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Francesco, Bartolomeo e la sollecitudine per la casa comune

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23 giugno 2015
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Francesco, Bartolomeo e la sollecitudine per la casa comune
Papa Francesco e il patriarca ecumenico Bartolomeo I a Gerusalemme nel maggio 2014. Entrambi sono sensibili al compito di custodire il creato.

Nei giorni scorsi, durante la presentazione dell’enciclica Laudato Si’ - che Papa Francesco ha voluto dedicare alle tematiche ecologiche - è stata sottolineata anche la sintonia con il magistero del patriarca ecumenico di Costantinopoli, che da tempo riflette sulla custodia del creato. Rilanciamo un brano di un suo intervento recente, comparso sull'ultimo numero del bimestrale Terrasanta.


(g.s.) – Lo scorso 18 giugno, in Vaticano, anche il teologo greco-ortodosso Joannis Zizioulas, metropolita di Pergamo, ha preso la parola davanti alla stampa durante la presentazione dell’enciclica Laudato Si’, che Papa Francesco ha voluto dedicare alle tematiche ecologiche.

L’ecclesiastico ha ricordato come il patriarcato ecumenico di Costantinopoli – sin dal 1989, quando sulla cattedra di sant’Andrea sedeva il patriarca Dimitrios – sia stato la prima voce autorevole nel mondo cristiano a richiamare l’attenzione sulla protezione dell’ambiente naturale. Una sensibilità che l’attuale patriarca Bartolomeo I ha fatto sua e rimarcato in più occasioni, nel corso del suo ministero. Anche perché – come ha spiegato Zizioulas nel suo intervento nell’aula del Sinodo – c’è bisogno di comprendere sempre meglio la questione ambientale anche dal punto di vista teologico e spirituale.

Occorre comprendere a fondo che l’essere umano non può essere de-naturalizzato e posto al di sopra del resto del creato, in posizione dominante quasi «incoraggiandolo a sfruttare la creazione senza limiti e con nessun rispetto per la sua integrità e sacralità». Un approccio che non tiene conto di due principi fondamentali della teologia cristiana: quello dell’Incarnazione – grazie alla quale il figlio di Dio è entrato a far parte non solo dell’umanità ma dell’intero creato – e quello eucaristico, per il quale si è chiamati a rendere grazie per i doni ricevuti da Dio.

Presupposti, questi, dai quali derivano conseguenze d’ordine spirituale, innanzitutto. Bisognerà essere consapevoli che la corretta relazione tra umanità e natura si è spezzata per via dell’individualismo tipico della nostra cultura e della cupidigia che porta a considerare, erroneamente, la felicità individuale in contrasto e concorrenza con quella degli altri esseri umani, contemporanei e futuri. Da qui deriva la chiamata a un ascetismo ecologico.

Riflessioni ben presenti nel magistero del patriarca ecumenico Bartolomeo I – che lo stesso Papa Francesco cita espressamente nei punti 7, 8 e 9 della Laudato Si’ – e che ritroviamo anche nel discorso che l’arcivescovo greco-ortodosso di Costantinopoli pronunciò il 30 gennaio 2014 a Parigi, nell’accettare un dottorato honoris causa da parte dell’Institut Catholique. Da quel testo, pubblicato poche settimane fa dalle Edizioni Terra Santa nel volumetto Lo spirito della Terra, il bimestrale Terrasanta ha tratto un’anticipazione che compare nel numero di maggio-giugno 2015. Vogliamo qui offrirla anche ai lettori di Terrasanta.net

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Dimentichiamo troppo spesso che l’uomo non è soltanto un essere logico o politico, ma che è anzitutto una creatura eucaristica, capace di gratitudine e dotato del potere di benedire Dio per il dono della creazione. Uno spirito eucaristico implica dunque l’utilizzo delle risorse naturali del mondo con spirito di riconoscenza, offrendole in ritorno a Dio. (…)

Questo spirito eucaristico coltiva in noi uno spirito ascetico. La spiritualità ortodossa ci insegna a vivere in armonia con il nostro ambiente e a preservarlo riducendo il nostro consumismo con la moderazione e l’astinenza, oltre che con la pratica del digiuno e di altre simili discipline spirituali. La spiritualità ortodossa ci ricorda che tutto ciò che possediamo è un dono di Dio. Questi doni ci sono concessi per soddisfare i nostri bisogni, a condizione che siano condivisi equamente tra tutti gli uomini. Non è bene perciò abusarne, né sprecarli solo perché nutriamo il desiderio di consumare e abbiamo i mezzi materiali per farlo.

L’ethos ascetico ci impone di proteggere il dono della creazione e di preservare la natura intatta. È la lotta per la moderazione e la padronanza di sé, per giungere a non consumare qualsiasi bene in modo impulsivo, ma a manifestare invece un senso di frugalità e d’astinenza da alcuni beni. La protezione e la moderazione sono entrambe espressioni di un amore verso l’umanità tutta intera e verso l’insieme della creazione naturale. Solo un simile amore può proteggere il mondo da uno spreco inutile e da una distruzione inevitabile.

