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Se la ragionevolezza è latitante

Fulvio Scaglione
20 febbraio 2017
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Uno Stato o due Stati? Per il nuovo presidente degli Stati Uniti, Donald Trump, una soluzione vale l'altra per la pace in Terra Santa. Ma siamo sicuri che sia proprio così?


Diciamocelo: ci mancava pure Donald Trump. Non che il miliardario diventato presidente degli Usa abbia finora fatto grandi danni, da questo punto di vista ce ne vorrà per eguagliare Hillary Clinton. Ma nel gran calderone del Medio Oriente, l’idea trumpiana che i problemi politici possano essere affrontati come discussioni d’affari aggiunge un tocco surreale di cui, forse, si poteva fare a meno.

Lo testimonia l’incontro di Trump con il premier israeliano Benjamin “Bibi” Netanyahu, al termine del quale il presidente Usa ha detto, in sostanza, che uno Stato o due (cioè, che esista o meno uno Stato palestinese) per lui è lo stesso, basta che ci sia la pace. Il che, detto da un uomo della strada, è pure ragionevole. Ma Trump non è l’uomo della strada e dovrebbe sapere che laggiù, in Terra Santa, ci si spara da un secolo a dispetto di ogni ragionevolezza. Anzi: è proprio sulla ragionevolezza che si spara.

La prospettiva “a due Stati” non piace più? Gli israeliani sono chiaramente convinti di poterne fare a meno, e infatti hanno appena approvato una legge che, “regolarizzando” con effetto retroattivo i terreni sottratti ai palestinesi per costruirvi insediamenti illegali, di fatto ammazza la prospettiva di un’entità territoriale palestinese indipendente. Peccato che i due Stati fossero la cosa più ragionevole. Israele ha oggi poco più di 8 milioni di abitanti, di cui il 75 per cento sono ebrei e il 21-22 per cento palestinesi. In Cisgiordania vivono 1,8 milioni di palestinesi, a Gaza altrettanti se non di più. Vi pare ragionevole l’idea di arrivare  a un solo Stato in cui poco più di 6 milioni di ebrei israeliani debbano vivere insieme con 5,5 milioni di palestinesi? Non lo è, ovvio. Ma è lì che si sta andando, a meno che Netanyahu non pensi che un bel giorno tutti i palestinesi spariranno o si trasferiranno sulla Luna.

Anche l’altro lato, quanto a ragionevolezza… I palestinesi, e soprattutto la loro immutabile dirigenza, sembrano surgelati nella convinzione di poter annientare Israele, o che, appunto, un bel giorno tutti gli israeliani partiranno par la Luna.

Gli uni e gli altri, poi, a dispetto delle apparenze, sono totalmente indifferenti a quel concetto di business così caro a Trump. La Rand Corporation, un centro studi americano fondato nel 1948 in ambienti militari e poi diventato indipendente (quindi tutt’altro che pencolante “a sinistra”), nel 2015 ha pubblicato un rapporto molto approfondito che in sostanza dice questo: se si arrivasse ad avere due Stati (Israele con accanto uno Stato palestinese), isrealiani e palestinesi ne caverebbero un gran profitto.

Israele otterrebbe 123 miliardi di dollari nei primi dieci anni, lo Stato palestinese 50. E il tenore di vita crescerebbe del 5 per cento per gli israeliani e addirittura del 36 per cento per i palestinesi. È tutto molto ragionevole. Sarebbe un grande affare per tutti. Peccato che a loro non importi.

 


 

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Babilonia è stata allo stesso tempo una delle più grandi capitali dell’antichità e, con le mura che ispirarono il racconto biblico della Torre di Babele, anche il simbolo del caos e del declino. Una straordinaria metafora del Medio Oriente di ieri e di oggi, in perenne oscillazione tra grandezza e caos, tra civiltà e barbarie, tra sviluppo e declino. Proveremo, qui, a raccontare questa complessità e a trovare, nel mare degli eventi, qualche traccia di ordine e continuità.

Fulvio Scaglione, nato nel 1957, giornalista professionista dal 1981, è stato dal 2000 al 2016 vice direttore di Famiglia Cristiana. Già corrispondente da Mosca, si è occupato in particolare della Russia post-sovietica e del Medio Oriente. Ha scritto i seguenti libri: Bye Bye Baghdad (Fratelli Frilli Editori, 2003), La Russia è tornata (Boroli Editore, 2005), I cristiani e il Medio Oriente (Edizioni San Paolo, 2008), Il patto con il diavolo (Rizzoli, 2016). Prova a raccontare la politica estera anche in un blog personale: www.fulvioscaglione.com

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