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Tra i seimila nei container di Ashti

Chiara Cruciati
10 dicembre 2015
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Il campo profughi di Ashti – presso la città di Erbil – è stato aperto poco più di un anno fa per accogliere centinaia di famiglie irachene cristiane e yazidiche, in fuga dallo Stato islamico (Isis) che ha occupato le loro comunità nella Piana di Ninive. Oggi nel campo vivono circa 6 mila persone, accolte dalla Chiesa.


Il campo profughi di Ashti – presso la città di Erbil – è stato aperto poco più di un anno fa per accogliere centinaia di famiglie irachene cristiane e yazidiche, in fuga dallo Stato islamico (Isis) che ha occupato le loro comunità nella Piana di Ninive: Qaraqosh e i villaggi intorno, Sinjar e le sue campagne, Bashiqa. Oggi nel campo vivono circa 6mila persone, accolte dalla Chiesa. Sono le istituzioni religiose cristiane a gestire il campo, fin dall’inizio, garantendo una vita più dignitosa di quella di tanti altri rifugiati siriani e sfollati iracheni. Ogni famiglia ha il suo container, i bagni sono in comune ma tutti hanno fornelli per cucinare, acqua corrente ed elettricità. Un abisso rispetto ai sunniti riparati nel centro dell’Iraq, costretti a rifugiarsi in villaggi poveri senza alcun sostegno né da parte del governo iracheno né delle organizzazioni internazionali che non vengono fatte entrare.

«Le comunità cristiane sono sempre state marginalizzate sul piano politico ed economico durante gli anni di Saddam Hussein, ma mai si era raggiunta una simile violenza». Raid Michael è il rappresentante nel Paese dell’associazione italiana Un ponte per ed è anche lui di Qaraqosh. Ci accompagna a vedere la distribuzione degli aiuti alimentari alle famiglie: il cibo viene consegnato ogni due settimane. «Prendete Mosul: alcuni sunniti lì, tra cui ex membri del partito Baath ed ex soldati dell’esercito di Saddam, hanno inizialmente accolto l’arrivo dell’Isis, convinti di poter riemergere dalla discriminazione imposta dal nuovo governo sciita. Ma si sono presto resi conto della pericolosità degli islamisti. In molti sono fuggiti. Poco dopo è toccato a Qaraqosh: era il 6 agosto del 2014 quando la prima bomba è caduta sulla città».

I peshmerga che difendevano Qaraqosh si sono ritirati, non prima di bussare ad ogni porta per dire ai civili di fuggire. Sono scappati tutti, a piedi o in auto, verso il Kurdistan iracheno. «Ci sono volute dieci ore per arrivare a Erbil, a 70 chilometri di distanza, perché le auto in fuga erano tantissime. Ai cristiani e agli yazidi è andata meglio che a sciiti e sunniti: sono stati fatti entrare subito grazie al sostegno della Chiesa. Per settimane abbiamo vissuto in piena emergenza: nel quartiere cristiano di Ankawa gli sfollati erano ovunque, 100 mila persone nei giardini pubblici, nei palazzi in costruzione, lungo i marciapiedi. Poi sono stati aperti i primi campi».

Come quello di Ashti. Entriamo nell’ufficio (ricavato in un container) di abuna Jalal Yako, sacerdote iracheno di Qaraqosh appartenente alla congregazione dei padri rogazionisti. È il direttore responsabile del campo, aperto con i finanziamenti della Chiesa: «L’autunno scorso, in vista dell’inverno, la Chiesa ha affittato appartamenti per gli sfollati e poi ha fatto arrivare i container. Siamo partiti da zero, non conoscevamo nemmeno i nomi delle famiglie. Abbiamo cominciato con le registrazioni e pian piano abbiamo portato i primi servizi: altri container, distribuzione di cibo e gas, acqua ed elettricità 24 ore al giorno, animazione per i bambini, messe e rosari. La Chiesa si è occupata di tutto: non poteva abbandonare tante famiglie cristiane che non hanno altro riferimento».

Padre Jalal ci porta a visitare il campo. I container sono uno attaccato all’altro. È ora di pranzo e sono tutti ai fornelli. C’è chi prepara falafel, chi zucchine ripiene, chi zuppe calde: oggi è stato distribuito il pacco di aiuti alimentari e le famiglie ne approfittano. Alcune donne stendono i vestiti sui fili legati ai caravan, lungo gli stretti corridoi del campo; gli uomini costruiscono con il legno mobili e letti per inventarsi spazio dove di spazio non ce n’è.

La gente sorride, ci saluta, ma la tensione è palpabile: «La dipendenza dagli aiuti esterni è un duro colpo per queste famiglie. Sentono di aver perso la propria dignità – ci dice abuna Jalal – e non si fidano più di nessuno. I peshmerga ci hanno tradito, abbandonando la difesa di Qaraqosh e lasciando campo aperto all’Isis. Molti cristiani hanno paura a tornare nelle loro comunità perché l’Isis li ha perseguitati a causa della loro fede. Ma noi cristiani iracheni vogliamo restare in Iraq, vogliamo testimoniare la nostra fede e la nostra identità qui, su questa terra».

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