La pratica del digiuno, nella vita spirituale della Chiesa ortodossa, è un altro modo di raccordare il cielo con la terra. È un modo per riconoscere i risultati catastrofici di una falsa spiritualità che ha percorso una strada sbagliata. I primi asceti avevano grande stima del digiuno, così pure i monaci contemporanei. Ai nostri giorni ancora, i cristiani laici ortodossi si sforzano di seguire le esigenze del digiuno, astenendosi dai latticini e dalla carne per quasi la metà dell’anno. Purtroppo, col passare dei secoli, il concetto di digiuno e di astinenza ha perso significato, o quanto meno la sua connotazione positiva. Ai nostri giorni se ne parla in senso negativo fino a rappresentare l’opposto di una dieta sana e di un equilibrato coinvolgimento nel mondo. Nella Chiesa primitiva, digiunare voleva dire non permettere ai valori di questo mondo o all’egocentrismo di allontanarci da ciò che è più essenziale nella nostra relazione con Dio, con gli altri, con il mondo.

Il digiuno implica un senso di libertà. Il digiuno è un modo di non volere, di volere di meno, e di riconoscere i bisogni dell’altro. Con l’astinenza da certi alimenti, non puniamo noi stessi, ma ci rendiamo semmai capaci di riconoscere il valore adeguato di ciascun alimento. Di più, il digiuno implica la vigilanza. Nel prestare attenzione a quello che facciamo, al cibo che assumiamo e alla quantità di quel che possediamo, noi apprezziamo meglio la realtà della sofferenza e il valore della condivisione.

La crisi morale generata dalla nostra ingiustizia economica mondiale è profondamente spirituale e segnala che qualcosa non va nella nostra relazione con Dio, gli uomini e il mondo materiale. Le società dei consumi contemporanee ignorano troppo spesso l’ingiustizia creata dal commercio mondiale e dalla finanza. La moderazione e l’astinenza, che il digiuno ci insegna, ci sensibilizzano e spingono ad avere compassione dei poveri e ci invitano a condividere i beni materiali.

Il digiuno è perciò un’alternativa critica al nostro modo di vivere consumistico, alla società della lussuria, che ci rende incapaci di cogliere l’impatto e l’effetto delle nostre abitudini e delle nostre azioni. Il mondo spirituale, caratterizzato dalla preghiera e dal digiuno, non è disconnesso dal mondo «reale», semmai il mondo «reale» è informato dal mondo spirituale. È allora che non siamo più estranei all’ingiustizia del nostro mondo. La nostra prospettiva s’allarga, i nostri interessi si accrescono, le nostre azioni acquistano una portata considerevole. Cessiamo di limitare la nostra vita ai nostri piccoli interessi e accettiamo la nostra vocazione a trasformare il mondo intero.

Il digiuno non nega il mondo, ma afferma l’intera creazione materiale. Ricorda la fame degli altri in uno sforzo simbolico per identificarsi, o quanto meno ricordarsi, con la sofferenza del mondo, così da languire per la sua guarigione. Attraverso il digiuno, l’atto di mangiare diventa il mistero del condividere, il ricordo che «non è bene che l’uomo sia solo su questa terra» (Genesi 2, 18) e che «non di solo pane vivrà l’uomo» (Vangelo di Matteo 4, 4). Digiunare significa allora digiunare con e per gli altri. Alla fine dei conti, lo scopo di questo digiuno è di promuovere e di celebrare il senso dell’equità in quanto abbiamo ricevuto. Come per ogni altra disciplina ascetica nella vita spirituale, non si può mai digiunare da soli nella Chiesa ortodossa. Noi digiuniamo sempre insieme, e digiuniamo in momenti prestabiliti. Il digiuno ci rammenta in modo solenne che tutto ciò che facciamo è inseparabile dal benessere o dalla ferita degli altri.

Così, attraverso il digiuno, noi riconosciamo che «la terra è del Signore» (Salmo 24, 1) e che non ci appartiene così che la possiamo sfruttare, consumare o controllare. Essa dev’essere sempre condivisa, in comunione con gli altri, e restituita a Dio con azione di grazie. Digiunare è imparare a donare, e non soltanto a rinunciare. È imparare a rientrare in contatto e non a separarsi. È far cadere le barriere dell’ignoranza e dell’indifferenza nei confronti del prossimo e del mondo. È restaurare la visione originale del mondo, così come Dio l’ha voluto, e discernere la bellezza del mondo, come Dio l’ha creato. È offrire un senso vero di liberazione dalla cupidigia e dalla violenza. Il digiuno corregge in modo efficace la nostra cultura basata sul desiderio egoista e lo spreco spensierato.

Bartolomeo I
patriarca ecumenico di Costantinopoli

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