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Da Bari Sant’Egidio dà voce ai cristiani del Medio Oriente

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2 maggio 2015
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Da Bari Sant’Egidio dà voce ai cristiani del Medio Oriente
Nella Sala consigliare della Provincia di Bari un momento della due giorni su Quale futuro per i cristiani in Medio Oriente?

Il 29 e 30 aprile scorsi Bari ha fornito ai leader cristiani del Medio Oriente una nuova opportunità per far sentire la loro voce davanti al mondo e confrontarsi sul tema del futuro dei cristiani mediorientali, grazie a un’iniziativa congiunta della Comunità Sant’Egidio e della diocesi del capoluogo pugliese. Proviamo a raccogliere alcune delle riflessioni emerse.


(g.s.) – Non si può dire che in questo momento storico i cristiani del Medio Oriente siano muti e subiscano proni tutto quanto passa sulle loro teste segnandone le vite e le carni. Ogni volta che possono i leader religiosi cristiani della regione cercano pulpiti mediatici o istituzionali per far sentire al mondo la loro voce e quella del popolo a cui appartengono.

Il 29 e 30 aprile scorsi è stata Bari a fornire una nuova occasione di confronto sul tema del futuro dei cristiani mediorientali, grazie a un’iniziativa congiunta della Comunità Sant’Egidio e della diocesi del capoluogo pugliese. Alla due giorni di confronto e di preghiera hanno preso parte numerosi ecclesiastici e diplomatici. I lavori, ospitati dalla Provincia nella Sala consigliare, si sono articolati in sessioni pubbliche e a porte chiuse. Siamo in grado di dar conto solo delle prime e, per forza di cose, attingendo in modo sommario alla non piccola mole di relazioni.

Dovendo scegliere, prestiamo orecchio soprattutto alle voci provenienti dal Medio Oriente, anche se attorno al tavolo del confronto sedevano pure rappresentanti di media e governi occidentali, oltre a membri della Curia romana e della Conferenza episcopale italiana.

Le espressioni di monsignor Brian Farrell, segretario del Pontificio consiglio per la promozione dell’unità dei cristiani, ci aiutano a delineare un punto di partenza: «Ciò che oggi chiamiamo “ecumenismo”, ovvero la ricerca di una più stretta comunione tra le Chiese, è sempre esistito in Medio Oriente. Si tratta di un ecumenismo locale, fondato sul solido terreno delle relazioni familiari, sull’amicizia, sulla collaborazione e sulla solidarietà. È l’ecumenismo di vita, di incontro, di reciproco sostegno. I cristiani vedono innanzitutto ciò che hanno in comune, la loro professione di fede e la loro storia condivisa, e solo allora guardano alle loro differenze. E la maggior parte delle differenze sono accettate tranquillamente come legittime espressioni della diversità di culture, di etnie e di tradizioni risalenti agli inizi del cristianesimo. Questa diversità è vista come una ricchezza che va salvaguardata e sostenuta. In questo senso, i cristiani in Medio Oriente si percepiscono come fratelli e sorelle di un’unica famiglia. Nelle loro sofferenze, si amano e si aiutano».

Ebbene, oggi, nel far fronte alla nuova ondata persecutoria, all’insegna della pulizia etnica, la solidarietà dei cristiani mediorientali si è ancor più rinsaldata e questo appare come un elemento di novità al professor Andrea Riccardi, della Comunità di Sant’Egidio.

Riccardi ha ribadito che «nella lunga storia del mondo arabo, le minoranze cristiane hanno rappresentato una realtà di apertura e una garanzia di pluralismo, radicate in storie tanto antiche che risalgono a prima dell’islam. Nell’ecologia politica e sociale del mondo musulmano, anche in presenza di regimi chiusi, esse sono state un argine di fronte alle pulsioni totalitarie dell’islam. La loro eliminazione rappresenta un suicidio del pluralismo, che sarà pagato a caro prezzo dai musulmani stessi, specie dalle minoranze islamiche considerate eterodosse, gli sciiti, le donne, i giovani più globalizzati, i più laici. Sì, un suicidio, perché i cristiani hanno sempre dato un contributo importante alle età migliori delle società arabe».

