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Un Team presidenziale per le elezioni del 2018

Elisa Ferrero
19 settembre 2016
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L’Egitto già pensa alle elezioni presidenziali del 2018. Fra chi sostiene la ricandidatura di Abdel Fattah el-Sisi e chi cerca una valida alternativa, sta emergendo un’iniziativa ambiziosa cui è stato dato il nome di «Team presidenziale».


Stretto nella morsa dell’austerity imposta dal Fondo monetario internazionale (Fmi), in cambio della concessione di un prestito, l’Egitto già pensa alle elezioni presidenziali del 2018. Fra chi sostiene la ricandidatura di Abdel Fattah el-Sisi e chi cerca una valida alternativa, sta emergendo un’iniziativa ambiziosa cui è stato dato il nome di «Team presidenziale». A parlarne, sulle pagine dell’edizione araba dell’Huffington Post, è Essam Heggy, portavoce dell’iniziativa e personaggio già incontrato in una puntata di questo blog. Heggy è uno scienziato dello spazio ed è anche stato, per breve tempo, consigliere scientifico del presidente ad interim Adly Mansour, succeduto a Mohammed Morsi nel luglio 2013.

L’iniziativa rappresentata da Heggy si prefigge di riunire tutte le forze civili, vicine alla rivoluzione del 2011, intorno alla formazione di un team di persone competenti da candidare alle presidenziali del 2018: un presidente, cinque vicepresidenti, una squadra di consulenti, un portavoce ufficiale e un ufficio stampa. L’idea nasce dalla constatazione che «una persona sola può governare l’Egitto, ma per cambiarlo ci vuole una squadra». Del resto – ricorda Heggy – porre alla guida del Paese un team presidenziale è sempre stata una delle richieste della rivoluzione del 2011. L’iniziativa del Team, operativa dal mese di agosto, non fa che riprendere questa richiesta e svilupparla, sfruttando le conoscenze e le competenze in primo luogo dei giovani, in patria e all’estero.

La posizione del Team presidenziale è chiara: «Il 25 gennaio 2011 – dice Heggy – siamo scesi in piazza per chiedere uno Stato civile e ci è arrivato uno Stato religioso. Il 30 giugno 2013 siamo scesi in piazza per chiedere di nuovo uno Stato civile e ci è arrivato uno Stato militare. Questa volta, nel 2018, non rinunceremo alla nostra richiesta». Secondo Heggy, infatti, «l’attuale scena egiziana vede il 30 per cento di persone che contano sulla permanenza al potere di uno Stato militare, il 20 per cento che conta sul ritorno di uno Stato religioso e il 50 per cento che vuole uno Stato civile e umano prima di ogni altra cosa. Noi sosteniamo questa terza categoria».

La parola «politica» è totalmente, e intenzionalmente, assente dal progetto del Team presidenziale, perché legata al potere dei partiti e alle forze di governo del Paese. Il Team ha scelto di non avere contatti con le forze politiche, ma solo con persone che condividono il sogno di realizzare uno Stato civile e vogliono parteciparvi a titolo individuale, in virtù delle loro competenze e nient’altro. In realtà, però, di politica, nel senso nobile del termine, ce n’è tanta nel progetto del Team. La sua azione intende muoversi su cinque assi ben definiti: istruzione, salute, giustizia, unità nazionale/eguaglianza religiosa, diritti delle donne. Per ognuno di questi campi, il Team vuole studiare strategie nuove, concentrandosi sui problemi attraverso il lavoro di gruppo piuttosto che sul carisma di persone singole da candidare. Comunque, i nomi dei candidati, che saranno scelti dopo una lunga e vasta consultazione fra tutte le forze della società civile, saranno resi noti a marzo del prossimo anno.

Per ragioni di sicurezza, i nomi delle persone coinvolte nell’iniziativa sono ancora tenuti segreti. Si sa solo che, oltre a Heggy, a guidare il Team c’è una donna: Hala al-Bannay, che nel 2010 aveva già fatto parte dell’Associazione nazionale per il cambiamento di Mohammed el-Baradei. La sua presenza nel Team, però, non è legata a el-Baradei, con il quale Heggy ha negato ogni relazione, finora. Similmente, l’iniziativa nega qualsiasi contatto con i Fratelli Musulmani, anche se ribadisce che la collaborazione è possibile, a livello individuale, con tutti coloro che credono nel progetto.

E a proposito di sicurezza, c’è da chiedersi se ministero dell’Interno ed esercito permetteranno a questa iniziativa di agire liberamente. Heggy si dimostra ottimista, perché: «È nell’interesse di tutti gli apparati di sicurezza che operano in Egitto sapere che senza istruzione, senza offrire soluzioni alla crisi della disoccupazione, si troveranno ad affrontare il nemico più feroce della storia: l’ignorante che non ha nulla da perdere». Heggy è convinto che anche l’esercito e le forze di sicurezza debbano rendersi conto che povertà, ignoranza e malattia sono il peggior nemico dell’Egitto, prima di ogni altra cosa. L’esercito, poi, è sensibile al tema dell’educazione, avendo già aperto delle scuole. Pertanto, il Team sta cercando di «far arrivare questo messaggio alle coscienze che ancora vivono negli apparati di sicurezza egiziani». Lui stesso ha potuto constatare che ne esistono ancora molte di queste «coscienze vive», perché, quando è stato consulente di Adly Mansour, lo hanno aiutato a scarcerare molti studenti arrestati.

E se, nonostante tutto, l’iniziativa fallisse e continuassero le politiche attuali? In quel caso – dice Heggy – si penserà a un’altra mossa, una mossa popolare. Si sente spesso dire che la rivoluzione non ha una voce. Ora, forse, ne ha trovata una.

 


Perché “Kushari”

Il kushari è un piatto squisitamente egiziano. Mescolando ingredienti apparentemente inconciliabili fra loro, in un amalgama improbabile fatto di pasta, riso, lenticchie, hummus, pomodoro, aglio, cipolla e spezie, pare sfuggire a qualsiasi logica culinaria. Eppure, se cucinati da mani esperte, gli ingredienti si fondono armoniosamente in una pietanza deliziosa dal sapore unico nel mondo arabo. Quale miglior metafora per l’Egitto di oggi? Un Egitto in rivoluzione che tenta di fondere mille anime, antiche e recenti, in una nuova identità, che alcuni vorrebbero monolitica e altri multicolore. Mille anime che potrebbero idealmente unirsi, come gli ingredienti del kushari, per dar vita a un sapore unico e squisito, o che potrebbero annientarsi fra acute discordanze. Un Egitto in cammino che è impossibile cogliere da una sola angolatura. È questo l’Egitto che si tenterà di raccontare in questo blog.

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