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Firmato in Vaticano l’accordo tra Santa Sede e Palestina, contestato da Israele

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27 giugno 2015
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Firmato in Vaticano l’accordo tra Santa Sede e Palestina, contestato da Israele
Il tavolo della firma degli accordi con le delegazioni della Santa Sede e della Palestina in Vaticano.

La firma dell’Accordo globale tra la Santa Sede e lo Stato di Palestina, avvenuta venerdì 26 giugno nel Palazzo Apostolico, in Vaticano, ha suscitato, com’era prevedibile, soddisfazione tra i palestinesi e la comunità cristiana di Terra Santa, in prevalenza araba, ma anche disappunto nel governo israeliano. I contenuti a grandi linee.


(g.s.) – La firma dell’Accordo globale tra la Santa Sede e lo Stato di Palestina, avvenuta venerdì 26 giugno nel Palazzo Apostolico, in Vaticano, ha suscitato, com’era prevedibile, soddisfazione tra i palestinesi e la comunità cristiana di Terra Santa (in larga parte araba) e disappunto da parte israeliana.

L’intesa entrerà in vigore non appena entrambe le parti avranno notificato l’una all’altra per iscritto che sono state completate le procedure necessarie a farla recepire dai rispettivi ordinamenti.

La firma dei giorni scorsi fa seguito all’Accordo Base, concluso tra la Santa Sede e l’Organizzazione per la liberazione della Palestina (Olp) il 15 febbraio 2000 e gli dà piena applicazione. Oggi però a firmare non è più l’Olp, ma lo Stato di Palestina, nella persona del ministro degli Esteri, Riad Al-Malki. Di fronte a lui, a fare gli onori di casa e a presiedere la delegazione della Santa Sede, l’arcivescovo Paul Richard Gallagher, segretario per i rapporti con gli Stati.

Il testo dell’Accordo non è ancora stato reso pubblico e bisogna accontentarsi della sintesi che ne fa il Vaticano, il quale spiega che è costituito da un Preambolo e da 8 capitoli, per 32 articoli complessivi. Vengono presi in considerazione aspetti essenziali della vita e dell’attività della Chiesa nello Stato di Palestina, ma vi si riafferma anche il sostegno della Santa Sede a una soluzione negoziata e pacifica della situazione nella regione all’insegna della coesistenza di due Stati – palestinese e israeliano – l’uno accanto all’altro con pari dignità.

Un articolo apparso lo stesso 26 giugno sull’Osservatore Romano spiega che un contenuto chiave dell’Accordo è quello sulla libertà di religione e di coscienza – concetto più ampio e più profondo della libertà di culto –, che lo Stato di Palestina si impegna a tutelare in molteplici modi: tra l’altro riconoscendo ai genitori libertà di educazione religiosa e morale; consentendo di fornire assistenza spirituale ai cristiani detenuti o in divisa; rendendo possibile ai dipendenti pubblici di assentarsi dal lavoro per assolvere il precetto festivo.

L’Accordo regola anche il riconoscimento della personalità giuridica delle istituzioni ecclesiastiche in Palestina e ne assicura la libertà di organizzazione e d’azione per quanto concerne il loro ordinamento interno. Quando sono coinvolti cittadini cristiani, alcuni aspetti di giurisdizione civile – essenzialmente in materia di matrimonio, filiazione e adozione – sono demandati alla competenza dei tribunali ecclesiastici che applicheranno le norme proprie.

Il capitolo 5 si occupa dei Luoghi Santi e dei diritti ad essi spettanti, a partire dal regime dello Status quo. Nel capitolo 6 si riconosce alla Chiesa locale – parte attiva nei negoziati diplomatici che hanno condotto all’Accordo – il diritto di operare negli ambiti educativo, assistenziale, sociale e della comunicazione. A ciò si collega la discrezionalità nel ricevere fondi e finanziamenti.

Un altro capitolo, il settimo, si occupa del regime fiscale relativo alle proprietà ecclesiastiche. Il principio di fondo è quello della non imponibilità, ma su questo tema sono già previsti ulteriori negoziati e accordi.

Durante la cerimonia della firma, mons. Gallagher ha detto a nome della Santa Sede: «Spero che il presente Accordo possa in qualche modo costituire uno stimolo per porre fine in modo definitivo all’annoso conflitto israeliano-palestinese, che continua a provocare sofferenze ad ambedue le Parti. Spero anche che l’auspicata soluzione dei due Stati divenga realtà quanto prima. Il processo di pace può progredire solo tramite il negoziato diretto tra le Parti con il sostegno della comunità internazionale. Ciò richiede certamente decisioni coraggiose, ma anche sarà un grande contributo alla pace e alla stabilità della Regione».

L’arcivescovo ha poi aggiunto: «Nel contesto complesso del Medio Oriente, dove in alcuni Paesi i cristiani hanno sofferto persino la persecuzione, questo Accordo offre un buon esempio di dialogo e di collaborazione e auspico che possa servire da modello per altri Paesi arabi e a maggioranza musulmana. Al riguardo, voglio sottolineare la portata del capitolo dedicato alla libertà di religione e di coscienza».

Per il ministro degli Esteri palestinese Riad Al-Malki «l’Accordo rafforza il nostro legame con disposizioni nuove e senza precedenti connesse con lo status speciale della Palestina quale luogo di nascita del cristianesimo e culla delle religioni monoteiste. Esso incarna i nostri valori comuni di libertà, dignità, tolleranza, coesistenza e uguaglianza di tutti. Ciò avviene in un momento nel quale l’estremismo, la violenza barbara e l’ignoranza minacciano il tessuto sociale e l’identità culturale della regione e sicuramente del patrimonio umano. In questo scenario lo Stato di Palestina reitera il proprio impegno a combattere l’estremismo e a promuovere la tolleranza, la libertà di coscienza e di religione e a salvaguardare nello stesso modo i diritti di tutti i suoi cittadini».

«Per la prima volta – ha rimarcato il ministro – l’Accordo include un riconoscimento ufficiale della Palestina come Stato da parte della Santa Sede, quale segno di riconoscimento del diritto del popolo palestinese all’autodeterminazione, alla libertà e dignità in un proprio Stato indipendente libero dalle catene dell’occupazione. Esso appoggia anche la visione a favore della pace e della giustizia nella regione, conformemente con il diritto internazionale, sulla base di due Stati, che vivono uno accanto all’altro in pace e sicurezza sulla base delle frontiere del 1967».

Proprio per questi ultimi aspetti il ministero degli Esteri israeliano ha immediatamente reso pubblico il suo rammarico. Secondo il governo di Israele, la decisione della Santa Sede «di riconoscere ufficialmente l’Autorità Palestinese come stato» è un «passo affrettato che danneggia le prospettive di far avanzare un accordo di pace e nuoce agli sforzi internazionali per convincere l’Autorità Palestinese a tornare a negoziati diretti con Israele».

Altro punto delicato è il tema di Gerusalemme Est, che l’Accordo vaticano-palestinese riconosce come capitale dello Stato di Palestina, prospettiva che Israele non è ufficialmente disposta a considerare, in nome dei diritti storici del popolo ebraico sui luoghi santi del giudaismo siti in città vecchia.

Israele si ripropone di approfondire con attenzione il testo dell’Accordo, per poi valutarne le ricadute sui suoi rapporti con la Santa Sede.

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