tra debitori e creditori. «La Chiesa è madre, non è una banca», si sottolinea. Per questo gli aiuti che distribuiscono sono in totale gratuità e rispondono a tutti i bisogni. (f.p.)

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