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Un conto salato per i Mubarak e guai in vista per il «giudice giustiziere»

di Elisa Ferrero
11 gennaio 2016
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Due interessanti notizie di carattere giudiziario sono passate quasi in sordina, quest’ultima settimana in Egitto. La prima riguarda Hosni Mubarak, l’ex dittatore ormai dimenticato, e la seconda il giudice Nagy Shehata, il principale responsabile delle condanne a morte di massa di centinaia di islamisti che avevano suscitato lo sdegno mondiale.


Due interessanti notizie di carattere giudiziario sono passate quasi in sordina, quest’ultima settimana in Egitto. La prima riguarda Hosni Mubarak, l’ex dittatore ormai dimenticato, e la seconda il giudice Nagy Shehata, il principale responsabile delle condanne a morte di massa di centinaia di islamisti che avevano suscitato lo sdegno mondiale.

Il 9 gennaio, la Cassazione ha respinto il ricorso presentato da Mubarak e dai suoi due figli, Alaa e Gamal, nel cosiddetto «processo dei palazzi presidenziali» confermando le sentenze di condanna a tre anni di carcere per ciascuno di loro e il pagamento di un’ammenda di 125 milioni di sterline egiziane (16 milioni e 664 mila euro), più un risarcimento allo Stato di 21 milioni (2 milioni e 464 mila euro). Il trio Mubarak era stato accusato di aver sperperato denaro pubblico, investendo i 125 milioni di sterline che lo Stato egiziano aveva destinato al restauro delle residenze presidenziali nella costruzione di ville, villette e palazzi privati sparsi per il Paese.

Nel mese di novembre 2014, Mubarak era stato scagionato da due altre pesanti accuse di corruzione e da quella, ancor più pesante, di esser stato il mandante dell’uccisione di centinaia di manifestanti nella rivolta del 2011 (caso, però, sul quale pende ancora la decisione finale della Cassazione). La sentenza del 9 gennaio, dunque, sembra solo una piccola, irrilevante vittoria, tanto più se si considera che la famiglia Mubarak ha già scontato la pena dei tre anni di detenzione. Il giudizio della Cassazione, però, ha carattere definitivo, non essendo possibili altri ricorsi. Ciò ha delle conseguenze pratiche significative, oltre a quella simbolica di sancire ufficialmente la corruzione del clan Mubarak. Infatti, ora si applicherà l’articolo 25 del codice penale che prevede che chiunque subisca una condanna definitiva in base al diritto penale dovrà essere privato di tutti i diritti politici, fino a sei anni dopo l’espiazione della pena. E poiché la pena inflitta ai Mubarak include un’ammenda consistente (pari al denaro sperperato), che non è ancora stata pagata e non sarà facile pagare, ciò significa che, per molti anni non potranno né votare né presentarsi alle elezioni. Inoltre, non potranno assumere incarichi governativi, né lavorare per il governo come contractors e nemmeno far parte di commissioni o consigli amministrativi pubblici. Come ulteriore umiliazione, l’ex dittatore Mubarak, essendo un ex ufficiale dell’esercito, sarà anche spogliato di ogni decorazione militare. A tutto ciò, si aggiunge la speranza che questa sentenza della Cassazione possa costituire un precedente importante in casi di corruzione simili contro gli ex esponenti del regime di Mubarak.

La seconda rilevante notizia giudiziaria della settimana riguarda il giudice Nagy Shehata, al quale sono stati affidati numerosi processi “anti-terrorismo” di alto profilo, nel quale sono imputati molti esponenti di spicco della Fratellanza Musulmana. Fra i casi da lui giudicati, quello di un gruppo di giornalisti di al-Jazeera condannati nel 2014 e 2015 per collaborazione con un’organizzazione terrorista, dell’attivista Ahmed Douma (condannato all’ergastolo nel 2015), del massacro alla stazione di polizia di Kerdasa (avvenuto nell’agosto 2013), degli scontri davanti al palazzo del governo, della «cellula del Marriott» (2014) e della «sala operativa di Rabaa» (2014). Il nome di Shehata è diventato famoso anche su scala internazionale per aver inflitto sentenze di morte ed ergastoli collettivi a centinaia di imputati (prevalentemente islamisti) con una disinvoltura che a molti è sembrata ingiustificata. Ora, però, la stella di Shehata pare prossima al tramonto.

Il 5 gennaio, la Cassazione ha ordinato la ripetizione del «processo del Consiglio della Guida», annullando l’ergastolo che Shehata aveva decretato per la Guida Suprema, Mohammed Badie, e altri personaggi illustri della Fratellanza, come Khayrat el-Shater, Saad el-Katatny, Mohammed Beltagy ed Essam el-Erian. E la Cassazione, poco tempo prima, aveva annullato anche le sentenze dei processi della «cellula del Marriott» e della «sala operativa di Rabaa».

Tuttavia, il vero guaio Shehata l’ha combinato quando ha deciso, il 12 dicembre, di rilasciare una lunga intervista al quotidiano al-Watan, nella quale ha espresso senza mezzi termini le sue opinioni politiche pro-regime e il suo disprezzo per la rivoluzione del 2011. Quanto basta per dimostrare la non-neutralità di questo giudice. Shehata, però, è andato oltre, dichiarando con sicumera che «nelle carceri egiziane non c’è assolutamente tortura»; questo proprio quando molti casi di tortura sono ormai ampiamente documentati. La difesa degli imputati nel processo della «cellula di Awsim» ha perciò chiesto la ricusazione del giudice Shehata per mancanza di neutralità nel giudizio e la Corte d’Appello, il 6 gennaio, ha comunicato di aver accolto la richiesta. Per Shehata, dunque, si apre forse un periodo difficile, con ulteriori investigazioni sul suo conto.

La magistratura egiziana, spesso considerata come nient’altro che il braccio giudiziario del regime, mostra ancora una volta dinamiche complesse, fra le quali s’intravvede, come in ogni altro ambito del Paese, una battaglia senza fine fra forze democratiche e forze reazionarie.

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