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Storie, attualità e archeologia dal Medio Oriente e dal mondo della Bibbia

Una situazione insostenibile

di Elisa Ferrero
22 aprile 2014
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Un crudo episodio di cronaca nera dà conto della situazione reale in Egitto. Dove, in nome della lotta al terrorismo e all'estremismo islamista, ormai anche l'opinione pubblica è disposta a tollerare l'intollerabile. Salvo qualche eccezione, come quella registrata nei giorni scorsi a Imbaba, un quartiere povero a nord di Giza, appena a ovest del Nilo e del Cairo...


Imbaba, quartiere povero a nord di Giza, appena a ovest del Nilo e del Cairo, una delle zone più densamente popolate del pianeta, labirinto di viuzze e accatastamento di case, uno di quei luoghi egiziani nel quale lo Stato non arriva, se non con la violenza della polizia, e dove le tensioni interconfessionali, a volte, sfociano in aperti conflitti.

Il giorno di Pasqua, un numero imprecisato, ma significativo di residenti di Imbaba scende in strada per un pacifico corteo di protesta diretto verso la locale stazione di polizia. La notizia trapela solo sui social network. Giornali e televisioni sono impegnati a seguire le campagne elettorali del feldmaresciallo Abdel Fattah el-Sisi e del suo unico avversario Hamdeen Sabbahi, oltre a fare la cronaca degli attentati, falliti o andati a segno, che quasi quotidianamente provocano uno stillicidio di morti, specie fra le forze di sicurezza.

I manifestanti di Imbaba sono furibondi per l’uccisione a sangue freddo di Mohamed “Hamada” Khalil, un residente della zona, stampatore e venditore di t-shirt. L’omicidio risale a pochi giorni prima. È il 13 aprile quando il giovane Hamada si reca alla stazione di polizia del suo distretto. Vuole pagare la cauzione necessaria alla scarcerazione di un suo amico avvocato, una delle tante vittime della recente, implacabile legge anti-proteste, avallata dal governo Beblawi e dal presidente ad interim Adly Mansour. Alla stazione di polizia, però, Hamada trova un poliziotto con il quale, pare, esisteva da tempo della vecchia ruggine, per quale motivo non si sa e non ha importanza. Il poliziotto coglie l’occasione per vendicarsi e arresta Hamada. Così, senza alcuna giustificazione. Poi, una volta in cella, fra Hamada e il poliziotto scoppia un nuovo alterco. L’agente risolve la questione per sempre, lì sul posto, nonostante alcuni colleghi tentino di fermarlo. Gli spara due colpi di pistola in corpo, con freddezza. Poi si ferma un attimo e gli urla: «T’avevo detto che ti avrei ucciso». Gli spara un terzo colpo, assassinandolo. Impunemente e senza rimorsi.

La madre di Hamada, distrutta dal dolore, giunge alla stazione di polizia di Imbaba e, da fuori, grida disperatamente: «Mio figlio non è un Fratello Musulmano!» Frase terribile, se ci si riflette su. Perché se rivela, da un lato, quanto la lotta al terrorismo islamista sia un’ottima copertura per il ritorno dell’efferatezza delle forze di sicurezza nei confronti di qualsiasi dissidente e di comuni cittadini – vecchia abitudine del regime mubarakiano – dall’altro rivela anche la condiscendenza, da parte del comune cittadino, verso tale efferatezza quando questa colpisce «l’altro», nel caso in questione i Fratelli Musulmani.

Se la vittima è un islamista, allora non importa se un poliziotto lo arresta senza formalizzare alcuna accusa plausibile e poi lo giustizia da solo, nella sua cella, magari per motivi personali, pressoché sicuro di restare impunito. E purtroppo non consola sapere che, quando le parti si sono brevemente invertite durante il governo di Mohammed Morsi, con i Fratelli Musulmani al potere e i loro oppositori in carcere, neanche gli islamisti avevano di che obiettare su questo.

La storia di Hamada è solo una fra le centinaia di storie simili che oggi accadono in Egitto. Tuttavia, anche la marcia pacifica di Imbaba è solo uno dei sempre più numerosi segni d’insofferenza che iniziano a emergere nel Paese da qualche tempo. Guardando le immagini del corteo di Imbaba, non si scorgono i cartelli gialli con il simbolo delle quattro dita che rappresenta i sostenitori dell’ex presidente Morsi. Non si scorgono bandiere di movimenti particolari o partiti. Non si vedono i volti noti degli attivisti più in mostra. Sulle teste della folla, però, affiora solitaria una croce cristiana, proprio nel momento in cui papa Tawadros riceve la visita del feldmaresciallo Abdel Fattah el-Sisi (probabile futuro presidente) in occasione delle festività pasquali, e proprio nel momento in cui la Chiesa copta, sotto pressione per la violenza islamista, stringe alleanza con il nuovo regime che va profilandosi.

C’è un costante ribollio di sottofondo in Egitto da quando è scoppiata la rivoluzione nel 2011 e ora sta impercettibilmente crescendo d’intensità. Sono sempre di più, ormai, le persone che sentono che la situazione è insostenibile.

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