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Oltraggio alla religione?

di Elisa Ferrero
10 giugno 2014
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Il caso di Karam Saber è un piccolo concentrato di problematiche che affliggono la società egiziana. Saber è uno scrittore, autore della raccolta di racconti intitolata Dov’è Dio? Scrivere di religione è spesso un’attività pericolosa in Egitto, specie se si adotta un approccio critico. E infatti Karam Saber è immancabilmente inciampato nella giustizia egiziana...


Il caso di Karam Saber è un piccolo concentrato di problematiche che affliggono la società egiziana. Saber è uno scrittore, autore della raccolta di racconti intitolata Dov’è Dio? Scrivere di religione è spesso un’attività pericolosa in Egitto, specie se si adotta un approccio critico. Ma inserire Dio addirittura nel titolo di un libro, per di più all’interno di una domanda che, a uno sguardo superficiale, rifulge di ateismo, è un atto di suprema incoscienza, o supremo coraggio.

E infatti Karam Saber è immancabilmente inciampato nella giustizia egiziana. Il 7 maggio 2013 il tribunale di Biba, città della provincia di Bani Suef, l’ha condannato a cinque anni di carcere e a un’ammenda di mille sterline egiziane, la massima pena prevista dal Codice penale egiziano per oltraggio alla religione. La sentenza è stata poi confermata il 5 giugno 2014, nonostante la difesa di Saber avesse fatto appello alla nuova Costituzione del 2014 che garantisce piena libertà di credo, espressione e creazione artistica, proibendo al tempo stesso qualsiasi punizione fisica per scrittori e artisti. La Costituzione, tuttavia, a quanto pare non basta.

Il libro di Saber – che rifiuta qualsiasi accusa di ateismo o blasfemia – critica l’uso del discorso religioso a fini personali, in una società patriarcale che, secondo l’autore, «si dice religiosa, ma poi pratica l’opposto, specialmente nell’opprimere le donne». Saber dice di «porre delle semplici domande alla ricerca di Dio, in tutta quest’assurdità in cui viviamo». Tanto è bastato per metterlo nei guai. Secondo lo scrittore, il giudice non sa nulla di letteratura, né ha mai letto il libro.

Forse, però, c’è di più dietro questo caso. Oltre che essere uno scrittore, infatti, Saber è anche un attivista che lotta per i diritti degli agricoltori poveri, i protagonisti della sua raccolta di racconti. Questo potrebbe aver dato ancor più fastidio delle sue «domande su Dio». Del resto, fin dai tempi di Mubarak, i processi per blasfemia sono stati spesso usati per mettere a tacere critici e oppositori del regime troppo fastidiosi. Secondo Saber, l’istigatore del processo contro di lui sarebbe uno sheykh islamista di Biba alle dipendenze del ministero delle Fondazioni pie, che avrebbe perso una causa intentata da alcuni contadini contro lo stesso ministero per il possesso di un pezzo di terra. Questi contadini avrebbero invitato Saber a Biba per un seminario, dopo il quale sarebbe scattata la denuncia.

Che lo sheykh sia il vero istigatore della denuncia oppure no, resta il fatto, tuttavia, che questa è stata materialmente presentata da una o più persone comuni, abitanti di Biba preoccupati per la moralità della società, appartenenti (secondo un soprannome sarcastico molto diffuso) alla categoria degli «onorati cittadini». E resta anche il fatto che la denuncia poteva facilmente essere archiviata, se le massime istituzioni religiose del Paese, al-Azhar e la Chiesa copto-ortodossa, non avessero ratificato all’unisono, su richiesta del giudice incaricato del caso, l’accusa al libro e al suo autore. La denuncia, inoltre, risale al 2011 e ha dunque resistito a tutti i cambi di governo e leadership vissuti dall’Egitto negli ultimi tre anni. Anzi, dal 2011 i processi per blasfemia sono aumentati, a ricordare che la democrazia o ha radici profonde nella società oppure non è.

Chi, dunque, porta la responsabilità maggiore per la condanna di Saber? A condannarlo (lui e tanti altri) sembra esser stato un micidiale intreccio di autoritarismo politico-religioso, conformismo tradizionalista e insensibilità ai diritti della persona, lo stesso cocktail mortale contro il quale una parte dell’Egitto si è sollevata il 25 gennaio 2011. Per fortuna, il caso di Saber ha anche causato la mobilitazione di un vasto numero d’intellettuali e associazioni per i diritti umani, dimostrando che la società non è immobile né silenziosa. È a questo livello, infatti, che si sta giocando la vera scommessa della democrazia ed è qui che, soprattutto la gioventù egiziana, trova ancora speranza per il futuro.

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