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Stato ebraico e democratico?

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25 novembre 2014
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Stato ebraico e democratico?
Il premier israeliano Benjamin Netanyahu durante una riunione domenicale del governo. (foto: Ohad Zwigenberg/Pool/Flash90)

Domenica 23 novembre il governo israeliano ha adottato un testo sofferto e molto controverso che rinforza il carattere ebraico dello Stato d’Israele. Ciclico argomento di dibattito nella vita politica israeliana, la questione ha profondamente diviso l’esecutivo ed anche l'opinione pubblica.


(n.k.) – Domenica 23 novembre il governo israeliano ha adottato un testo sofferto e molto controverso che rinforza il carattere ebraico dello Stato d’Israele. Ciclico argomento di dibattito nella vita politica israeliana, la questione ha profondamente diviso l’esecutivo.

Tradizionalmente, Israele è stato riconosciuto come Stato «ebraico e democratico». «Ebraico» perché è la realizzazione e il completamento del movimento di «ritorno» in Israele e, potenzialmente, «democratico» nel trattamento riservato ai non ebrei residenti nel suo territorio. Tale era in ogni caso l’augurio dei padri fondatori dello Stato, come lascia intendere lo spirito della dichiarazione d’indipendenza (14 maggio 1948).

Il nuovo testo legislativo (che ora deve passare alla Knesset, il parlamento israeliano) definisce lo Stato d’Israele come «Stato-nazione del popolo ebraico». A riprova dell’importanza della posta in gioco, questa nuova definizione dovrebbe confluire nella Legge Fondamentale del Paese (il testo legislativo di grado più elevato, dato che Israele non ha una vera e propria Costituzione).

Si è registrata una forte opposizione all’interno della stessa coalizione di governo. I ministri Tzipi Livni (Giustizia) e Yair Lapid (Finanze) hanno fatto valere tutto il loro peso per far cadere il progetto, ma invano. In occasione del voto di domenica, sette ministri (dei 24 componenti il governo) hanno votato contro il disegno di legge. Per alcuni il testo arriva al momento sbagliato, in una fase particolarmente delicata per il Paese. Per altri Benjamin Netanyahu starebbe semplicemente offrendo delle garanzie all’ala più a destra dello schieramento politico, in vista di eventuali elezioni anticipate.

La maggior parte dei critici punta il dito contro il carattere profondamente discriminatorio di tale provvedimento. Per Majed Kayyal, del Centro giuridico per i diritti della minoranza araba in Israele, «lo Stato ebraico vuole “istituzionalizzare” un razzismo già presente nelle strade, nella legge e nel cuore del sistema politico». «La democrazia garantisce che tutti i cittadini hanno gli stessi diritti e sono uguali di fronte allo Stato, ma questa modifica razzista introduce una distinzione in base alla religione», ha aggiunto.

La questione è di grande importanza. Alla proclamazione dell’indipendenza nel 1948, gli arabi, presenti in loco da molte generazioni, si ritrovarono loro malgrado sotto controllo israeliano. Conosciuti come «palestinesi del 1948» o «Arabi d’Israele», si considerano come cittadini di serie B. Nei fatti, arabi ed ebrei non godono degli stessi diritti nonostante il carattere democratico dello Stato: un arabo israeliano, ad esempio, non può avvalersi della Legge del ritorno; se sposa una palestinese, costei non potrà acquisire la cittadinanza israeliana; una forte disuguaglianza si osserva a livello di ripartizione dei fondi destinati alle municipalità arabe; alcune di queste non sono nemmeno riconosciute dallo Stato ebraico (soprattutto nel deserto del Neghev), da cui i problemi per l’approvvigionamento idrico e i trasporti; le leggi che regolano il diritto alla casa, poi, sono quasi un deterrente per gli arabi, ecc… La percentuale di arabi che vivono al di sotto della soglia di povertà torna spesso alla ribalta: sarebbero oltre il 50 per cento.

Il rafforzamento del carattere ebraico dello Stato d’Israele, quindi, è vissuto come un’ulteriore provocazione da parte del 20 per cento di arabi che popola il paese.

Di fronte alle critiche, il premier Benjamin Netanyahu non si scompone. «C’è chi vuole che il principio democratico prevalga sul carattere di “ebraicità”, e chi invece che la dimensione ebraica sia prioritaria rispetto alla democrazia. Il principio della legge che stiamo proponendo oggi è proprio di mettere entrambi i valori sullo stesso piano, in una dimensione di parità, e come tali essi vanno considerati», si è giustificato.

Secondo lui, deve essere raggiunto un equilibrio tra diritti individuali uguali per tutti e diritti collettivi particolari. «Israele riconosce diritti individuali uguali per tutti i cittadini, e noi insistiamo su questo punto. Ma soltanto il popolo ebraico ha diritti nazionali: una bandiera, un inno, il diritto per ogni ebreo di trasferirsi qui, e altri simboli nazionali. Questi non sono riconosciuti che al nostro popolo, in quello che è il suo solo e unico Stato». Resta da vedere come conta di tradurre in atto una distinzione così delicata.

I sostenitori del disegno di legge non possono ancora cantare vittoria. La Knesset potrebbe infatti modificare il testo, e non è escluso che verranno presentati ricorsi. Il consulente giuridico del governo, per non citare che lui, ha espresso timori che il testo possa indebolire il carattere democratico dello Stato.

Nel contesto attuale del Paese, non sembra che questa nuova legge possa contribuire a smorzare le tensioni.

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