Due le questioni cruciali che Riccardi pone, Anzitutto una domanda: «Che succede all’islam e come reagire? Assistiamo a un conflitto mortale per la supremazia e la leadership nel mondo sunnita tra Turchia, Arabia Saudita ed Egitto. A ciò si aggiunge la sfida dell’islam sciita alla maggioranza sunnita. (…) I musulmani devono essere richiamati a diverse responsabilità. Bisogna parlare con loro il più possibile: con tutte le istanze. Devono essere coscienti che farsi la guerra coinvolge altri, coinvolge tutti, anche molto lontano. L’odio tra sciiti e sunniti e l’avversione all’interno dell’islam sunnita, sta deturpando il volto dell’islam secolare. Non possono pensare di prendere in ostaggio il mondo per le loro divisioni».

Poi una riflessione imposta dal realismo ai leader cristiani mediorientali: «C’è qui l’angosciosa domanda rivolta ai leader cristiani dalle loro comunità e non da oggi: c’è un futuro nelle nostre terre o si deve emigrare? Ci vuole una riflessione a lungo termine sul futuro della regione e sullo spazio dei cristiani nell’area. Occorre trovare dei porti sicuri, dei safe haven per resistere, come sostengo da anni (e qui si è troppo avuto paura di costruire ghetti). È il compito della politica: negoziare con chi può e chi vuole per il futuro della cristianità in quelle terre, chiedere agli Stati (come l’Iraq) di garantire la sicurezza dei cittadini cristiani».

Il politologo libanese Tarek Mitri, cristiano ortodosso e rappresentante speciale dell’Onu per la Libia, nel suo contributo all’inizio dei lavori ha rimarcato che «l’incertezza e la paura sono ampiamente condivise nel mondo arabo. Stanno drammaticamente plasmando la vita dei cristiani. Il centenario del genocidio armeno riattiva memorie ferite. Oggi, questa memoria è tutt’altro che guarita, in un contesto di crimini contro l’umanità moderna, commessi da attori non statali e da simili regimi criminali dittatoriali. (…) Alcuni sono tentati di vedere l’islam radicale come espressione autentica, anche se eccessiva, dell’islam stesso. Qualsiasi rinascita dell’islam, dicono, è regressione e comporterà la sottomissione dei cristiani. Costoro non sono abbastanza attenti alla diversità all’interno della comunità musulmana né riconoscono la profondità delle contraddizioni che la dividono».

«Tuttavia – ha soggiunto Mitri –, i leader cristiani e le personalità colte hanno l’obbligo morale e possiedono gli strumenti intellettuali per discernere e riconoscere la resistenza di molti dei loro compatrioti musulmani alla tendenza egemonica di quello che viene spesso chiamato “islam politico”. I cristiani hanno risorse spirituali sufficienti per non essere trascinati dall’allarmismo della paura. Questo non è un invito a rifuggire da un grave riconoscimento delle minacce e dei rischi, sia reali sia immaginari. Né è una chiamata idealistica alla pazienza. È piuttosto un atto di fedeltà ai valori che hanno sempre sostenuto».

Concludendo, Mitri è tornato su una categoria che è ormai affermata nel discorso pubblico dei leader cristiani mediorientali: «In tempi moderni, i cristiani hanno imparato ad affermare la propria autocomprensione come cittadini piuttosto che come minoranze» ed è proprio questa la strada che sembra più feconda da percorrere: l’affermazione dell’uguaglianza tra cittadini nel godimento di tutti i diritti civili e politici, senza distinzioni.

Per il patriarca melchita di Antiochia, Gregorio III Laham, la risposta ai problemi attuali verrà con la riaffermazione di una duplice unità: quella del mondo arabo e quella dei cristiani mediorientali nel far valere ad una sola voce le loro ragioni (anche attraverso un piano che il patriarca ha elaborato e rilancia affidandolo anche alla Comunità di Sant’Egidio perché lo faccia conoscere e circolare in sede internazionale). «Datemi un mondo arabo unito – ha detto il patriarca – e vi darò un futuro cristiano sicuro».

