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Per l’Australia, Gerusalemme Est non è più da considerarsi «occupata»

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12 giugno 2014
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Per l’Australia, Gerusalemme Est non è più da considerarsi «occupata»
Il premier australiano Tony Abbott (a sin.) con il collega israeliano Benjamin Netanyahu a Davos nel gennaio 2014. (foto: Kobi Gideon/Gpo/Flash90)

Il governo australiano ha deciso di non più considerare Gerusalemme Est sotto occupazione. La qualifica viene considerata «peggiorativa, inappropriata e inutile». Con questa nuova linea Canberra si smarca dalla posizione che accomuna gran parte dei governi del Pianeta. La decisione incassa il plauso di Israele e l'esecrazione dei palestinesi.


(Gerusalemme/m.m.l.v.-g.s.) – Con un comunicato reso pubblico il 5 giugno scorso, il governo australiano ha avallato le dichiarazioni del procuratore generale Georges Brandis (la cui carica, nell’ordinamento anglosassone che vige in Australia, è assimilabile almeno in parte a quella di ministro della Giustizia – ndr). Il più alto magistrato del Paese ha qualificato l’aggettivo «occupata» applicato a Gerusalemme Est, come «peggiorativo, inappropriato e inutile». Ragion per cui il governo del primo ministro Tony Abbott ha determinato di non impiegare questo appellativo in riferimento agli insediamenti israeliani nella zona orientale della Città Santa.

Parlando anche a nome di Julie Bishop, ministro degli Affari esteri, Brandis ha dichiarato il 5 giugno al Senato che «dei territori oggetto di negoziazione non dovrebbero essere descritti con un linguaggio caratterizzato da un giudizio di valore negativo». Parole che hanno subito acceso una vivace discussione tra i senatori presenti nell’emiciclo. Alcuni dei quali hanno sottolineato come la presa di posizione del governo australiano sia chiaramente filo-israeliana.

In effetti il governo dello Stato ebraico ha salutato con soddisfazione la decisione di Canberra, mentre le autorità palestinesi non hanno affatto apprezzato.

Il ministro degli Esteri israeliano Avigdor Lieberman ha apprezzato «l’onestà» e «l’integrità» del governo Abbot nell’approcciarsi al conflitto israelo-palestinese. «La posizione australiana è l’esito di un esame serio della questione. Smettendo di associare il termine “occupata” a Gerusalemme Est, esso evita una posizione populista e non cerca di lusingare e corteggiare le forze islamiche estremiste», ha dichiarato il ministro, prima di aggiungere che anche altri Paesi farebbero bene «a scoprire il coraggio e l’onestà di cui ha dato prova l’Australia». Lieberman ha tenuto a precisare che gli insediamenti appartengono alla storia giudaica da migliaia di anni e non hanno mai fatto parte di uno Stato palestinese, che – dice il ministro – non è mai esistito.

Ovviamente sul versante palestinese la notizia è stata accolta in modo del tutto differente. E la reazione dell’omologo palestinese di Lieberman non si è fatta attendere. Riyad Al-Malki ha espresso la propria inquietudine per le dichiarazioni di Brandis. «Chiediamo al governo di Canberra di dichiarare ufficialmente la sua posizione in materia nei prossimi giorni», ha scritto il ministro in un comunicato, in seguito al quale ha anche convocato per chiarimenti il rappresentante diplomatico australiano presso l’Autorità Palestinese, Thomas Wilson.

Se l’Australia resterà ferma sulla sua nuova linea – che l’Autorità Palestinese considera «un cambiamento radicale, vergognoso e scandaloso» – le conseguenze diplomatiche potrebbero essere significative. In una lettera indirizzata a Julie Bishop, il capo dei negoziatori con Israele, Saeb Erekat, ha minacciato di chiedere a tutti i Paesi membri della Lega Araba e della Conferenza islamica di riconsiderare le loro relazioni con il governo australiano. «Il termine “occupazione” riflette un fatto giuridico basato sulle risoluzioni delle Nazioni Unite», ha scritto Erekat. «Questo cambiamento dimostra che l’Australia non intende rispettare l’impegno che le deriva dal diritto internazionale a non riconoscere la sovranità israeliana su qualunque parte del territorio palestinese occupato nel 1967, ivi inclusa Gerusalemme Est».

La città vecchia, entro le mura, e i quartieri orientali di Gerusalemme furono occupati dalle forze israeliane con la guerra dei Sei giorni, nel 1967, e formalmente annessi nel 1980. Entrambe le misure sono considerate illegittime sotto il profilo del diritto internazionale e non riconosciute dai governi di gran parte del mondo.

Canberra difende la propria posizione giustificando la rinuncia al termine «occupata» con la volontà di uno slancio pacifico. «L’Australia riconosce ad Israele il diritto di esistere in pace all’interno di frontiere sicure, e riconosce al contempo l’aspirazione dei palestinesi ad avere un proprio Stato», ha affermato Shephen Gageler, che nel governo australiano ricopre, in pratica, la carica di viceministro della Giustizia.

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