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Al Cairo esercito e ministero dell’Interno ai ferri corti?

di Elisa Ferrero
4 maggio 2015
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Il mese di aprile ha visto tornare prepotentemente alla ribalta, in Egitto, l’annosa questione degli abusi delle forze di sicurezza ai danni di attivisti, manifestanti e comuni cittadini. Nulla di nuovo, a dire il vero. Ma stavolta anche la stampa filogovernativa dà conto dei soprusi e mette sotto accusa il ministero dell'Interno. Come mai?


Il mese di aprile ha visto tornare prepotentemente alla ribalta l’annosa questione degli abusi della polizia e dei vari reparti delle forze di sicurezza egiziane ai danni di attivisti, manifestanti e comuni cittadini. Nulla di nuovo, a dire il vero. La stessa rivoluzione del 2011 era scoppiata, prima ancora che per rovesciare il regime di Hosni Mubarak, per mettere fine ai soprusi del ministero dell’Interno, allora capeggiato dal famigerato e detestato Habib al-Adly. Le associazioni per i diritti umani, poi, non hanno mai cessato il loro instancabile lavoro di denuncia di questi soprusi, mettendo ogni giorno a repentaglio la vita e la libertà dei propri attivisti. Tuttavia, questa volta sta accadendo qualcosa di diverso, perché a denunciare le malefatte della polizia, nelle ultime settimane, sono stati soggetti sui quali nessuno avrebbe scommesso, cioè alcuni quotidiani considerati le «bocche» del regime. Anzi, alcuni giornalisti messi al loro posto su raccomandazione dello stesso ministero dell’Interno.

A causare il maggior clamore è stato il noto quotidiano al-Masry al-Youm, che il 20 aprile ha pubblicato un dossier di sette pagine dedicato alle violazioni della polizia, documentate in dettaglio. La reazione del ministero dell’Interno non si è fatta attendere, cinque giornalisti del quotidiano sono subito stati convocati dalla sicurezza di Stato. In risposta, al-Masry al Youm ha lanciato un hashtag su Twitter invitando tutti i cittadini a denunciare qualsiasi abuso della polizia. Il quotidiano, in realtà, era già stato preceduto, qualche settimana prima, dal giornale al-Dostour, che aveva pubblicato una denuncia simile. Poi, il 26 aprile, è stato il turno addirittura del quotidiano governativo al-Ahram, che ha riservato mezza pagina a un articolo sul trattamento inumano dei detenuti e degli arrestati, con il titolo scioccante: «Nelle stazioni di polizia: chi non muore di tortura, muore soffocato». Dulcis in fundo, anche il portale pro-regime al-Bawwaba News ha iniziato a pubblicare video degli abusi della polizia.

Possibile che il mondo dell’informazione egiziana favorevole al regime abbia avuto un improvviso sussulto di coscienza? Difficile da credere. È forse stato il presidente Abdel Fattah el-Sisi che l’ha avuto e ha finalmente deciso di affrontare la questione dei diritti umani, orchestrando una campagna mediatica contro il ministero dell’Interno in preparazione di qualche drastica riforma? Difficile credere anche a una reale volontà di tutela dei diritti umani da parte di el-Sisi, colui che per primo ammise i test di verginità sulle manifestanti fermate dalla polizia (nel 2011), ma solo per giustificarne la pratica.

L’idea, però, che sia stata allestita una campagna mediatica contro la polizia e l’Interno non è del tutto balzana. Sono in molti, infatti, a interpretare quanto sta succedendo a livello mediatico come parte di un conflitto sotterraneo fra ministero dell’Interno ed esercito. In altre parole, fra il vecchio regime legato a Mubarak e al defunto Partito nazional democratico (PND), e il nuovo regime legato a el-Sisi.

Forse – anche se non si possono fare altro che supposizioni – i recenti attacchi mediatici alla polizia sono la risposta ad attacchi simili subiti da el-Sisi per mesi, con la pubblicazione, da parte di alcuni canali televisivi pro-Fratellanza Musulmana, di una lunga serie di intercettazioni imbarazzanti, alcune registrate persino nei suoi stessi uffici. Le ultime di questa serie, in febbraio, contenevano affermazioni assai poco lusinghiere nei confronti dei governanti dei paesi del Golfo. El-Sisi fu costretto a fare una serie di telefonate ai leader di Arabia Saudita ed Emirati Arabi, indispensabili finanziatori dell’Egitto, per correre ai ripari prima di causare un incidente diplomatico. Ma chi poteva avere accesso alle stanze interne di el-Sisi e passare le intercettazioni ai sostenitori dei Fratelli Musulmani?

Impossibile, naturalmente, provare la validità di questo scenario, che tuttavia è verosimile. Non pare strano, allora, che il giornale al-Tahrir, di proprietà di un uomo di affari ex membro del Pnd, abbia titolato il numero del primo maggio con «Chiediamo conto al Presidente», attaccando direttamente el-Sisi.

C’è chi ritiene el-Sisi un dittatore ancor più potente di Mubarak, ma il regime non è monolitico, è attraversato da complessi conflitti interni. El-Sisi si difende bene, ma non può dormire sonni tranquilli. La domanda è: questi conflitti potranno aprire qualche spiraglio in più per una riforma democratica dello Stato?

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