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La pace di Assisi non è un vicolo chiuso

Stefano Pasta
8 novembre 2016
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La pace di Assisi non è un vicolo chiuso

L'incontro di Giovanni Paolo II ad Assisi con i leader delle religioni nei loro abiti variopinti è una delle icone del Novecento. Trent’anni dopo Riccardo Burigana analizza quell’evento, le sue radici e la sua eco.


La foto della Giornata mondiale di preghiera per la pace del 27 ottobre 1986, che ritrae Giovanni Paolo II con i leader delle religioni nei loro abiti variopinti, è una delle immagini religiose più note del Novecento. L’intuizione di Wojtyła fu di convocare i capi religiosi ad Assisi, la città di san Francesco, per essere insieme artigiani di pace. Ne vennero 63: ebrei, musulmani, induisti, buddisti, sikh, animisti… riuniti con cattolici, ortodossi e protestanti. Tutti, per pregare l’uno accanto all’altro e «non più l’uno contro l’altro». Fu un’interpretazione creativa del dialogo che scandalizzò molti.

A trent’anni di distanza, Riccardo Burigana, direttore del Centro studi per l’ecumenismo San Bernardino di Venezia, pubblica con le Edizioni Terra Santa il libro La pace di Assisi, rigorosa (ma di agile lettura) ricostruzione dell’evento, delle sue radici nella storia della Chiesa e degli slanci che innestò nelle relazioni tra cattolici e uomini di altre fedi.

Cosa accadde nella città di Francesco? Non fu una giornata caratterizzata da discorsi o discussioni, negoziati o dialoghi, quanto dall’essere insieme nel silenzio e in un atteggiamento orante e pacifico: emerse «il legame intrinseco tra un atteggiamento autenticamente religioso e il grande bene della pace», come ebbe a dire Giovanni Paolo II.

Quella preghiera «segnò l’inizio di una storia differente», come nota Andrea Riccardi nella prefazione. Nell’86, nel mondo diviso tra i due blocchi, il pensiero europeo tendeva a considerare le religioni un retaggio del passato, destinate ai margini della vita sociale o, al massimo, ad essere relegate a fatto privato per pochi. In realtà è successo il contrario: con il nuovo millennio le religioni – e la strumentalizzazione delle religioni – hanno un ruolo pubblico in tante parti del pianeta. In tempi non sospetti, Wojtyła intuì l’importanza di affermare ad alta voce che «solo la pace è santa, mai la guerra», chiamando le religioni a una maggiore audacia: fuori dagli schemi ereditati dal passato, dalle timidità e dalla rassegnazione. Dopo la caduta del Muro di Berlino, il Papa disse a padre Pierre Duprey (1922-2007), uomo dell’ecumenismo conciliare e postconciliare: «Non abbiamo pregato invano ad Assisi per la pace».

Da storico, Burigana inserisce quella svolta nella storia della Chiesa, collegandola al concilio Vaticano II, al rinnovamento di Paolo VI e alla Nostra aetate. Del resto, fino alla metà del Novecento, per il cattolicesimo la logica dello scontro era prevalente. La bandiera ottomana, conquistata dalle potenze cristiane nella battaglia di Lepanto nel 1571, era conservata in Vaticano come un simbolo e, talvolta, veniva esibita con orgoglio. Paolo VI, nel 1965, alla fine del Concilio, decise di consegnarla alla Turchia: una pagina di storia si avviava alla conclusione.

Di fronte all’intuizione di Wojtyła non mancarono le opposizioni, molto diverse tra di loro. I valdesi, critici per le modalità dell’invito, risposero negativamente, mentre i seguaci del vescovo tradizionalista e scismatico Marcel Lefebvre distribuirono volantini per le vie di Assisi contro un Papa che – dicevano – rinunciava alla verità e metteva sullo stesso piano le religioni. Tra le tante opposizioni interne alla Curia, tra cui quella del cardinal Giacomo Biffi – all’epoca arcivescovo di Bologna -, fino all’ultimo momento arrivarono i rilievi critici di Joseph Ratzinger – allora cardinale prefetto della Congregazione per la dottrina della fede -, preoccupato di eventuali cedimenti al sincretismo e al relativismo religioso. Un intero capitolo de La pace di Assisi è dedicato proprio al rapporto di Benedetto XVI con il dialogo interreligioso, passando per il noto discorso pronunciato a Ratisbona il 12 settembre 2006. In occasione delle celebrazioni dei 25 anni da Assisi ‘86, parlò positivamente dell’incontro: l’atteggiamento del Ratzinger cardinale è differente da quello di Benedetto XVI, per cui ormai l’evento di Assisi è assunto dalla Chiesa cattolica. «E – nota Riccardi – Benedetto XVI, abitato da un profondo senso della Chiesa, lo riconosceva».

Il testo di Burigana, inoltre, ricostruisce il dibattito che seguì alla preghiera di Assisi. L’interpretazione in Curia, anche di buona parte di quanti avevano collaborato alla realizzazione della Giornata, era che avrebbe dovuto restare un unicum, un’icona isolata nella sua grandezza. Non era l’idea di Wojtyła, che nel discorso di commiato alla sera del 27 ottobre aveva detto: «La pace attende i suoi artefici. La pace è un cantiere aperto a tutti e non soltanto agli specialisti, ai sapienti e agli strateghi». In questa prospettiva sono molte le iniziative nate dalla “pace di Assisi”, come gli incontri Uomini e Religioni che la Comunità di Sant’Egidio ha organizzato ogni anno dal 1987. Al primo, a cui giunse l’appoggio di Giovanni Paolo II, parteciparono solo due vescovi cattolici (mons. Pietro Rossano e il card. Carlo Maria Martini), nonostante si svolgesse nella comoda sede di Roma. Ma anche quel cammino di pace è cresciuto, passando da Varsavia (1989, prima volta in cui i leader musulmani entrarono nel lager di Auschwitz), Bucarest (1998, aprendo la strada alla storica visita di Wojtyła l’anno successivo) e altre città del mondo. Fedele compagno di viaggio è stato Mar Gregorios Yohanna Ibrahim, metropolita siro-ortodosso di Aleppo, che ha partecipato a tutte le edizioni dal 1987 al 2012: tre anni fa è stato rapito e di lui non si hanno più notizie.

Il 19-21 settembre 2016, a trent’anni di distanza, lo “spirito di Assisi” è tornato nella città di Francesco riunendo oltre 500 capi religiosi: Bergoglio vi ha partecipato, volendo salutare gli ospiti uno per uno. Ed è proprio al Papa argentino che Riccardo Burigana dedica un capitolo significativo del suo libro: la scelta del nome, l’attenzione ai profughi e alla misericordia, la cultura dell’accoglienza e l’amicizia personale con il patriarca di Costantinopoli Bartolomeo e il rabbino di Buenos Aires Abraham Skorka, il continuo ribadire che «l’Islam non è una religione violenta», il legame molto stretto tra dialogo e pace che attraversa tutta la sua predicazione, dimostrano come il 27 ottobre 1986 non sia rimasto il ricordo di una cartolina famosa, ma sia invece divenuto patrimonio della Chiesa. Il vento che soffiò sul colle di Assisi è arrivato fino alla “fine del mondo”.


Riccardo Burigana
La pace di Assisi
27 ottobre 1986. Il dialogo tra le religioni trent’anni dopo
Edizioni Terra Santa, Milano 2016
pp. 144 – 15,00 euro

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