Franchi e non privi di polemica gli accenti del patriarca siro-cattolico di Antiochia Ignace Youssef III Younan e dell’arcivescovo greco-ortodosso di Cipro, Chrysostomos II.

Younan si concentra sul «pericolo dell’Islam politico, il quale raccomanda l’amalgama fra religione e stato, che quindi è discriminante contro le minoranze religiose e vuole imporre la sharia».

«Quelli che si credevano essere dei conflitti nazionali si sono sviluppati in guerre a livello regionale e anche internazionali. È il caso dell’Iraq, della Siria e dello Yemen. Approfittando del caos che si è propagato molto velocemente in questi paesi, delle fazioni fanatiche hanno dominato il terreno seminando il terrore».

Il patriarca addita anche le responsabilità e le inadempienze della comunità internazionale e si chiede: «Non è tempo che la comunità delle nazioni, rivendichi in modo chiaro e senza ambiguità il diritto di imporre la propria Carta dei diritti dell’uomo del 1948, a tutti i suoi membri? In nessun caso un paese dovrebbe respingere la Carta a causa di abitudini culturali o speciali. Evitando di esigere, con fermezza e chiarezza, il rispetto dei diritti umani, si corre il rischio di provocare un’emorragia fatale all’interno delle comunità cristiane». Il patriarca incalza: «È triste dire che i cristiani del Medio Oriente sono da qualche tempo delusi delle politiche dei governi occidentali. Hanno la sensazione di essere abbandonati, anche traditi, dall’Occidente, attraverso i suoi media che sostengono di essere obiettivi e le sue amministrazioni che si attribuiscono un’aureola di democrazia, pluralismo e laicità! I paesi occidentali dovrebbero riconoscere la loro responsabilità come complici delle atrocità commesse dall’islam politico, che ha fomentato una spirale di crisi violente nella regione che sconvolgono la regione fino ad oggi».

Anche l’arcivescovo cipriota contesta l’inadeguata risposta dei governi occidentali e delle grandi organizzazioni internazionali davanti all’islamismo politico e fanatico. «Come Primate della Chiesa di Cipro – ha detto Chrysostomos parlando in greco – elevo, un grido di protesta e di dolore per la persecuzione inaccettabile e abominevole dei cristiani in Siria e negli altri paesi del Medio Oriente. E richiamo, dal profondo della mia anima, i governi dei popoli cristiani d’Europa, le persone che ricoprono le più alte cariche dell’Unione Europea e delle Nazioni Unite e i leader dell’America perché diano seguito alle loro responsabilità nei confronti della popolazione cristiana del Medio Oriente, nei confronti della popolazione civile e dei bambini che sono condannati alla morte per fame e dolore. Ad essi rivolgo un caldo appello ad agire in ogni modo possibile per consolidare la pace sia in Siria che in tutto il Medio Oriente, perché siano rispettate la libertà religiosa dei popoli e i nostri diritti umani. Io rivolgo ancora loro l’appello a rendersi conto di questa grande verità storica. Quando un focolare di civiltà cristiana si estingue, allora si estingue anche una fonte inesauribile di luce spirituale e di nutrimento del mondo. Perché lo spirito del cristianesimo, che è celeste, è spirito di ogni tempo e universale. La sua aura rinfrescante ha la grazia e la forza per vivificare tutta l’umanità e per dare la possibilità di fiorire a dare frutti per sempre. Se oggi si estingue la famiglia cristiana in Siria, domani avverrà a Cipro, dopodomani in Grecia, poi il buio spirituale regnerà in Europa e nel mondo intero».

