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Leonardo Sandri: Ritorno alle origini

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25 marzo 2014
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Leonardo Sandri: Ritorno alle origini
Il cardinal Leonardo Sandri (70 anni), prefetto della Congregazione per le Chiese orientali.

Nel numero di marzo-aprile 2014 del bimestrale Terrasanta, Manuela Borraccino intervista il cardinale Leonardo Sandri, prefetto della Congregazione per le Chiese orientali. Il porporato tocca vari temi: dal conflitto in Siria all’imminente viaggio papale in Terra Santa. E sulla questione del ritorno del Cenacolo alla Chiesa cattolica non esclude sorprese. Alcuni stralci dell’intervista.


Nel numero di marzo-aprile 2014 del bimestrale Terrasanta, Manuela Borraccino intervista il cardinale Leonardo Sandri, prefetto, in Vaticano, della Congregazione per le Chiese orientali. Argentino con ascendenti italiani, Sandri è stato tra i più stretti collaboratori dei papi Giovanni Paolo II e Benedetto XVI. Nella conversazione, il porporato tocca vari temi: dal conflitto in Siria all’imminente viaggio papale in Terra Santa. E sulla questione del ritorno del Cenacolo alla Chiesa cattolica, non esclude piacevoli sorprese. Eccovi alcuni stralci dell’intervista.

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Cosa ha significato per lei il privilegio di andare spesso in Terra Santa?
Devo dire che, pur trattandosi spesso di viaggi di lavoro, per me ogni volta è come tornare alle origini. Come dice il Salmo 87: «In te, Gerusalemme, stanno le mie sorgenti». Lì avverto le sorgenti della mia fede, del mio incontro con Gesù. Perciò ho sempre cercato di unire a queste missioni la dimensione del pellegrinaggio, di farne un incontro di purificazione attraverso i luoghi che sono stati il contesto del passaggio di Gesù sulla terra. Cerco il più possibile di identificarmi con l’emorroissa del Vangelo che toccando il lembo del mantello è guarita, o con i tanti che hanno tentato di sfiorare l’ombra del Signore. Mi sforzo di ritornare all’umanità di Cristo come fonte della mia conversione, di purificarmi a contatto con i luoghi che hanno visto i suoi passi, ricevuto la sua voce e il suo sguardo.

A quali luoghi si sente più legato?
Oltre al Santo Sepolcro che rappresenta il fulcro della nostra fede, oltre a Betlemme dove l’umanità ha ricevuto l’annuncio della pace, oltre al lago di Tiberiade con le tempeste che la Chiesa vive in ogni tempo ma anche confortati dalla presenza di Gesù che calma il vento contrario, oltre a molti altri luoghi, dal Monte delle Beatitudini a Cafarnao, uno dei luoghi che mi è più caro è senz’altro il Cenacolo: è lì che è avvenuta l’Ultima cena, è lì che il Signore si è donato nell’Eucarestia nella quale vive la Chiesa, è lì che il Signore si è donato a noi nel sacerdozio, è lì che il Signore ci ha indicato con la lavanda dei piedi la strada dell’umiltà e del servizio, come mi ricorda un’icona etiopica che tengo a casa. Un monito per noi pastori e per tutta la Chiesa. Nel Cenacolo poi è avvenuta la Pentecoste: con la forza dello Spirito che si espande fino ai confini della terra è nata la Chiesa, accompagnata da Maria. Il Cenacolo è quasi l’emblema delle aspirazioni dei discepoli di Cristo, confortati dallo Spirito e dal mandato del servizio.

Proprio il Cenacolo è al centro da anni di una trattativa per la restituzione (*). Crede che possa esserci un gesto verso Papa Francesco?
Penso che le sorprese non siano da escludere, specialmente da un popolo sensibile alle istanze religiose come il popolo d’Israele, un popolo che capisce l’importanza di questo luogo per i cristiani, e per i cattolici in particolare. Sarebbe magnifico non solo perché sarebbe un atto unilaterale, ma soprattutto come gesto di corrispondenza all’amore che Papa Francesco dimostra per il popolo ebraico, e che tutti manifestiamo per la fede di Abramo.

