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«Propaganda e distruzione della memoria»: le violenze dell’Isis viste da un’archeologa

Francesco Pistocchini
29 aprile 2015
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«Propaganda e distruzione della memoria»: le violenze dell’Isis viste da un’archeologa
L'archeologa Maura Sala.

In marzo le notizie di devastazioni compiute dal sedicente Stato Islamico in importanti centri assiri come Nimrud e Khorsabad, nel nord dell’Iraq, hanno suscitato profonda impressione in tutto il mondo. Anche se alcuni esperti mettono in dubbio la fondatezza di tali notizie, la questione resta aperta, come ci conferma Maura Sala, archeologa dell’Università La Sapienza di Roma ed esperta del Levante e della Palestina in età preclassica.


La propaganda di forte impatto mediatico del cosiddetto “Stato islamico” (Isis) non poteva ignorare un aspetto di primo piano della realtà mediorientale: il patrimonio storico e archeologico. In marzo le notizie di devastazioni compiute dall’Isis in importanti centri assiri come Nimrud e Khorsabad, nel nord dell’Iraq, hanno suscitato profonda impressione in tutto il mondo. Poche settimane più tardi, alcuni esperti riuniti nel progetto Shirin hanno messo in dubbio la fondatezza di tali notizie, basandosi su osservazioni delle foto aeree. Ma la questione resta aperta, come conferma Maura Sala, archeologa dell’Università La Sapienza di Roma, esperta del Levante e della Palestina in età preclassica. «La distruzione di importanti monumenti nel nord dell’Iraq, reale o presunta che sia, ha innanzitutto un intento marcatamente propagandistico: la distruzione della memoria dei popoli di queste terre e l’annichilimento della loro cultura millenaria. Un popolo senza memoria, depauperato della propria cultura – aggiunge l’archeologa, che da anni conduce scavi tra Palestina, Siria, Giordania ed Egitto -, diviene un terreno dove più facilmente possono attecchire nuove ideologie, di qualunque tipo esse siano, non solo necessariamente religiose».

Dottoressa Sala, oltre a Nimrud, città con legami biblici, e Khorsabad, la fortezza di Sargon, un altro centro colpito è Hatra. Può spiegare brevemente perché sono luoghi importanti?
L’azione di questi gruppi si è concentrata su centri conosciuti a livello mondiale, la cui distruzione poteva sicuramente avere la risonanza che in effetti ha subito suscitato nella comunità internazionale. Si tratta di importanti città del I millennio a.C. e, nel caso di Nimrud e Khorsabad, delle capitali assire Kalhu (la biblica Calah) e Dur-Sharrukin, sedi dei monumentali palazzi dei sovrani che erano adornati da magnifici rilievi scolpiti, commissionati per celebrare la memoria delle loro gesta. L’Occidente li conosce grazie alle straordinarie collezioni di antichità orientali costituitesi nell’Ottocento nei principali musei europei, come il Louvre e il British Museum.

È accertato che distruzioni sono state compiute nel museo di Mossul, alla moschea considerata il luogo di sepoltura del profeta Giona e altri luoghi dell’antica Ninive. Che cosa significa, in particolare, questa perdita?
Oltre che propagandistico, l’intento ha una precisa finalità politico-culturale nel controllo di queste terre: privare i popoli della loro memoria storica. Per questo, se da un lato sono stati scelti siti archeologici noti a livello internazionale, dall’altro l’azione è stata mirata contro il patrimonio della memoria locale: quella dei luoghi che sono eredità della tradizione millenaria di questi popoli e che ora si cerca programmaticamente di cancellare. La perdita di questi monumenti rappresenta la perdita delle radici in cui la moltitudine delle popolazioni locali, con il loro mondo ricco e variegato, va a riconoscersi e a ricollegare la propria storia: una totale deculturazione.

