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Marcia della pace ad Oristano, la testimonianza del Custode di Terra Santa

fra Pinuccio Solinas ofm
22 dicembre 2014
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Marcia della pace ad Oristano, la testimonianza del Custode di Terra Santa
La testa della marcia per la pace svoltasi sabato 20 dicembre ad Oristano. (foto Santino Virdis - L'Arborense)

«I gesti di pace, come questa marcia, sono un grande segno di speranza. La preghiera diventa oggi urgente, perché rende possibile ciò che solo umanamente non è ancora possibile». Con queste parole fra Pierbattista Pizzaballa, Custode di Terra Santa, ha concluso la XXVIII Marcia della pace che si è svolta ad Oristano, in Sardegna, sabato 20 dicembre.


«I gesti di pace, come questa marcia, sono un grande segno di speranza. La preghiera diventa oggi urgente, perché rende possibile ciò che solo umanamente non è ancora possibile, insegnandoci a sperare oltre le difficoltà del tempo presente». Con queste parole fra Pierbattista Pizzaballa, Custode di Terra Santa, ha concluso la XXVIII Marcia della pace che si è svolta ad Oristano, in Sardegna, sabato scorso, 20 dicembre. La Marcia di quest’anno aveva come tema Per i cristiani pace, non più schiavi ma fratelli.

Assieme al Custode erano presenti mons. Ignazio Sanna, arcivescovo di Oristano, mons. Arrigo Miglio, arcivescovo di Cagliari, mons. Giovanni Paolo Zedda, vescovo di Iglesias, e mons. Giovanni Dettori, vescovo della diocesi di Ales Terralba, quest’ultima organizzatrice della Marcia in collaborazione con la Caritas regionale, il Centro servizi per il volontariato Sardegna Solidale, l’Ufficio regionale della Pastorale sociale e del lavoro e la diocesi e il Comune di Oristano. La manifestazione si è svolta in un clima sereno. Tra i molti partecipanti, oltre alle autorità, erano presenti anche duecento profughi e centinaia di studenti.

«La presenza dei frati minori in Terra Santa dura da ormai otto secoli – ha spiegato il Custode – e continua anche in mezzo alle atroci guerre del Medio Oriente, (come la crisi di Gaza di pochi mesi fa, la guerra in Iraq e Siria, con l’avanzata cruenta dello Stato Islamico) che hanno portato a uno stravolgimento delle relazioni sociali e religiose in tutta l’area: imbarbarimento dei rapporti, impossibilità di comunicare con chiunque, di viaggiare, chiusura o islamizzazione delle scuole. Una minaccia incombente su tutti. Sembra che questo sfacelo indichi la fine, ma i semi della speranza sono vivi nonostante il deterioramento della vita. Ad esempio, i salesiani ad Aleppo – città dove mancano acqua ed elettricità, è pericoloso spostarsi, e dove esiste un’unica porta di accesso sicura alla città per oltre due milioni di abitanti – hanno organizzato una giornata di preghiera per la pace tra i giovani, che sono accorsi numerosi, nonostante il pericolo. Ci sono tanti cristiani che lasciano la loro terra e le loro famiglie – ha proseguito fra Pierbattista – per sfuggire alle persecuzioni; ma anche tanti che hanno il coraggio di restare, malgrado le minacce e le proibizioni, come la chiusura delle chiese o la cancellazione dei segni cristiani anche dentro le case. Questo costituisce un motivo di speranza, soprattutto quando il clima di persecuzione non ha come risultato l’odio, ma la convinzione che si possa convivere e volersi bene comunque. In Siria, ad esempio, i musulmani di tutti i villaggi attorno al villaggio cristiano di Knayeh, dove è stato rapito mesi fa dai fondamentalisti il nostro confratello fra Hanna Jallouf, sono andati a protestare contro i miliziani di al-Nusra, perché conoscevano fra Hanna e testimoniavano la sua bontà anche nei loro confronti. Il seme della pace è vivo. La richiesta di pace non è solo per i cristiani, ma ad averne sono gli stessi musulmani, diventati loro stessi vittime dei fanatici correligionari. La preghiera per invocare la pace diventa oggi urgente e importante, perché rende possibile ciò che solo umanamente non è ancora possibile, insegnandoci a sperare oltre le difficoltà del tempo presente». Monsignor Sanna, che aveva aperto gli interventi, proponendo per ogni parrocchia della diocesi l’adozione di una famiglia cristiana irachena, ha chiuso la Marcia con una preghiera.

Nel corso della mattina il Custode si era recato nell’Istituto scolastico Mossa di Oristano. Davanti a una folla di oltre mille studenti delle superiori arrivati da ogni parte dell’isola ha proposto all’attenzione dei ragazzi esempi positivi di solidarietà nei Luoghi Santi, esempi che fioriscono in un clima di guerra e di fanatismo. Come quello dei giovani cristiani e musulmani di Aleppo in Siria, che fino a prima della guerra neppure si conoscevano, mentre ora – essendo inutilizzabile la rete idrica cittadina –, collaborano insieme nella distribuzione dell’acqua alle famiglie. O come la scuola Hand in Hand («Mano nella mano») di Gerusalemme, dove studiano insieme ragazzi israeliani, ebrei e musulmani, a dimostrazione che si può vivere insieme senza paure. La scuola è stata recentemente incendiata da alcuni fanatici ebrei ultraortodossi. Dopo l’incendio però le delegazioni di tante scuole di Gerusalemme hanno fatto visita alla scuola incendiata, sia per aiutare concretamente, sia per conoscerne l’esempio.

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