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Un (delizioso) cortometraggio palestinese in lizza per gli Oscar

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28 Gennaio 2016
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Un (delizioso) cortometraggio palestinese in lizza per gli Oscar
Una scena del cortometraggio Ave Maria.

Dopo essere passato per Cannes e numerosi altri festival cinematografici, il cortometraggio di Basil Khalil Ave Maria prosegue la sua corsa. Ora è il primo film palestinese ad essere tra i candidati agli Oscar. Nell'opera il regista non affronta di petto il conflitto israelo-palestinese, ma sceglie di raccontarne i risvolti umani con umorismo irriverente.


(n.h.) – Il 26 gennaio scorso è stato proiettato per la prima volta a Gerusalemme Est, presso il Centro Yabous, il cortometraggio di Basil Khalil Ave Maria. Il film non affronta di petto il conflitto israelo-palestinese, ma sceglie di raccontarne i risvolti umani con umorismo irriverente. È il primo prodotto cinematografico palestinese ad essere tra i candidati agli Oscar, che verranno assegnati il prossimo 28 febbraio.

Ave Maria è la storia di uno «scontro» tra una famiglia di coloni ebrei e una piccola comunità di suore carmelitane che vive in Cisgiordania. La vicenda è semplice: cinque monache che hanno fatto voto di silenzio vivono in un convento isolato nel cuore della Cisgiordania. Un venerdì pomeriggio, dopo aver imboccato delle scorciatoie lungo la rete viaria palestinese, una famiglia ebrea ha un incidente d’auto proprio poco prima del tramonto e dell’inizio dello shabbat: dopo essere andata a sbattere contro una statua della Vergine Maria la vettura va in panne sulla soglia del convento. Il gruppetto va nel panico, ritrovandosi bloccato in una zona «ostile», e si rivolge alle suore per chiedere aiuto. C’è però un ostacolo: le suore non parlano, in ossequio al loro voto e gli ebrei non possono utilizzare il telefono per non violare i precetti dello shabbat.

Il film mostra con molta ironia il modo in cui le due parti, all’inizio reciprocamente diffidenti e ostili, arrivano a collaborare per poi separarsi nuovamente.

«È vero che in Medio Oriente la situazione è spesso tetra e miserabile», ammette Khalil nelle sue interviste, «ma noi palestinesi abbiamo sviluppato un senso dell’umorismo particolare, simile a quello dei ghetti». Secondo il regista, il pubblico è naturalmente portato a preferire una commedia a un film politico.

«Pericolo mine!» recita un segnale ai bordi della strada inquadrato nelle prime scene del film. Lo spettatore è messo in guardia: si imbarca in una storia assurda. «Le suore vivono nei Territori occupati, ma anche sottoposte alle regole del loro ordine, che impongono il silenzio – dice Khalil –, ma anche i coloni ebrei sono in qualche modo sottoposti alle regole dello shabbat. Quando queste regole vengono raffrontate si rivelano essere di poca importanza». L’assurdo del racconto filmico emerge anche dalla lingua adottata, che colpisce lo spettatore palestinese: l’idioma prevalente nei primi minuti è l’ebraico. L’interprete principale, molto lieta di indossare la croce di Gerusalemme, è musulmana. Si tratta di Huda el-Imam, un’attrice gerosolimitana che impersona la madre superiora del convento. «Per me – spiega – è stato facile interpretare questo ruolo perché da bambina sono andata a scuola dalle suore di Sion, poi alla scuola Schmidt a Gerusalemme. Eravamo testimoni del loro modo di vivere e della loro bella spiritualità. Ne abbiamo assimilato naturalmente lo stile».

In questo film Huda el-Imam rappresenta implicitamente la donna (araba – ndr) gerosolimitana. «Siamo istruite, colte e parliamo più lingue – spiega lei stessa –. Molte ragazze (palestinesi) di Gerusalemme frequentano le scuole cristiane, che offrono un livello di istruzione di qualità. Sono lieta e fiera che il nostro film sia approdato al festival di Cannes e, ora, sia tra i candidati agli Oscar».

Khalil – 35 anni, originario di Nazaret – paragona la cinematografia palestinese a quella iraniana, popolare in Europa. Nell’agone politico, palestinesi e iraniani sono considerati alla stregua di pazzi. «Abbiamo imparato a trovare il nostro posto, e io credo che dalla sofferenza emerga una forte narrazione. È molto importante per noi provare che siamo normali. Abbiamo le nostre storie fatte di momenti di felicità e altri di tristezza, come accade nel resto del mondo».

Alla fine, quelli di Ave Maria sono 14 minuti festosi di serena follia riguardo a una situazione che ne emerge come ancora più assurda.

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