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Quattro voci ebraiche sul genocidio armeno

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4 marzo 2015
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Quattro voci ebraiche sul genocidio armeno

Per la prima volta vengono pubblicati in italiano gli scritti di quattro ebrei che all’inizio del Ventesimo secolo furono testimoni o appassionati indagatori del genocidio armeno: Lewis Einstein e André Mandelstam (diplomatici), Aaron Aaronsohn (agronomo e attivista sionista), Raphael Lemkin (giurista poliglotta, considerato il coniatore del vocabolo «genocidio»). I contributi raccolti da Giuntina in questo libro possono essere considerati autorevoli fonti su quella triste pagina del Novecento.


(g.s.) – Per la prima volta vengono pubblicati in italiano gli scritti di quattro ebrei che all’inizio del Ventesimo secolo furono testimoni o appassionati indagatori del genocidio armeno: Lewis Einstein e André Mandelstam (diplomatici), Aaron Aaronsohn (agronomo e attivista sionista), Raphael Lemkin (giurista poliglotta, considerato il coniatore del vocabolo «genocidio»). Voci che vanno ad aggiungersi a quella di Henry Morgenthau, già offerta ai lettori nel 2010 dall’editore Guerini e associati.

Composti a ridosso dei tristi eventi, i contributi raccolti da Giuntina in questo libro possono essere considerati vere e proprie fonti sul «Grande male».

Lo spiegano bene Fulvio Cortese e Francesco Berti, i due curatori: «… gli scritti qui proposti costituiscono, ancora oggi, delle fonti imprescindibili per lo studio del genocidio del popolo armeno e per la ricerca delle sue cause. La serietà e la scrupolosità scientifica con cui sono stati redatti; il fatto di fondarsi su fonti di prima mano vagliate criticamente, se non addirittura sull’osservazione diretta degli avvenimenti narrati; la pregressa conoscenza della storia turca, balcanica e mediorientale sulla quale si innestano; il loro incunearsi all’interno di una riflessione prolungata negli anni, da parte degli Autori, sulle problematiche politiche e giuridiche sollevate dalla “questione armena”: tutti questi aspetti fanno sì che questi testi non siano stati significativamente intaccati dall’usura del tempo e presentino dati, connessioni logiche e storiche, ragionamenti e ipotesi che, nella gran parte dei casi, sono anzi stati ampiamente suffragati dalla più moderna e avveduta ricerca storica». (p. 107)

Scrive nella Prefazione Antonia Arslan: «Come in una scena di film, girata più volte da differenti angoli di prospettiva, ma con gli stessi attori che recitano le stesse battute, da ognuno ritroviamo descritta la tecnica delle stragi degli armeni: l’uccisione degli uomini, la deportazione verso il nulla di donne, vecchi e bambini, gli assalti alle carovane, le violenze e gli orrori, i gendarmi avidi e crudeli, l’apocalisse del ferro e del fuoco».

A tutti e quattro gli autori, annota la Arslan, «appare chiara, con palmare evidenza, la certezza della premeditazione, cioè la volontà precisa, da parte del gruppo dei Giovani Turchi a capo del governo ottomano, di pianificare con estrema accuratezza lo svolgersi degli eventi».

Tra le altre, la Arslan segnala in particolare la testimonianza di Aaron Aaronsohn che, con la sorella Sarah e un gruppo di compagni (sudditi dell’Impero Ottomano), svolse attività di spionaggio a favore dei nemici inglesi nel corso della Prima guerra mondiale. La tragedia armena di cui furono testimoni, secondo la Arslan, contribuì a questa loro scelta: «L’aver assistito impotenti al passaggio delle carovane degli armeni avviati allo sterminio, e la sensazione che dopo gli armeni lo stesso destino poteva toccare agli ebrei, influì potentemente sulla loro decisione».

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