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La rivolta di Luxor

di Elisa Ferrero
9 dicembre 2015
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Per l’Egitto le ultime settimane sono state tumultuose e il tumulto è scoppiato là dove pochi se lo aspettavano, cioè nel profondo sud, dove la popolazione è insorta contro le violenze della polizia. Tutto è iniziato il 24 novembre, quando Talaat Shabib, 47 anni, venditore di papiri di El-Awamiya, nel governatorato di Luxor, è stato prelevato a forza dagli agenti mentre sedeva tranquillo in un caffè. Accusato di possesso illegale di droga, Shabib è stato portato alla stazione di polizia per essere interrogato. E non ne è uscito vivo.


Per l’Egitto le ultime settimane sono state tumultuose e il tumulto è scoppiato là dove pochi se lo aspettavano, cioè nel profondo sud. Tutto è iniziato il 24 novembre, quando Talaat Shabib, 47 anni, venditore di papiri di El-Awamiya, nel governatorato di Luxor, è stato prelevato a forza dalla polizia mentre sedeva tranquillo in un caffè. Accusato di possesso illegale di droga (Tramadol, secondo alcuni resoconti), Shabib è stato portato alla stazione di polizia per essere interrogato. Mezz’ora dopo, Shabib si sarebbe sentito male e sarebbe stato trasferito all’ospedale internazionale di Luxor. Il rapporto medico ufficiale dell’ospedale ha dichiarato che Shabib era già deceduto al momento dell’arrivo. Colpa della sua assuefazione alla droga, per i poliziotti, perché Shabib, oltre che noto trafficante, era secondo loro anche tossicodipendente. La famiglia e la gente del paese, però, raccontano tutt’altra storia. Shabib avrebbe avuto una disputa con un ufficiale di polizia che si sarebbe vendicato facendolo arrestare e picchiare a morte. L’autopsia, dieci giorni dopo, ha dato ragione alla famiglia di Shabib, rivelando che la sua morte è avvenuta per la frattura di collo e spina dorsale.

Nel frattempo, fra la morte di Shabib e il risultato dell’autopsia, in Egitto si è sfiorata una nuova rivolta. Questa vicenda è stata – come dicono gli arabi – la pagliuzza che ha spaccato la schiena del cammello. Il 27 novembre, centinaia di persone sono scese spontaneamente in strada per ore e ore, senza l’autorizzazione prevista dalla legge anti-proteste, inveendo contro la polizia e il ministero dell’Interno. Il grido “Al-dakhiliyya baltagheyya” («Quelli del ministero dell’Interno sono dei teppisti»), noto slogan della rivoluzione del 25 gennaio 2011, è tornato a risuonare alto nelle strade, ma questa volta in Alto Egitto, non nelle grandi città del nord e nemmeno in una zona di simpatizzanti dei Fratelli Musulmani. In effetti, la tragedia di Shabib ricorda da vicino quella del giovane Khaled Said ad Alessandria, che innescò una serie di proteste poi sfociate nella rivolta generale del 2011. Stesse false accuse, stessa morte crudele.

Purtroppo, la triste fine di Shabib non è un caso unico. Secondo l’organizzazione denominata Egyptian Initiative for Personal Rights (Iniziativa egiziana per i diritti personali), solo nel 2013 e 2014 ci sono state almeno 114 morti nelle stazioni di polizia (ma il numero è certamente maggiore). Questa volta, però, nel Paese è scattato qualcosa. Nonostante l’uso massiccio di lacrimogeni e numerosi arresti, la polizia non è riuscita a disperdere la protesta di Luxor e, in altre parti del Paese, ci sono state analoghe manifestazioni e denunce. A Ismailiyya, per esempio, dove la telecamera di una farmacia ha catturato le immagini di tre poliziotti in borghese che aggredivano il veterinario Hosni Afify, anche lui accusato di vendere droga e deceduto in seguito a botte e maltrattamenti della polizia. Il video è stato messo in rete da alcuni «cittadini giornalisti» suscitando una vasta reazione di protesta che è andata ad aggiungersi a quella per l’uccisione di Talaat Shabib. E poi al Cairo, dove Amr Abushanab, 32 anni, è stato prelevato dal suo appartamento all’ora di andare a dormire ed è morto pochi giorni dopo in seguito a tortura con elettroshock. Su Facebook, sono rispuntate pagine che emulano quella celebre di Siamo tutti Khaled Said. Per le strade di Luxor è comparso un nuovo graffito raffigurante un poliziotto con la pistola alzata e la scritta: «Nessun Hatem ha mai subito processo». Qui il riferimento è al poliziotto di nome Hatem protagonista del film Heya Fawda («È un caos») del grande regista egiziano Youssef Chahine, che parla appunto degli abusi quotidiani della polizia nei confronti della gente comune.

Per una settimana, le proteste sono andate aumentando, riportando alla memoria l’atmosfera precedente la rivoluzione del 2011. Sapendo, inoltre, che in Alto Egitto, dove la società tribale è ancora forte, le armi sono diffuse, il ministero dell’Interno ha tremato. Ha cercato di correre ai ripari trasferendo ad altri incarichi e mettendo sotto indagine i poliziotti incriminati, rilasciando i manifestanti arrestati, organizzando una veglia funebre per la famiglia di Shabib e inviando i propri rappresentanti sul luogo per contrattare. Tuttavia, il ministero dell’Interno si è rifiutato di riconoscere che la tortura sia una pratica sistematica nelle stazioni di polizia e nelle carceri egiziane. Lo stesso presidente Abdel Fattah el-Sisi, durante una visita improvvisata all’Accademia di Polizia, ha affermato con forza, da un lato, che i responsabili di queste morti vanno perseguiti e puniti; ma dall’altro, ha ribadito che si tratta «solo» di episodi singoli che non devono essere usati per criminalizzare la polizia in generale.

Inutile dire che la risposta dello Stato non ha soddisfatto in nessun modo le famiglie delle persone uccise, né quelle delle persone scomparse o incarcerate senza processo, né gli attivisti per i diritti umani che si occupano della tortura nelle carceri. La situazione, quindi, resta tesa. L’Egitto è stanco, ma non dorme.

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