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Valle del Giordano, il giogo dei braccianti palestinesi

Chiara Cruciati
22 agosto 2017
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Valle del Giordano, il giogo dei braccianti palestinesi
Giovani palestinesi al lavoro in un'azienda agricola israeliana nella Valle del Giordano. (foto Yaniv Nadav/Flash90)

Ibtesam e Wafa erano braccianti palestinesi. Hanno scelto un'alternativa allo sfruttamento nelle aziende israeliane della Valle del Giordano e ora fanno le dj. Per molti altri come loro il lavoro resta duro.


Venticinque anni trascorsi a lavorare in una colonia agricola israeliana, a raccogliere frutta e verdura sotto il sole per 10-15 ore al giorno, un pasto a turno e una paga misera. La storia di Ibtesam Zubeidat è uguale a quella di tanti e tante palestinesi della Valle del Giordano, la zona più fertile della Palestina storica, ormai semi desertificata dalle pompe per l’acqua con cui Israele sottrae risorse idriche ai contadini per rifornire le colonie agricole.

Una storia come quella di tanti, fino alla decisione di seguire il proprio sogno: Ibtesam è diventata dj e ha portato con sé Wafa. Due donne palestinesi che stanno sfidando non solo la difficile vita nella Valle del Giordano sotto occupazione, la scarsità di lavoro e le terre devastate, ma anche la tradizione. A raccontare la loro storia è il portale di informazione Middle East Eye: palloncini colorati, donne vestite a festa, mixer, casse e microfono. E parte la festa.

«Quando faccio la dj, mi sento in un altro mondo – racconta Wafa –. Quando la festa comincia, mi sento così felice. Entro in quella zona in cui le uniche cose che contano sono la musica e la sposa». Già, perché le due dj suonano ai matrimoni, eventi centrali per la vita delle comunità palestinesi, motivo di festeggiamenti lunghi giorni interni, durante i quali tutto il villaggio si stringe intorno alla coppia e le porte delle case delle due famiglie restano aperte a tutte le ore.

La strada percorsa dalle due pioniere negli ultimi tre anni non è stata semplice: in comunità tradizionali e contadine come quelle che vivono da millenni lungo le rive del Giordano, accettare di punto in bianco che due donne si facciano dj sfiora il “sacrilego”. Un lavoro da uomini, si sono sentite ripetere, contro la tradizione. «All’inizio rifiutavano di assumerci per i matrimoni – raccontano –. Dicevano che essendo donne non potevamo reggere quel lavoro. Ci dicevano che avremmo fallito e saremmo finite a fare le venditrici ambulanti».

Echi di voci che si sono via via affievolite: ormai il business è partito dopo un percorso formativo a cui hanno preso parte nel 2014. Adesso, dicono le due dj, è diventato «normale, abbiamo visto la nostra comunità cambiare completamente e altre donne voler fare lo stesso».

Dopotutto la scelta era tra i mugugni del villaggio e le umiliazioni subite sul vecchio posto di lavoro: «I giorni erano lunghi, la paga bassa – ricorda Ibtesam – Il capo [israeliano] faceva quel che voleva. Ti insultava, violava i tuoi diritti. E la maggior parte dei lavoratori non aveva altra scelta che restare in silenzio».

Un silenzio imposto dalle difficilissime condizioni di vita: a seconda delle stagioni sono tra i 10 mila e i 20 mila i palestinesi ancora residenti nella Valle del Giordano impiegati nelle colonie israeliane, il 60 per cento della forza lavoro totale. Tantissimi sono minori, Ibtesam e Wafa erano tra questi: hanno iniziato a lavorare nelle colonie agricole da adolescenti. Due anni fa un rapporto di Human Rights Watch (“Maturi per l’abuso: il lavoro minorile palestinese negli insediamenti agricoli israeliani in Cisgiordania”) diede il quadro della situazione: bambini di 11-12 anni costretti a lasciare la scuola per sostenere le famiglie svolgendo lavori pesanti, ad alte temperature, sotto l’effetto continuo dei pesticidi. Il tutto – raccontava Hrw – per 19 dollari al giorno in media.

Se si cammina lungo il Giordano e si guarda al di là del fiume, verso la Giordania, sembra di trovarsi di fronte a due mondi lontanissimi: il territorio giordano è verde, pieno di serre e campi coltivati, segno della ricchezza di una terra fertilissima e delle numerose sorgenti d’acqua; quello palestinese è ridotto a un deserto, intramezzato dal poco verde chiuso tra fili spinati e reti. Sono le 37 colonie israeliane, insediamenti non residenziali, come quelli che costellano il resto della Cisgiordania occupata (sono solo 10 mila i coloni che ci vivono), ma agricoli. Le sorgenti d’acqua sono state confiscate, costringendo i palestinesi che sempre qui hanno vissuto di pastorizia e agricoltura a trasformarsi in lavoratori a giornata e a bassissimo costo (10 shekel all’ora di media, 2 euro, un terzo della paga minima prevista in Israele) o a trasferirsi nelle grandi città, come Gerico.

La trasformazione la si legge nei numeri: dal 1967 ad oggi la Valle del Giordano è stata posta sotto il totale controllo israeliano, oltre il 90 per cento è Area C (gestita da Israele sul piano militare e civile) o zona militare chiusa, dove cioè è impossibile risiedere, costruire strutture agricole e case, scavare pozzi senza il permesso delle autorità; la popolazione palestinese è crollata, da 320 mila abitanti di 50 anni fa agli attuali 56 mila; delle riserve d’acqua totali meno del 20 per cento è a disposizione dei palestinesi, aumentando a dismisura il costo del lavoro e quindi della produzione, che per prezzo e quantità non riesce a competere con quella israeliana; il tasso di povertà è il più alto dei Territori Occupati, il 33,5 per cento.

«Si inizia a lavorare alle 5 del mattino e non ti autorizzano ad andartene finché la raccolta prevista per quel giorno non è terminata – aggiunge Ibtesam –. Non puoi ribellarti o il boss ti licenzia e nessuno ti assumerà di nuovo». Fare causa è impossibile: di contratti non ce ne sono e la paura prevale. Poi, spiegano attivisti locali, ad assumere illegalmente i lavoratori sono spesso dei caporali palestinesi. Dimostrare che lavori in una colonia è difficilissimo.

E allora c’è chi si ingegna. Ibtesam e Wafa hanno cambiato la loro vita: ora possono contare su un lavoro che amano, molto più tempo da trascorrere a casa con i figli, zero umiliazioni.

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