Si parla poco della Siria. In che misura, secondo lei, il grande patrimonio archeologico del Paese è messo in pericolo nella guerra civile in corso da quattro anni?
È singolare che si parli così poco della Siria. In Italia un’azione di sensibilizzazione è stata promossa dall’archeologo Paolo Matthiae, scopritore e scavatore dell’antica Ebla. Purtroppo spesso sono i canali mediatici a non dare un adeguato spazio a queste iniziative. Benché, in effetti, anche le notizie provenienti dalla Siria siano spesso limitate e discontinue, senza dubbio il patrimonio archeologico del Paese è stato fortemente danneggiato dalla guerra civile e continuerà ad esserlo.

Tornando all’Iraq, anche l’invasione degli Usa e dei loro alleati a partire dal 2003 fu il detonatore di molte distruzioni al patrimonio storico e artistico della Mesopotamia. Pensa che come occidentali abbiamo il diritto di considerarci “autentici custodi” di questi patrimoni?
Tutti dovremmo essere “custodi” di questi straordinari patrimoni, che sono un’eredità storica e culturale di tutta l’umanità. È sicuramente vero il fatto che i popoli di quelle terre ne sono i custodi materiali. Più che sostituirci a loro, il compito di chi, per sorte, si trova ora ad avere strumenti di tutela più adeguati, dovrebbe essere quello di trasmettere conoscenze e consapevolezza alle popolazioni del luogo, così da promuovere una diffusa sensibilizzazione locale, che può essere il solo vero strumento per garantire la salvaguardia.

L’archeologia in Medio Oriente molte volte non può scindersi dalla storia biblica. Questo può rendere i siti ancora più vulnerabili in conflitti che hanno componenti di estremismo religioso?
L’estremismo religioso mira indistintamente a distruggere ogni patrimonio culturale che non riconosce come proprio, non solo quello di tradizione biblica e cristiana. L’accanimento verso luoghi di notevole interesse storico e archeologico, seppur menzionati nella Bibbia, non ha una finalità esclusivamente religiosa. L’attuale coinvolgimento anche di località extra-bibliche, come il caso di Hatra, conferma il più ampio proposito politico e culturale che viene così violentemente perseguito.

Lei si è specializzata in scavi del periodo biblico. Quale interesse l’ha portata a questa scelta? Nel suo lavoro che rapporti ha intrecciato con lo Studium Biblicum Franciscanum?
Mi ha sempre affascinato l’idea di conoscere la cultura e i luoghi che hanno visto la genesi dei testi biblici: un mondo oggi così apparentemente lontano dal nostro, eppure dalle antiche radici comuni. Scavare le “Terre della Bibbia” restituisce realtà fisica a un passato che diversamente rimarrebbe sepolto e ci aiuta a collocare in un tempo e in uno spazio concreto vicende che altrimenti sarebbero relegate a una dimensione quasi mitica.
Gli anni di studio tra gli scaffali della biblioteca del Pontificio Istituto Biblico e le attività sul campo in Medio Oriente mi hanno spesso offerto l’opportunità di incontrare studiosi del mondo biblico, tra cui alcuni amici dello Studium Biblicum Franciscanum, con cui lo scambio e il confronto sempre proficuo tra esegesi e archeologia ha portato a una visione più ampia e consapevole delle reciproche discipline di studio.

Gesti fanatici o propagandistici pongono in modo urgente la domanda su come aiutare i popoli delle Terre bibliche a proteggere e valorizzare ciò che è nelle loro mani.
La cooperazione sul campo e il diretto coinvolgimento delle popolazioni locali nello studio e nella tutela del patrimonio storico-archeologico, attraverso progetti di ricerca e sviluppo finalizzati al recupero e alla valorizzazione, rappresentano la via principale per promuovere la consapevolezza e la sensibilizzazione di questi popoli. Essi potranno così acquisire gli strumenti necessari per salvaguardare e valorizzare in prima persona una inestimabile eredità storica e culturale di cui queste terre li hanno resi custodi.

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