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La bibliotecaria di Aleppo

Elisa Pinna
29 ottobre 2015
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La bibliotecaria di Aleppo
«Aleppo non è morta, è solo malata».

«Per me Aleppo è la vita». Nonostante i combattimenti, la mancanza di acqua e di luce, il suono sordo delle granate a cui non riesce proprio ad abituarsi, Antonietta Bahar, 39 anni, non rimpiange la sua scelta di essere tornata in Siria nel 2014, percorrendo un viaggio all’inverso rispetto alle centinaia di migliaia di suoi connazionali in fuga verso l’Occidente.


«Per me Aleppo è la vita». Nonostante i combattimenti, la mancanza di acqua e di luce, il suono sordo delle granate a cui non riesce proprio ad abituarsi, Antonietta Bahar, 39 anni, non rimpiange la sua scelta di essere tornata in Siria nel 2014, percorrendo un viaggio all’inverso rispetto alle centinaia di migliaia di suoi connazionali in fuga verso l’Europa e l’Occidente.

La donna, che attualmente lavora come bibliotecaria nella città contesa tra forze lealiste e ribelli islamisti, racconta a Terrasanta.net la sua storia. Nata in Venezuela da genitori siriani, a sette anni è rientrata con i suoi ad Aleppo dove è cresciuta, ha studiato e lavorato fino al 2013. Quando è scoppiata la guerra, la sua famiglia ha deciso di rifugiarsi in Venezuela, ma dopo nemmeno un anno la nostalgia ha prevalso e un nuovo viaggio aereo ha portato Antonietta e i suoi parenti al punto di partenza, in Siria. «Sono tornata perché qui c’è tutto ciò che io amo e che non sono riuscita a trovare in altri posti. Ci sono i miei amici, i miei ricordi, il mio lavoro».

Certo, ammette Antonietta, in cinque anni di conflitto tante cose sono cambiate. La giovane donna insegnava la mattina in una scuola. Ora le è rimasto solo il lavoro da bibliotecaria il pomeriggio e, sebbene appaia incredibile che nonostante la situazione di guerra ci siano persone ancora interessate alla lettura, la biblioteca è tutt’altro che deserta. «Mi rende felice passare le ore con la gente, con i bambini, con i libri, un’esperienza che mi ha arricchito e continua ad arricchire la mia vita». Una volta – racconta – ci fu «un bombardamento proprio in zona. Io ero terrorizzata. Si sentivano i colpi dei razzi, i feriti che urlavano, e molte persone morte sulla strada. Quando la pioggia di bombe cessò, alla porta della biblioteca si affacciò un signore con il figlio. Voleva iscrivere il bambino in biblioteca. Era convinto che la guerra sarebbe finita. Mi commossi, perché malgrado il terrore e la morte, quell’uomo trasmetteva speranza e fiducia».

In generale, però – ammette la donna – la «guerra ha fatto emergere la parte più brutta di tante persone. Ci vorrà molto tempo e molto impegno perché in Siria possa ricostituirsi una società sana. Senza distinzione di religione o di posizione politica, tutti abbiamo perso in termini materiali, umani, morali, affettivi». Comunque, Antonietta è convinta che alla fine Aleppo ne verrà fuori e tornerà «più bella e più colorata di prima». «I suoi abitanti hanno dimostrato che meritano di vivere. La città non è morta, è solo gravemente malata, ma ritornerà forte perché ama la vita».

Intanto la bibliotecaria ha deciso di passare il Natale in città, a differenza degli anni precedenti, quando andava a trascorrere le feste da parenti in zone più sicure. «Ho già avvisato che rimarrò ad Aleppo e preparerò l’albero nella casa di famiglia da cui siamo stati sfollati, perché si trova all’ultimo piano ed è stata colpita da un razzo. Magari l’appartamento non sarà comodo come quando ci abitavamo prima della guerra e magari mi ritroverò da sola, ma per me sarà una gioia tornare lì. Sono decisa a celebrare un Natale diverso, un Natale di speranza».

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