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Nuovi impicci per i richiedenti asilo in Israele

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12 gennaio 2017
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Nuovi impicci per i richiedenti asilo in Israele
Richiedenti asilo africani in Israele, presso il centro di Holot, nel deserto del Neghev. (foto Tomer Neuberg/Flash90)

Nello Stato ebraico nuove norme complicano l'esistenza ai richiedenti asilo di origine africana. Chi tra loro ha un lavoro si vedrà decurtato il salario. Le trattenute sono state introdotte dal Parlamento.


(i.s.) – I richiedenti asilo di origine africana che vivono in Israele vedranno il loro stipendio decurtato di un quinto. A questo, va aggiunto un altro 16 per cento che dovrà essere versato dal datore di lavoro direttamente in un fondo dedicato, di cui i richiedenti asilo potranno beneficiare solo nel momento in cui lasceranno Israele. Ma a una condizione: solo se la partenza avverrà entro una data ben precisa. In caso contrario, parte di questo tesoretto verrà confiscato dallo Stato.

È l’ultima novità introdotta dalla Kessnet – il Parlamento israeliano – che il 3 gennaio scorso ha approvato un emendamento alla legge contro gli ingressi clandestini. Una norma approvata nel 2012 che ha come obiettivo quello di bloccare il flusso di richiedenti asilo di origine africana che – attraverso il deserto del Sinai- raggiungono Israele in modo irregolare alla ricerca di protezione. Dopo che Israele ha alzato barriere al confine con l’Egitto e ha costruito centri di detenzione nel deserto, la normativa lo dota di un nuovo dispositivo che andrà a incidere in maniera significativa sulla vita di circa 46 mila persone, uomini e donne in fuga soprattutto da Eritrea e Sudan.

«Sono stati investiti miliardi shekels per la realizzazione del centro di detenzione di Holot – si legge in un duro editoriale del quotidiano Haaretz – il cui obiettivo è quello di fiaccare lo spirito dei richiedenti asilo per spingerli ad accettare un ritorno “volontario” nei Paesi di origine. Ora la Kessnet ha aggiunto un emendamento alla legge che rende ancora più difficile la vita per i richiedenti asilo».

La norma è stata duramente criticata dalle organizzazioni dei diritti umani, preoccupate del fatto che questo provvedimento possa esasperare la povertà tra i richiedenti asilo e peggiorare le loro condizioni di vita. Una situazione particolarmente critica nei quartieri meridionali di Tel Aviv dove vivono migliaia di persone di origine africana. «I richiedenti asilo rischiano di finire per strada, i bambini di patire la fame, le donne di cadere nel racket della prostituzione», scrivono le principali associazioni in una lettera indirizzata al ministro dell’Interno Aryeh Dery.

Questa “decima” imposta ai lavoratori eritrei e sudanesi (che rappresentano la quasi totalità dei richiedenti asilo in Israele) è solo l’ultimo tassello di una lunga catena di interventi – normativi e non – che hanno praticamente azzerato l’arrivo di migranti provenienti dall’Africa. Nel 2012, infatti, è stata ultimata la barriera al confine con l’Egitto che ha bloccato i flussi in transito attraverso il deserto del Sinai. Nei primi sei mesi del 2016 non c’è stato nemmeno un attraversamento illegale del confine.

Inoltre il governo ha dato vita a piani di “deportazione volontaria”. Non potendo rimandare sudanesi ed eritrei nei rispettivi Paesi d’origine, dove sarebbero in pericolo la loro vita e la loro incolumità, Israele propone loro di accettare un biglietto aereo per il Ruanda o l’Uganda e una “buonuscita” di 3.500 dollari. Secondo il Jerusalem Post questo provvedimento ha provocato una significativa riduzione nel numero di richiedenti asilo in Israele, passati dagli oltre 60 mila del 2012 ai 40 mila del dicembre 2016.

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