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Storie, attualità e archeologia dal Medio Oriente e dal mondo della Bibbia.

Dagli Usa in Terra Santa, senza tabù

Federica Sasso
20 febbraio 2018
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Ascoltare e osservare da vicino la realtà quotidiana di israeliani e palestinesi in Terra Santa, senza paura delle questioni scottanti. La missione di un gruppo di rabbine e pastore statunitensi.


Sei rabbine e cinque pastore: è questo il gruppo di leader spirituali americane dietro l’hashtag #HolyWomenHolyLand («Donne sante/Terra Santa»). Una sorta di delegazione che nel gennaio scorso ha passato una settimana in Israele e Palestina per osservare di persona la complessità della «situazione sul campo», ascoltare le posizioni di chi abita in questa terra e acquisire qualche strumento in più per aiutare le proprie comunità a confrontarsi sul conflitto israelo-palestinese. Questa infatti sta diventando una delle conversazioni più difficili tra le comunità religiose degli Stati Uniti, e non solo quelle ebraiche. La realtà dell’Occupazione e le posizioni del governo israeliano, negli ultimi anni hanno causato sempre più tensione fra i membri liberal e tradizionalisti delle sinagoghe del Nord America – spingendo i rabbini a evitare ogni riferimento vagamente politico per non veder nascere fratture all’interno delle comunità. Ma la dichiarazione del presidente Donald Trump su Gerusalemme capitale d’Israele, e l’affermarsi di una visione messianico–evangelica riguardo alle relazioni fra cristiani ed ebrei, stanno causando divisioni anche all’interno delle Chiese. E se gli americani non riescono ad evitare di discutere in modo acceso quando si tratta di Israele e Palestina, come potranno arrivare a fare la pace i diretti interessati? Così le undici “pellegrine” hanno organizzato un viaggio interreligioso ricco di incontri e conversazioni, per prepararsi ad aiutare i propri fedeli ad affrontare un argomento tabù ma imprescindibile.

Le Holy Women che hanno passato in Israele e Palestina i primi giorni del 2018 guidano alcune delle congregazioni ebraiche e cristiane più importanti d’America. Rav Jill Jacobs è la direttrice esecutiva di T’ruah, un’organizzazione di rabbini coinvolti nella promozione dei diritti umani. Angela Buchdahl fa parte della leadership alla Sinagoga centrale di New York, una delle congregazioni Riformate più grandi negli Stati Uniti, e la pastora Amy Butler è la prima donna a guidare la Riverside Church di Manhattan. Jacobs, Buchdahl e Butler si incontrano regolarmente per lavorare su iniziative interreligiose, e da loro è nata quasi per scherzo l’idea di un viaggio, realizzando che «forse ci vogliono le donne per mettere a posto il disastro del conflitto in Medio Oriente». Per alcune è stato il primo viaggio in Terra Santa, altre c’erano già state, ma il calendario densissimo ha previsto incontri assolutamente fuori percorso: politici israeliani, educatori, coloni, attivisti per la resistenza non violenta palestinese come Issa Amro, un giro a Hebron con l’organizzazione Breaking the Silence, un incontro con l’ex sindaca (cristiana) di Betlemme, Vera Baboun, e con Suzan Sahori, la co-fondatrice dell’organizzazione Bethlehem Fair Trade Artisans. Da Tel Aviv a Ramallah al Gush Etzion, passando per il Getsemani e il Santo Sepolcro, condividendo il momento dello Shabbat e insegnamenti sulla vita di Gesù.

«Per me la sfida è stata accogliere il mio sconforto e provare ad ascoltare le storie dell’altra parte. La prossima sfida sarà quella di riuscire a comunicare quello che ho ascoltato alla mia comunità», ha raccontato in un’intervista con Haaretz Rori Picker Neiss, l’unica ebrea ortodossa del gruppo (Neiss non è rabbina, ma ricopre il ruolo di maharat, cioè di guida spirituale ed esperta in materia di Bibbia e legge ebraica). La fatica, la paura, ma anche la fiducia nel futuro e l’ottimismo sperimentato da entrambi i popoli: tutto questo è stato raccontato in fotografie, tweet, e post sui blog da alcune delle leader religiose. A inizio febbraio, poi, la River Side Church ha ceduto il pulpito alla rabbina Buchdahl per una testimonianza, una delle tante che verranno.

 


 

Perché S(h)uq 

Suq/Shuq. Due lingue – arabo ed ebraico – e praticamente una parola sola per dire “mercato”. Per molti aspetti la vita in Israele/Palestina è fatta di separazioni ed attriti, e negli ultimi anni è cresciuta la distanza fra la popolazione araba ed ebraica. Ma il quotidiano è fluido e anche sorprendente. Come a Gerusalemme i dettagli architettonici di stili diversi convivono da sempre uno vicino all’altro, anche le persone in questa terra non smettono mai di condividere del tutto. E il mercato è uno dei luoghi in cui questo è più evidente. Ebrei, musulmani, stranieri, immigrati, pellegrini. Ci si ritrova lì: per comprare, mangiare, vendere, ballare, e anche pregare. Questo blog vuole essere uno spazio in cui incrociare le storie, persone e iniziative che possono aiutarci a cogliere qualcosa in più su come va la vita da queste parti, al di là della politica e della paura.

  

Federica Sasso è una giornalista e vive a Gerusalemme. La sua prima redazione è stata il Diario della Settimanapoi da New York ha collaborato con testate come Il Secolo XIXl’EspressoAltreconomia e con la Radio della Svizzera Italiana. Da Gerusalemme scrive per media italiani e produce audio reportages per la radio tedesca Deutsche Welle. Per Detour.com ha co-prodotto documentari sonori che consentono di esplorare Roma accompagnati dalle voci di chi la conosce bene.