Il Custode di Terra Santa, fra Pierbattista Pizzaballa, nel suo intervento preparato per la conferenza di Bari alla quale ha preso parte anche in veste di moderatore di una delle sessioni del 30 aprile, ha osservato che «gli atti di terrorismo che insanguinano il Medio Oriente e l’Europa non sono frutto di uno scontro di civiltà. Questi atti, infatti, minacciano tutte le civiltà, non solo quella occidentale. Perciò, tutte le civiltà devono adoperarsi insieme per fermare la barbarie in corso. (…) Quanto sta accadendo è inoltre la risposta sbagliata e drammatica di una parte dell’Islam alla modernità, ai problemi economici, morali, culturali che lo sviluppo pone. All’interno del mondo musulmano questa riflessione mi sembra non sia ancora stata fatta».

«Il futuro dei cristiani nell’area – sottolinea fra Pizzaballa – non può essere isolato o separato rispetto a questo complesso contesto sociale e religioso. Esso è strettamente legato al futuro di tutte le altre componenti sociali e religiose del Medio Oriente. Non basta dire dunque che bisogna fermare la persecuzione dei cristiani. È necessario fermare il corso attuale, non solo di cancellazione di tutte le differenze esistenti in nome di una purità religiosa e sociale, nel nome cioè di un modello particolare di Islam (Isis e affini), ma anche di allontanamento, di sospetto e pregiudizio, che si vanno creando tra le diverse componenti religiose e sociali del Medio Oriente. Si assiste infatti ad una sempre maggiore, se non ormai totale, mancanza di comunicazione tra le diverse comunità. Ciascuno si costruisce la propria prospettiva senza l’altro o contro l’altro, ovvero, dove l’altro è escluso o è il nemico».

Il Custode di Terra Santa si dice «certo che musulmani e cristiani resteranno nel Medio Oriente. La crisi attuale non annienterà le diverse comunità, né cambierà il loro destino. Saranno nuovamente costrette a confrontarsi le une con le altre. I cristiani dovranno necessariamente costruire il loro futuro insieme e in sinergia con tutte le altre comunità religiose, in particolare con le comunità islamiche, con le quali continueranno a convivere. Il dialogo con l’Islam non è un lusso da snob intellettuali, ma una necessità vitale. Allo stesso tempo i leader musulmani dovranno comprendere che le comunità cristiane sono parte integrante del loro territorio, che il rapporto con le minoranze è parte insostituibile del loro processo interno di riforma, che il rapporto con l’altro da sé, con il mondo esterno – culturale, sociale, religioso ed economico – non è una sfida che non li riguarda, che il loro futuro non può prescindere da queste considerazioni».

Ma è giusto e doveroso, secondo il padre Custode, porre i musulmani davanti a una questione cruciale: «Queste persecuzioni contro i cristiani e le altre minoranze non musulmane, non sono nate dal nulla. C’è in gran parte del mondo musulmano una formazione, un pensiero, un’educazione al rifiuto dell’alterità, che porta a considerare i non musulmani come realtà minore, se non ostile. L’ideologia, insomma, sulla quale questi movimenti estremisti basano le loro politiche persecutorie di annientamento delle minoranze nascono, si basano e si nutrono su un contesto culturale e religioso che necessiterebbe, a mio avviso, un radicale, serio e sereno ripensamento. Le Chiese cristiane furono interpellate, dopo la seconda guerra mondiale e dopo gli orrori della Shoà, a considerare e riflettere quanto l’antisemitismo, che ha portato alla barbarie che conosciamo, si sia nutrito lungo i secoli di insegnamenti religiosi non corretti. Da un punto di vista esterno, quale può essere il mio, penso che un percorso analogo debba essere fatto anche nel mondo islamico. Si tratta non solo di accogliere criticamente dentro la propria prospettiva religiosa la vita del mondo attuale, ma anche più prosaicamente, di fare conoscere al mondo un Islam diverso».

Nell’impossibilità di dar conto di tutti i contenuti della due giorni di Bari, segnaliamo ai lettori interessati in particolare il testo integrale del discorso pronunciato da mons. Paul Richard Gallagher a nome della Santa Sede e quello del patriarca copto cattolico di Alessandria, mons. Ibrahim Isaac Sidrak, che ha messo in luce le peculiarità della situazione dei cristiani in Egitto rispetto a quella dei loro fratelli mediorientali.

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