A suo avviso ci sono margini per la ripresa del processo di pace?
Malgrado tutti gli stalli, il dialogo è andato avanti. La Chiesa auspica che proseguano gli sforzi per la composizione ragionevole, giusta, armonica dei diversi interessi e aspirazioni di israeliani e palestinesi e chiede il rispetto della libertà religiosa e della libertà di movimento per tutti, chiede che la sicurezza sia garantita a tutti e non solo agli israeliani, chiede che non si debba vivere nella paura: tanti cristiani sono stati costretti a chiedere rispetto dopo episodi di minacce e di vandalismo avvenuti negli ultimi anni. Credo che ci siano gli spazi per proseguire con decisione un cammino di riconciliazione, con quella grandezza d’animo che fa superare le paure e che porta a soluzioni onorevoli per tutti.

Qual è il significato del prossimo viaggio del Papa ad Amman e a Gerusalemme?
Ad Amman sarà molto importante l’incontro di Papa Francesco con le vittime di questa catastrofe umanitaria causata dalla guerra in Siria, dopo la tragedia in Iraq. L’incontro con i profughi mostrerà che la Chiesa è dalla parte di quelli che più soffrono, e costituirà un appello al mondo intero per un aiuto concreto a queste persone. Ma il viaggio avrà fondamentalmente un significato ecumenico, sulla scia di un interrogativo che ci interpella tutti e che è sempre più incomprensibile: perché siamo divisi? Perché se tutti crediamo in Cristo stiamo dando questo spettacolo di divisione? È enormemente significativo che il Papa incontrerà il patriarca Bartolomeo e lo abbraccerà esattamente come 50 anni fa si abbracciarono Paolo VI e Atenagora proprio nel Santo Sepolcro, che rappresenta il luogo in cui si avverte maggiormente la divisione dei cristiani. Proprio lì Francesco e Bartolomeo si abbracceranno, per rinnovare la promessa di voler arrivare all’unità, come nell’orazione al Padre di Gesù: «Che essi siano una cosa sola».

Che ricordo conserva di Giovanni Paolo II e dei suoi ultimi mesi?
Ricordo i giorni del Papa al Gemelli, in particolare alla fine del secondo ricovero. Mi impressionò un breve dialogo con lui dopo la tracheotomia, quando si cercò di insegnargli un nuovo modo di parlare, e la sofferenza più grande per il Papa era vedere la sua impotenza nell’emettere la voce. Nonostante il dolore, il Papa fece quello sforzo gigantesco di apprendimento. Gli chiesi: «Santità, noi cosa possiamo fare per lei?». E lui mi rispose: «Riportarmi a casa!». Che voleva dire: «Farmi riprendere la mia missione unito al Signore». Non dimenticherò mai la sua forza di volontà in quei giorni tanto dolorosi: percepii chiaramente che quella forza non veniva da lui ma gliela dava il Signore. La forza di dire a se stesso e ai suoi collaboratori: voglio tornare a casa, tornare a parlare nonostante la tracheotomia, riprendere il mio lavoro, il mio ministero e il mio servizio.

(*) – Ndr: Dopo avervi legittimamente abitato per due secoli, nel 1552 – mentre Gerusalemme era sotto la sovranità dell’Impero Ottomano – i frati minori della Custodia di Terra Santa vennero espulsi dal Cenacolo, sito sul Monte Sion. Da allora non hanno mai cessato di rivendicarne la proprietà, a nome della Chiesa cattolica. La richiesta di rientrarne in possesso è ora una delle questioni trattate nei negoziati tra la Santa Sede e lo Stato di Israele, il cui governo ha assunto il controllo dell’edificio nel 1948. Ancora oggi il Custode di Terra Santa conserva il titolo di “Guardiano del Monte Sion” con riferimento alla prima sede della Custodia: il convento situato, appunto, nell’edificio del Cenacolo.

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