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La Santa Sede e lo Stato di Palestina

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19 maggio 2015
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La Santa Sede e lo Stato di Palestina
Papa Francesco e il presidente palestinese Mahmoud Abbas (Abu Mazen), in Vaticano, nel giugno 2014.

Negli ultimi giorni in Vaticano, e dintorni, s’è parlato spesso di Palestina. In primo luogo per la canonizzazione, avvenuta domenica 17 maggio, di due religiose arabe nate proprio in quella terra: santa Maria Alfonsina Ghattas e santa Mariam di Gesù Crocifisso. Alla ribalta anche la questione dello Stato di Palestina, che la Santa Sede riconosce esplicitamente in un accordo diplomatico appena concluso.


(g.s.) – Negli ultimi giorni in Vaticano, e dintorni, s’è parlato spesso di Palestina. La ragione principale è, come sappiamo, la canonizzazione avvenuta domenica mattina in piazza San Pietro di due religiose arabe nate proprio in quella terra nel Diciannovesimo secolo: madre Maria Alfonsina Ghattas (1843-1927), fondatrice delle Suore del Rosario, e la carmelitana Mariam di Gesù Crocifisso (1846-1878).

Invitato dal patriarca latino di Gerusalemme a condividere questo momento di festa per la Chiesa di Terra Santa – composta in gran parte da cristiani arabi – anche il presidente palestinese Mahmoud Abbas (Abu Mazen) si è recato a Roma, cogliendo l’occasione per incontrare il presidente della Repubblica Sergio Mattarella, e il presidente del Consiglio, Matteo Renzi, il 15 maggio, e i vertici della Santa Sede – il Papa e il segretario di Stato card. Pietro Parolin – sabato 16.

I faccia a faccia in Vaticano erano stati preceduti, il 13 maggio, dall’annuncio del raggiunto accordo tra la Santa Sede e lo Stato di Palestina riguardo alle attività e alla vita della Chiesa in quelle terre mediorientali. Il testo definitivo non è ancora stato reso pubblico – ci ripromettiamo di analizzarlo a suo tempo, quando l’accordo verrà ufficialmente ratificato – ma ha fatto già correre fiumi di inchiostro perché la Santa Sede accetta di concluderlo con lo «Stato di Palestina», che subentra all’Organizzazione della liberazione della Palestina (Olp), entità con la quale i negoziati erano stati avviati per dare compiuta e più dettagliata applicazione all’Accordo fondamentale raggiunto tra le due parti nel 2000.

Qualcuno ha voluto attribuire la responsabilità (merito o demerito, a seconda dei punti di vista) del riconoscimento dello Stato di Palestina al pontificato di Papa Francesco, ma è dal gennaio 2013 – Benedetto XVI ancora regnante – che i testi del Vaticano menzionano la Palestina come Stato e lo fanno in seguito al riconoscimento da parte dell’Assemblea generale delle Nazioni Unite, che il 29 novembre 2012 elevò la delegazione palestinese accreditata presso di sé al rango di «Stato osservatore non membro».

Il governo di Israele ha espresso delusione e contrarietà alla decisione della Santa Sede di riconoscere la Palestina come Stato, ma l’opinione pubblica israeliana non è particolarmente turbata: rispetto alla vita di tutti i giorni l’accadimento diplomatico è piuttosto marginale. Semmai ha offerto una nuova occasione di confronto tra chi crede nella soluzione «due Stati per due popoli» e chi invece non la ritiene (più) né fattibile né auspicabile (in tal caso uno Stato solo per due popoli, ma a quali condizioni? O, in alternativa, quale altra soluzione ancora da inventare?).

Al consueto scambio di doni al termine dell’udienza del 16 maggio, il Papa ha regalato ad Abu Mazen un medaglione raffigurante l’angelo della pace e ciò gli ha dato lo spunto per esortare il suo ospite a farsi lui stesso portatore di pace. Poco prima, ribadendo la linea della Santa Sede, Francesco aveva espresso «l’auspicio che si possano riprendere i negoziati diretti tra le Parti per trovare una soluzione giusta e duratura al conflitto» e «ribadito l’augurio che, con il sostegno della comunità internazionale, israeliani e palestinesi prendano con determinazione decisioni coraggiose a favore della pace» (come recita il comunicato stampa diffuso al termine dell’udienza).

L’obiezione ricorrente da parte di molti ebrei ed israeliani è che il presidente palestinese non è un sincero, e disponibile, partner per la pace e che il Papa non dovrebbe essere tanto ingenuo da pensarlo. Ritornello consueto in Terra Santa, dove, a dar retta a certuni, gli interlocutori giusti per la pace – da una parte e dall’altra – non sono ancora nati (o sono ormai morti).

Resta il fatto che i tentativi di dialogo, dietro le quinte, non vengono meno. E a volte fanno anche parecchia strada, come avvenne nel 2011 tra il presidente di Israele Shimon Peres e il collega palestinese Mahmoud Abbas. I due negoziarono segretamente – con il via libera anche del primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu – a Roma e ad Amman, in Giordania. Raggiunsero un compromesso che sembrava accettabile a entrambi e che avrebbe potuto essere sottoposto ai loro popoli. Forse sarebbe naufragato come tante altre volte, o forse no. Sta di fatto che in dirittura d’arrivo Netanyahu bloccò tutto…

Nota a margine: anche Israele ha in corso, da ormai 18 anni, negoziati con la Santa Sede per definire aspetti giuridici, fiscali, economici ecc. concernenti la vita delle istituzioni ecclesiastiche operanti sul suo territorio.

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