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Sudan, perché adesso Al-Bashir è OK

Fulvio Scaglione
24 agosto 2017
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In Yemen nella cornice dell’intervento militare dell’Arabia Saudita e di altri Paesi sunniti, c’è un ruolo anche per mille soldati del Sudan. Il cui leader Omar Al-Bashir, diventato anti-iraniano, ora piace a molti. Anche se...


Nello Yemen della guerra civile e dell’intervento militare dell’Arabia Saudita e di altri Paesi sunniti, c’è un ruolo anche per mille soldati del Sudan, che con le truppe saudite e quelle degli Emirati Arabi Uniti sono protagonisti delle operazioni di terra. Questi militari sudanesi potrebbero anche essere definiti «mercenari», visto che l’Arabia Saudita ha scucito 2 miliardi di dollari per convincere il governo di Khartoum a mandarli a combattere. Oppure «patrioti», perché alle loro azioni belliche sono legati i destini dell’intero Paese.

Questo eventuale, secondo punto di vista è legato all’evoluzione della situazione internazionale. Per lunghi anni il Sudan, dal 1989 dominato dall’ex colonnello golpista Omar al-Bashir, ha legato le proprie sorti all’Iran, protagonista di una cooperazione militare ed economica che contribuì, a suo tempo, ad attirare sul Sudan le sanzioni economiche degli Usa e di altri Paesi occidentali. Per parte sua, l’Arabia Saudita aveva vietato il sorvolo del proprio territorio all’aereo del presidente sudanese quando questi, nel 2013, si recò alla cerimonia di insediamento del presidente iraniano Hassan Rouhani.

Nel gennaio dell’anno scorso, però, l’assalto all’ambasciata saudita a Teheran, provocato dall’esecuzione in Arabia Saudita del religioso sciita Nimr al-Nimri e di altre 46 persone, ha offerto ad Al-Bashir l’occasione perfetta per un voltafaccia in realtà covato da tempo (l’accordo «soldati da mandare in Yemen in cambio di miliardi» era stato appena siglato) e per saltare sul carro del fronte sunnita guidato dai sauditi.

Da allora le relazioni sono diventate sempre più salde. Agli accordi militari (si è svolta poche settimane fa un’esercitazione congiunta delle aviazioni saudita e sudanese) si è rapidamente aggiunto l’invio di altri quattrini: i Paesi del Consiglio di Cooperazione del Golfo Persico hanno pianificato investimenti per 1,5 miliardi di dollari in Sudan entro la fine del 2017, un sistema per alleggerire la situazione del Paese cui Al-Bashir non ha mai dato lo sviluppo promesso.

Dal punto di vista politico e diplomatico, il ripudio del rapporto strategico con l’Iran ha portato al Sudan altri vantaggi. Ancora nel 2016, registrata la rottura di Khartoum con Teheran, il presidente Barack Obama si affrettò a ridurre le sanzioni contro il Sudan. Il processo di distensione è andato avanti e si arricchito negli ultimi mesi. Mohammed Atta, capo dei servizi di sicurezza di Al-Bashir, nel marzo scorso è stato invitato a Washington dove ha incontrato Mike Pompeo (capo della Cia) e James Come (all’epoca capo dell’Fbi), oltre a una folta delegazione di deputati e senatori. In aprile è toccato a Michael Aron, ambasciatore del Regno Unito in Sudan, segnalare la prossima fine delle sanzioni contro il regime di Al-Bashir, anche come conseguenza del percorso diplomatico avviato circa un anno prima e denominato Dialogo strategico Regno Unito-Sudan.

Tutti contro gli sciiti, insomma, e tutti felici e contenti. Compresi molti osservatori, giornalisti e operatori umanitari ai quali a quanto pare sfuggono alcune incongruenze. Intanto, che le truppe sudanesi partecipano, in Yemen, a un conflitto che la coalizione a guida saudita conduce, come ha più volte ripetuto l’Onu, all’insegna dei crimini di guerra. E poi che sulla testa di Omar al-Bashir pende un mandato di cattura emesso già nel 2008 dalla Corte penale internazionale per «genocidio, crimini contro l’umanità e crimini di guerra» nel Darfur, dove si ebbero circa 400 mila morti e più di 2,5 milioni di profughi.

Nessuno sembra ricordarsene ma questo è l’uomo al quale ora Usa e Regno Unito, le potenze che vorrebbero impiccare Bashar al-Assad al pennone più alto dei valori morali, vogliono dare pacche sulle spalle. Si chiama politica. Anzi: politica internazionale.

 


 

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Babilonia è stata allo stesso tempo una delle più grandi capitali dell’antichità e, con le mura che ispirarono il racconto biblico della Torre di Babele, anche il simbolo del caos e del declino. Una straordinaria metafora del Medio Oriente di ieri e di oggi, in perenne oscillazione tra grandezza e caos, tra civiltà e barbarie, tra sviluppo e declino. Proveremo, qui, a raccontare questa complessità e a trovare, nel mare degli eventi, qualche traccia di ordine e continuità.

Fulvio Scaglione, nato nel 1957, giornalista professionista dal 1981, è stato dal 2000 al 2016 vice direttore di Famiglia Cristiana. Già corrispondente da Mosca, si è occupato in particolare della Russia post-sovietica e del Medio Oriente. Ha scritto i seguenti libri: Bye Bye Baghdad (Fratelli Frilli Editori, 2003), La Russia è tornata (Boroli Editore, 2005), I cristiani e il Medio Oriente (Edizioni San Paolo, 2008), Il patto con il diavolo (Rizzoli, 2016). Prova a raccontare la politica estera anche in un blog personale: www.fulvioscaglione.com

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