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Israele e i lavoratori stranieri, cambiamenti in vista?

Francesco Pistocchini
29 novembre 2014
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La Knesset dovrebbe discutere nei prossimi giorni il progetto di legge che il governo israeliano ha approvato lo scorso 23 novembre e che modifica la definizione stessa di Israele, da «Stato ebraico e democratico» a «Patria nazionale del popolo ebraico». Una svolta che potrebbe creare nuovi problemi anche ai circa 300 mila lavoratori stranieri impiegati nel Paese.


La Knesset dovrebbe discutere nei prossimi giorni il progetto di legge che il governo israeliano ha approvato lo scorso 23 novembre e che modifica la definizione stessa di Israele, da «Stato ebraico e democratico» a «Patria nazionale del popolo ebraico». Se il testo diventerà legge, rafforzerà l’identità etno-religiosa del Paese a scapito della sua componente araba e dei nuovi immigrati, la cui presenza è in forte crescita. Di otto milioni di persone che vivono oggi in Israele, solo tre quarti sono ebrei. Il 20 per cento sono cittadini di origine palestinese, ma la lingua araba sarà destinata a perdere lo status di cui gode attualmente e solo l’ebraico resterà lingua ufficiale.

Tale scelta simbolica voluta dal premier Benjamin Netanyahu è fortemente contestata da chi vorrebbe preservare il carattere democratico e inclusivo della società israeliana. Oltre 300 mila nuovi lavoratori immigrati, arrivati da diversi Paesi del Sud del mondo, faticano a inserirsi anche se rispondono a molte necessità del mercato del lavoro locale.

Tra le politiche più dure messe in atto dal governo israeliano di centro-destra c’è quella che ostacola i ricongiungimenti famigliari. Come in Europa, sono numerose le donne immigrate che svolgono mansioni di assistenza agli anziani. Ma il ricongiungimento con marito e figli è pressoché impossibile con gravi conseguenze sulla vita personale e famigliare.

Fino al 2011 era in vigore un regolamento del ministero dell’Interno in base al quale le donne immigrate che rimanevano incinte perdevano il permesso di soggiorno oppure potevano scegliere di restare in Israele, ma senza tenere con sé il bambino. La corte di Giustizia ha abolito questa norma su pressione delle organizzazioni per i diritti civili. Tuttavia la donna incinta deve continuare a lavorare durante la gravidanza se vuole mantenere il permesso di soggiorno e spesso viene licenziata perché le ore di lavoro sono difficilmente compatibili con le cure di un neonato.

I figli di immigrati non riconosciuti restano in un «limbo» legale, perché privi di carta d’identità, obbligatoria per tutti residenti con più di 16 anni. I minori nati «illegalmente» in molti casi, quando viene disposto il rimpatrio del genitore, subiscono periodi di detenzione.

Il dramma di queste famiglie è diventato il soggetto di un film di successo nelle Filippine – Transit (2013) – che racconta la vicenda di un padre single, lavoratore immigrato in Israele, il quale cerca di nascondere il figlio di quattro anni per impedire che la polizia lo rimpatri. Un racconto che ha toccato molti cuori nell’arcipelago lontano novemila chilometri da Tel Aviv.

Oltre che dalle Filippine (da dove arrivano più di 30 mila lavoratori stranieri su 300 mila registrati), i nuovi immigrati in Israele provengono da diversi Paesi africani, sudamericani e dell’Asia del Sud e sono concentrati in gran parte a Tel Aviv. Poiché molti di essi sono cattolici stanno modificando la presenza cristiana nel Paese.

Anche i richiedenti asilo non trovano sufficiente accoglienza in Israele e sono spesso lasciati ai margini della società. Con le proteste di piazza scoppiate a Tel Aviv e Gerusalemme lo scorso gennaio, hanno posto davanti all’opinione pubblica il problema della loro sopravvivenza. Oggi la questione della concessione della carta d’identità ai non ebrei rispecchia la preoccupazione di mantenere una maggioranza ebraica nello Stato. Israele non si trova più di fronte all’aliyah, la migrazione degli ebrei che, provenendo dalla diaspora, hanno formato il Paese nel corso dei decenni. Alle trasformazioni di tipo nuovo della sua società sta offrendo risposte che colpiscono alcune categorie deboli.

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