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Egiziani in fuga dalla Libia

di Elisa Ferrero
7 agosto 2014
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L'Egitto si sente accerchiato in queste settimane. Gaza, l'Iraq, la Siria, la Libia... Conflitti vecchi e nuovi sembrano deflagrare tutti insieme nei paesi vicini del Nord Africa e Medio Oriente. E, fra le maglie di questi grandi conflitti, restano impigliati numerosi drammi minori - si fa per dire - come quello degli egiziani in fuga dalla Libia. Era già successo al tempo della rivolta contro Muammar Gheddafi e ora il dramma si sta ripetendo.


L’Egitto si sente accerchiato in queste settimane. Gaza, l’Iraq, la Siria, la Libia… Conflitti vecchi e nuovi sembrano deflagrare tutti insieme nei paesi vicini del Nord Africa e Medio Oriente, facendo passare in secondo piano i problemi, pur gravi, interni al Paese. In qualche modo, in tutti questi conflitti, l’Egitto è coinvolto in maniera più o meno diretta, cosicché gli egiziani, ovunque volgano lo sguardo, cominciano a temere per la propria relativa tranquillità.

E fra le maglie di questi grandi conflitti che attorniano l’Egitto, restano impigliati numerosi drammi minori – si fa per dire – come quello degli egiziani in fuga dalla Libia. Era già successo al tempo della rivolta contro Muammar Gheddafi e ora il dramma si sta ripetendo.

Prima del 2011, in Libia risiedevano fra un milione e mezzo e due milioni di immigrati egiziani, che là avevano trovato lavoro. Oggi ne restano alcune centinaia di migliaia, parte dei quali sta disperatamente cercando di rientrare in Egitto, dopo lo scoppio del violento conflitto fra milizie nemiche, specie a Tripoli e Bengasi. Qualcuno sospetta, inoltre, che gli egiziani in Libia siano stati, e siano ancora, specialmente presi di mira dalle milizie islamiste, come forma di rappresaglia per la destituzione dell’ex presidente Mohammed Morsi più di un anno fa.

L’operazione di rientro in Egitto, però, è tutt’altro che facile ed esente da pericoli. Mercoledì 30 luglio, 290 egiziani sono riusciti a passare il confine fra la Libia e il proprio paese di origine presso la città egiziana di Salloum, sulla costa nord. Tuttavia, una volta giunti in patria, sono stati arrestati con l’accusa di rientro illegale, poiché non sarebbero stati in possesso dei documenti appropriati. Non solo, sono anche stati accusati di essere penetrati in una zona militare preclusa ai civili.

È andata persino peggio agli egiziani che hanno tentato di rientrare attraverso la Tunisia, dove speravano di trovare un aereo che li riportasse in Egitto. Erano in 15.000, giovedì 31 luglio, a cercare di entrare in Tunisia attraverso il piccolo villaggio libico di Ras Jedir, proprio sul confine fra i due paesi. Due egiziani, tuttavia, sono morti nella calca di persone in fuga, terrorizzate e impazienti. Altri quindici egiziani sono stati uccisi da assalitori armati che – pare – stessero mirando a cittadini libici camuffati fra i fuggitivi. E il venerdì successivo, la situazione a Ras Jedir è diventata insostenibile. Gli egiziani che cercavano di entrare in Tunisia hanno iniziato a protestare per la lunghissima attesa, poi hanno tentato di sfondare. Le guardie di frontiera tunisine sono intervenute sparando in aria e lanciando gas lacrimogeni. I voli organizzati dal governo egiziano per rimpatriare i propri cittadini, intanto, proseguono a rilento.

Il confine fra Libia ed Egitto è lungo 1.115 km ed è certamente vero che esistono serie preoccupazioni per possibili infiltrazioni di militanti armati. L’Egitto è sotto un’enorme pressione, fa grandissima fatica a proteggere adeguatamente i propri confini dai sempre più audaci gruppi di jihadisti armati. Basti pensare a quel che è accaduto in Sinai dove, il giorno dell’Eid el Fitr (la festa di chiusura del mese di Ramadan), il gruppo degli Ansar Bayt al-Maqdis, responsabile della maggior parte degli attentati al Cairo in quest’ultimo anno, ha tenuto una predicazione a cielo aperto, del tutto indisturbato, inneggiando al jihad e al neonato stato islamico in Siria e Iraq. Poi, filmato tutto quanto, l’ha diffuso.

Ciononostante, quel che i cittadini egiziani in fuga dalla guerra libica devono subire mentre cercano di rimpatriare, talvolta per mano del loro stesso governo, ha fatto discutere molto, riportando alla ribalta una parola chiave della rivoluzione, ormai quasi dimenticata, ma per la quale ancora si lotta: karama, dignità. L’Egitto, però, si sente minacciato da tutte le direzioni e il sentimento di pericolo imminente, di accerchiamento, non ha mai aiutato lo sviluppo del concetto di dignità, favorendo invece il radicarsi di un autoritarismo che continua a negarlo.

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